lunedì 26 gennaio 2015

Sylvain Cordurié, Laci - Sherlock Holmes e i vampiri di Londra

Sherlock Holmes è una delle più celebri e eccezionali creazioni letterarie di sempre, ed è ovvio che su di lui circolino da una vita apocrifi e rielaborazioni, supportate da un successo cinematografico e televisivo che sembra non subire flessione. Se poi ci aggiungiamo il trionfo dei vampiri e di Dracula, veri padroni incontrastati del panorama mondiale da anni per non dire da decenni, il gioco è fatto. I crossover si sprecano (ricordo il mediocre romanzo Sherlock Holmes contro Dracula di Loren D. Estleman e il terribile film televisivo Sherlock Holmes e il vampiro di Whitechapel) ed è logico che anche il mondo del fumetto ne sia stato contagiato, specie dopo che La lega degli straordinari gentlemen di Alan Moore ha insegnato come si dovrebbe fare un’opera piena zeppa di riferimenti storico-letterari. Ora ci prova la Cosmo pubblicando (in bianco e nero) questo Sherlock Holmes e i vampiri di Londra, fumetto francese in due capitoli scritto da Sylvain Cordurié e disegnato da Laci (pseudonimo del serbo Vladimir Krstić) che, malgrado le belle promesse (e una copertina da videogioco), dimostra di non aver minimamente fatto propria la lezione di Alan Moore e si rivela una grandissima delusione. Tutto, e sottolineo tutto, dalla trama ai dialoghi, è banale e mediocre: non è un giallo, non è un horror, e soprattutto non si capisce dove vada a parare. Ci sono riferimenti all’universo holmesiano (la dipendenza dalle droghe, la passione per la chimica, il fratello Mycroft, Irene Adler, l’ispettore Lestrade, la signora Hudson) e a Dracula di Bram Stoker (Holmes va alla ricerca degli scritti del professor Van Helsing) ma sempre in maniera posticcia e senza alcun approfondimento: la vicenda è narrata dallo stesso Holmes e si colloca temporalmente dopo la sua presunta morte contro Moriarty alle cascate di Reichenbach, all’insaputa del dottor Watson (solitamente cronista delle imprese dell’amico). Il nostro eroe viene contattato (o sarebbe meglio dire costretto con la minaccia di fare del male al dottor Watson e a sua moglie) dai vampiri di Londra (vera e propria organizzazione che ha a che fare con il crimine organizzato e rapporti la banda di Moriarty) per neutralizzare un altro vampiro, che agisce incontrollato di testa sua seminando il panico e, così facendo, rischia di mettere a repentaglio i buoni rapporti della congrega vampiresca con la regina Vittoria. Tra vampiri che abusano di vergini e fumerie d’oppio cinesi si arriva al finale senza un singolo scossone o un particolare degno di nota; peccato, perché i disegni di Laci sono magnifici, con una cura incredibile per i dettagli e le architetture di Londra e Parigi (e la frustrazione si acuisce pensando che l’opera originale è a colori). Solo per completisti e fanatici holmesiani, tenendo ben presente che anche loro possono farne benissimo a meno.

