giovedì 8 gennaio 2015

Andrzej Sapkowski - Il guardiano degli innocenti

Il successo dei due videogiochi di The Witcher dedicati a Geralt di Rivia e la spasmodica attesa per un terzo capitolo che, dopo molti rinvii, si preannuncia come l’evento dell’anno per gli amanti dei giochi di ruolo, ha fatto sì che anche l’editoria si dedicasse alla ricoperta della saga letteraria firmata dal polacco Andrzej Sapkowski che di questi giochi è stata ispirazione e modello. Del primo volume ho già parlato QUI anni fa in termini positivi, ma dopo aver avuto modo di rileggerlo mi sono reso conto di non avergli dato la giusta importanza. Chiariamo subito che la struttura a ministorie all’interno di una cornice che le collega permette di raccogliere le prime storie di Sapkowski pubblicate alla fine degli anni Ottanta e all’inizio dei Novanta su riviste di fantascienza polacche, e di fatto è un buon espediente per renderle dei flashback che spiegano determinate situazioni o il primo incontro con alcuni personaggi-chiave (il poeta menestrello Ranuncolo, la maga Yennefer). Il risultato è grezzo e diseguale, e in qualche modo incompiuto, specie se paragonato alla complessità della saga videoludica (che si colloca temporalmente dopo gli eventi narrati nella controparte cartacea, con la perdita di memoria del protagonista): solo il primo racconto, quello in cui Geralt affronta la figlia del re di Wyzima trasformata in una strige zannuta, è ripreso esattamente dal filmato che apre il primo videogioco. I personaggi sono solo abbozzati e tutto l’ambiente circostante è vago e privo di dettagli (sintomatica a questo proposito è l’assenza di una mappa, elemento imprescindibile di ogni universo fantasy che si rispetti), tuttavia è già possibile tracciare compiutamente un profilo del protagonista, il witcher, o per meglio dire lo strigo (così è tradotto), un guerriero con conoscenze magiche addestrato duramente sin dall’infanzia (e attraverso un pericoloso processo di reazione chimica) a combattere mostri e creature magiche, indipendentemente dalle sue motivazioni. Imbattibile nei combattimenti, desiderato da ogni donna, se ne va in giro per il mondo a prestare aiuto a chi glielo chiede: così facendo, emerge la sua natura di mostro non umano che cerca in ogni modo di essere umano e di avere dei sentimenti umani, in possesso insomma di una sua morale personale, in una società dominata dal razzismo e dall’ignoranza che lascia trasparire una generale sfiducia nei confronti della natura umana («Sarebbe bello poter spiegare le efferatezze dei potenti con una mutazione o una maledizione»). La gente infatti si rivolge a Geralt ma allo stesso tempo lo odia e lo considera anch’egli un mostro, scacciandolo appena può (una discriminazione, questa, che viene estesa anche agli elfi: questi ultimi, nel racconto Il confine del mondo, vivono in una terra ormai arida che non riescono più a far fiorire, sono immortali ma sempre più precari e malati, ma nonostante questo sono arroccati sulle loro posizioni di isolamento e di esilio, pieni di odio e disprezzo nei confronti della razza umana, senza alcuna possibilità di integrazione). Per di più, lo strigo si trova ad avere a che fare con richieste di lavoro molto bizzarre, che travalicano le normali regole del bene e del male, perché spesso hanno a che fare con l’avidità personale, l’opportunismo e i secondi fini (spesso sessuali) dei clienti: vorrebbe sottrarsi alla logica dello schieramento, ma l’inesorabile sviluppo degli eventi lo pone di fronte alla necessità di fare delle scelte, alle quali è molto spesso impossibile dare una risposta che sia oggettivamente giusta. Insomma, se siete stufi del solito fantasy in cui un gruppo di amici parte per salvare il mondo dal male, forse Sapkowski può fare al caso vostro: la sua capacità di evocare un mondo medievale cupo e crudo, nel quale si muovono personaggi cinici e disincantati, senza nette differenze morali, è veramente notevole e contribuisce a creare un universo “adulto”, convincente e affascinante, con una spruzzata di folklore slavo. Inoltre, per tutti gli estimatori di Shrek e Fables (per citarne due a caso) e che desiderano un approccio innovativo capace di reinventare in modo originale il mondo delle fiabe classiche, questo volume è una scelta obbligata. In Un briciolo di verità il modello è La Bella e la Bestia: la Bestia, in questo caso, è vittima di una maledizione scagliata da una sacerdotessa che ha violentato, ma ha imparato a convivere con questa sua condizione, godendone tutti i vantaggi, soprattutto dal punto di vista sessuale, con tutta una serie di fanciulle che sono capitate nel suo castello in compagnia dei loro padri e che sono rimaste con lui per un anno intero, trattate come principesse. Il risvolto però è imprevisto: il vero amore (nel caso della Bestia) è quello di una vampira. Ne Il male minore il riferimento è invece la favola di Biancaneve, e verrebbe da dire che i creatori dei recenti film Biancaneve e il cacciatore e Mirror Mirror avrebbero fatto bene a prendere ispirazione da qui: in questo caso, la regina cattiva riceve in dono uno specchio magico in grado di predire il futuro che le rivela una morte orribile per mano della figliastra. Manda quindi un cacciatore nel bosco per uccidere la bambina, ma questi si impietosisce e la violenta, per poi essere ucciso dalla bambina stessa, che in seguito scappa, si prostituisce e va a vivere con sette gnomi che convince ad abbandonare il lavoro in miniera per intraprendere una più proficua professione di rapinatore di mercanti; in seguito, gli gnomi si uccidono a vicenda per una questione di spartizione del bottino, mentre i nemici della ragazza cercano di avvelenarla con una mela alla belladonna. In Una questione di prezzo Geralt ricorda di essere stato assoldato da un principe per rintracciare una bella fanciulla che era scappata da un ballo a corte perdendo una scarpetta (citazione di Cenerentola), anche se il riferimento principale per questo racconto è la favola di Gian Porcospino: il cavaliere che si presenta per reclamare la ricompensa pattuita si chiama infatti Istrice e ha ricevuto la promessa di ricevere in moglie la figlia della persona (in questo caso un re) da lui salvata nella foresta. Anche qui, il mostruoso cavaliere si trasforma in umano alla mezzanotte, ma Sapkowski non si limita a far accettare alla fanciulla il suo destino: la principessa, infatti, è da tempo segretamente amante del cavaliere ed è già rimasta incinta. Ne L’ultimo desiderio, Sapkowski riprende il tema del genio della lampada che esaudisce tre desideri, mentre ne Il confine del mondo ironizza su un caposaldo del genere fantasy come la gara di indovinelli de Lo Hobbit, declinandolo all’insegna della scorrettezza (l’essere caprino che sfida Geralt non accetta un indovinello di risposta e va all’attacco lanciando una raffica di palle di metallo). I margini di crescita sono ampi, ma il terreno su cui lavorare questo autore polacco se l’era già creato.

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