sabato 24 gennaio 2015

Andrzej Sapkowski - La spada del destino

Secondo capitolo per le avventure di Geralt di Rivia, il witcher (strigo in italiano) creato dalla penna del polacco Andrzej Sapkowski e trasposto da CD Projekt in una trilogia videoludica che ne ha costituito la fortuna nel mondo (se non ci fossero stati i videogiochi mai e poi mai avremmo visto questi libri uscire dai propri confini nazionali). Come avvenuto con Il guardiano degli innocenti, ci troviamo nuovamente di fronte a una raccolta di ministorie (sei) abbastanza lunghe, distanti nel tempo e nello spazio, anche se questa volta senza la cornice di raccordo: ancora una volte, nel mix di ribaltamento di canoni fantasy e favolistici e di folklore slavo operato dall’autore, mancano una mappa e delle descrizioni topografiche del mondo, ma Sapkowski dimostra di essere cresciuto come scrittore e di aver elaborato ulteriormente e più compiutamente la propria creazione. Geralt è un personaggio particolarissimo, incredibilmente carismatico, preso di prepotenza da bambino e sottoposto a una formazione durissima, ma soprattutto alla Prova delle Erbe, a cui vengono sottoposti tutti i giovani witcher (percentuale di sopravvivenza 40%), al termine della quale si è ritrovato con un corpo più agile e più forte di un normale essere umano, con la capacità di vedere al buio e di vivere più a lungo, ma anche con effetti collaterali piuttosto fastidiosi come la sterilità e dei cambiamenti fisici più o meno evidenti (nel caso di Geralt i capelli bianchi e le pupille tagliate come i gatti), cose che continuano a causargli non poche discriminazioni in un mondo razzista dove gli uomini si sono imposti a danno delle altre razze (nani ed elfi), che vengono discriminate e trattate di malavoglia. In quanto strigo deve andare in giro per il mondo (spesso accompagnato da Ranuncolo, l’estroso bardo rubacuori in ci si imbatte quasi per caso) a uccidere mostri con due spade, una di ferro e una d’argento (la maggior parte dei mostri è vulnerabile all’argento), avvalendosi della magia, in particolare con cinque segni, e di particolari pozioni create grazie alla sua conoscenza alchemica. È guidato da un particolare codice etico che gli impedisce di uccidere creature intelligenti se innocue e gli impone di cercare prima di spezzare gli incantesimi che in alcuni casi hanno trasformato le persone in mostri. Proprio qui sta la natura particolare di Geralt: tutti pensano che, in quanto mutante e cacciatore di mostri di professione, sia un essere che è stato privato delle proprie emozioni e che dovrebbe obbedire ai compiti che gli vengono assegnati (anche i più strani) senza pensare, ma in realtà è un essere dotato di sentimenti, che ama e prova emozioni, che nutre dei dubbi («I dubbi sono una cosa umana e buona. Solo il male non ne ha mai») e cerca il senso della propria vita, ama le donne (anzi, ogni donna mette sempre più a nudo le sue contraddizioni) ma soprattutto ha capito che spesso gli uomini che si rivolgono a lui sono mostri peggiori di quelli che uccide. Anzi, se c’è un messaggio forte che emerge dall’opera di Sapkowski che anche le creature non umane possono avere un posto nella società e contribuire a migliorarla; di contro, troviamo una serie di personaggi disillusi ed eroi improbabili che, nell’impossibilità di definire cosa sia il bene e cosa sia il male, sono costretti a scendere a compromessi. La prima storia, I limiti del possibili, per esempio, è centrata sulla battuta di caccia a un drago dorato, creatura estremamente rara, da parte di una serie di personaggi (oltre al nostro strigo, alla bella maga Yennefer e al bardo Ranuncolo) che riprendono e rovesciano i luoghi comuni del fantasy (un mago ecologista, un devoto cavaliere senza macchia e senza paura fanaticamente accecato dalle proprie certezze, una banda di irriducibili mercenari, un giovane sovrano desideroso di gloria e prestigio da aggiungere alla sua forza economico-bellica per far colpo su una principessa). I turbolenti rapporti tra Yennefer e Geralt continuano a essere al centro del successivo racconto Una scheggia di ghiaccio, che fa riferimento al nome elfico della cittadina di ambientazione (Aedd Gyrnvael) e al cuore della bella maga, contesa anche da un altro uomo, un mago, a cui la liberale ma spietata Yennefer si è spesso concessa. Con la morte nel cuore si passa a Il fuoco eterno, storia di tutt’altro tono e ambientata nella città commerciale di Novigrad, dominata dal fosco oltranzismo religioso del seguaci del culto del Fuoco Eterno: Geralt e Ranuncolo (incontrato senza pantaloni dopo la brusca conclusione di un’avventura con una fanciulla del luogo) si imbattono in un mimik (o doppler), mutaforma che può assumere le sembianze di chiunque incontri (compresi vestiti, oggetti e personalità) e che, in questa circostanza, ha replicato un mercante mezzuomo (un vero hobbit tolkieniano, con tanto di piedi pelosi). L’antipatico e lagnoso mezzuomo è convinto di essere rovinato perché il mimik ha fatto affari al posto suo e invece scopre che quest’ultimo è un genio del commercio e che l’ha fatto diventare ricchissimo; in una girandola di travestimenti e scambi di persona, stupisce il confronto tra lo strigo e lo strano essere, che per il suo essere bonario non riesce a imitare quello che non capisce, l’oscurità di Geralt. Un piccolo sacrificio è una variazione sul tema della Sirenetta di Andersen, con il nostro strigo interprete tra la bella sirena Sh’eenaz e re Agloval, sovrano di un regno di falesie e rocce affacciato sul mare («Nella mia ballata la sirena si sacrifica per il principe, cambia la coda di pesce in due belle gambe, ma a prezzo della perdita della voce. Il principe la tradisce, la abbandona, e allora lei muore di dolore, si trasforma in spuma marina mentre i primi raggi di sole…» spiega Ranuncolo, al che Geralt risponde: «Chi crederà a queste frottole?»). L’impossibile amore tra questi due singolari personaggi (nessuno dei due disposto a venire incontro all’altro facendo un sacrificio e rinunciando alla propria coda o alle proprie gambe) fa da contraltare all’amore altrettanto impossibile tra Geralt e Essi, detta Occhietto, giovane donna bardo amica di Ranuncolo, personaggio assolutamente non banale o prevedibile. Il racconto successivo è quello che dà il titolo al libro (La spada del destino) e vede il nostro eroe imbattersi in una volitiva principessina scampata a un matrimonio imposto che si aggira in una pericolosissima foresta primordiale difesa strenuamente dalle driadi (apparentemente spietate ma molto meno degli umani): si tratta della bambina che si dice sarebbe nata alla fine del racconto Una questione di prezzo del precedente volume Il guardiano degli innocenti e che è stata promessa a Geralt in cambio dei suoi servigi, destinata a legarsi indissolubilmente con l’esistenza dello strigo. Nell’ultimo racconto, Qualcosa di più, Geralt salva un mercante dall’assalto di creature antropofaghe ma rimane seriamente ferito: durante la convalescenza perde più volte conoscenza, rivivendo episodi con le donne del suo passato (Yennefer, la regina Calanthe, una misteriosa guaritrice, e una misteriosa fanciulla che lo segue) fino al ricongiungimento finale con Ciri, vero e proprio destino del nostro eroe. Può scoraggiare la propensione a disquisire di problematiche filosofiche da parte di tutti i personaggi, ma è anche una delle chiavi di lettura e delle attrattive dell’opera. Da non perdere per chi vuole un fantasy maturo, spiazzante e profondo.

giovedì 8 gennaio 2015

Andrzej Sapkowski - Il guardiano degli innocenti

Il successo dei due videogiochi di The Witcher dedicati a Geralt di Rivia e la spasmodica attesa per un terzo capitolo che, dopo molti rinvii, si preannuncia come l’evento dell’anno per gli amanti dei giochi di ruolo, ha fatto sì che anche l’editoria si dedicasse alla ricoperta della saga letteraria firmata dal polacco Andrzej Sapkowski che di questi giochi è stata ispirazione e modello. Del primo volume ho già parlato QUI anni fa in termini positivi, ma dopo aver avuto modo di rileggerlo mi sono reso conto di non avergli dato la giusta importanza. Chiariamo subito che la struttura a ministorie all’interno di una cornice che le collega permette di raccogliere le prime storie di Sapkowski pubblicate alla fine degli anni Ottanta e all’inizio dei Novanta su riviste di fantascienza polacche, e di fatto è un buon espediente per renderle dei flashback che spiegano determinate situazioni o il primo incontro con alcuni personaggi-chiave (il poeta menestrello Ranuncolo, la maga Yennefer). Il risultato è grezzo e diseguale, e in qualche modo incompiuto, specie se paragonato alla complessità della saga videoludica (che si colloca temporalmente dopo gli eventi narrati nella controparte cartacea, con la perdita di memoria del protagonista): solo il primo racconto, quello in cui Geralt affronta la figlia del re di Wyzima trasformata in una strige zannuta, è ripreso esattamente dal filmato che apre il primo videogioco. I personaggi sono solo abbozzati e tutto l’ambiente circostante è vago e privo di dettagli (sintomatica a questo proposito è l’assenza di una mappa, elemento imprescindibile di ogni universo fantasy che si rispetti), tuttavia è già possibile tracciare compiutamente un profilo del protagonista, il witcher, o per meglio dire lo strigo (così è tradotto), un guerriero con conoscenze magiche addestrato duramente sin dall’infanzia (e attraverso un pericoloso processo di reazione chimica) a combattere mostri e creature magiche, indipendentemente dalle sue motivazioni. Imbattibile nei combattimenti, desiderato da ogni donna, se ne va in giro per il mondo a prestare aiuto a chi glielo chiede: così facendo, emerge la sua natura di mostro non umano che cerca in ogni modo di essere umano e di avere dei sentimenti umani, in possesso insomma di una sua morale personale, in una società dominata dal razzismo e dall’ignoranza che lascia trasparire una generale sfiducia nei confronti della natura umana («Sarebbe bello poter spiegare le efferatezze dei potenti con una mutazione o una maledizione»). La gente infatti si rivolge a Geralt ma allo stesso tempo lo odia e lo considera anch’egli un mostro, scacciandolo appena può (una discriminazione, questa, che viene estesa anche agli elfi: questi ultimi, nel racconto Il confine del mondo, vivono in una terra ormai arida che non riescono più a far fiorire, sono immortali ma sempre più precari e malati, ma nonostante questo sono arroccati sulle loro posizioni di isolamento e di esilio, pieni di odio e disprezzo nei confronti della razza umana, senza alcuna possibilità di integrazione). Per di più, lo strigo si trova ad avere a che fare con richieste di lavoro molto bizzarre, che travalicano le normali regole del bene e del male, perché spesso hanno a che fare con l’avidità personale, l’opportunismo e i secondi fini (spesso sessuali) dei clienti: vorrebbe sottrarsi alla logica dello schieramento, ma l’inesorabile sviluppo degli eventi lo pone di fronte alla necessità di fare delle scelte, alle quali è molto spesso impossibile dare una risposta che sia oggettivamente giusta. Insomma, se siete stufi del solito fantasy in cui un gruppo di amici parte per salvare il mondo dal male, forse Sapkowski può fare al caso vostro: la sua capacità di evocare un mondo medievale cupo e crudo, nel quale si muovono personaggi cinici e disincantati, senza nette differenze morali, è veramente notevole e contribuisce a creare un universo “adulto”, convincente e affascinante, con una spruzzata di folklore slavo. Inoltre, per tutti gli estimatori di Shrek e Fables (per citarne due a caso) e che desiderano un approccio innovativo capace di reinventare in modo originale il mondo delle fiabe classiche, questo volume è una scelta obbligata. In Un briciolo di verità il modello è La Bella e la Bestia: la Bestia, in questo caso, è vittima di una maledizione scagliata da una sacerdotessa che ha violentato, ma ha imparato a convivere con questa sua condizione, godendone tutti i vantaggi, soprattutto dal punto di vista sessuale, con tutta una serie di fanciulle che sono capitate nel suo castello in compagnia dei loro padri e che sono rimaste con lui per un anno intero, trattate come principesse. Il risvolto però è imprevisto: il vero amore (nel caso della Bestia) è quello di una vampira. Ne Il male minore il riferimento è invece la favola di Biancaneve, e verrebbe da dire che i creatori dei recenti film Biancaneve e il cacciatore e Mirror Mirror avrebbero fatto bene a prendere ispirazione da qui: in questo caso, la regina cattiva riceve in dono uno specchio magico in grado di predire il futuro che le rivela una morte orribile per mano della figliastra. Manda quindi un cacciatore nel bosco per uccidere la bambina, ma questi si impietosisce e la violenta, per poi essere ucciso dalla bambina stessa, che in seguito scappa, si prostituisce e va a vivere con sette gnomi che convince ad abbandonare il lavoro in miniera per intraprendere una più proficua professione di rapinatore di mercanti; in seguito, gli gnomi si uccidono a vicenda per una questione di spartizione del bottino, mentre i nemici della ragazza cercano di avvelenarla con una mela alla belladonna. In Una questione di prezzo Geralt ricorda di essere stato assoldato da un principe per rintracciare una bella fanciulla che era scappata da un ballo a corte perdendo una scarpetta (citazione di Cenerentola), anche se il riferimento principale per questo racconto è la favola di Gian Porcospino: il cavaliere che si presenta per reclamare la ricompensa pattuita si chiama infatti Istrice e ha ricevuto la promessa di ricevere in moglie la figlia della persona (in questo caso un re) da lui salvata nella foresta. Anche qui, il mostruoso cavaliere si trasforma in umano alla mezzanotte, ma Sapkowski non si limita a far accettare alla fanciulla il suo destino: la principessa, infatti, è da tempo segretamente amante del cavaliere ed è già rimasta incinta. Ne L’ultimo desiderio, Sapkowski riprende il tema del genio della lampada che esaudisce tre desideri, mentre ne Il confine del mondo ironizza su un caposaldo del genere fantasy come la gara di indovinelli de Lo Hobbit, declinandolo all’insegna della scorrettezza (l’essere caprino che sfida Geralt non accetta un indovinello di risposta e va all’attacco lanciando una raffica di palle di metallo). I margini di crescita sono ampi, ma il terreno su cui lavorare questo autore polacco se l’era già creato.