venerdì 17 aprile 2015

Israel J. Singer - La famiglia Karnowski

I migliori libri nuovi sono spesso quelli provenienti dal passato e non fa eccezione questo La famiglia Karnowski, saga familiare scritta in yiddish da Israel Joshua Singer, fratello maggiore del più celebre Isaac Bashevis (Nobel per la letteratura) e pubblicata negli Stati Uniti nel 1943, che ha visto la luce dalle nostre parti solo di recente grazie ad Adelphi nel 2013 e poi alla Newton Compton con questa edizione che è quella in mio possesso e che è caratterizzata da una copertina orrida ma capace di conquistarmi e di farmela preferire a quella più raffinata di Adelphi. Pur dovendo lamentare la mia totale ignoranza sull’ebraismo che mi ha fatto apprezzare il romanzo meno della metà di quanto avrebbe meritato, non ho problemi a definirlo un capolavoro assoluto e commovente, godibile da tutti a prescindere dalla propria conoscenza della materia. Diviso in tre parti, ciascuna intitolata con il nome di uno dei protagonisti maschili della famiglia (uno per generazione), racconta inizialmente la storia di David Karnowski, un uomo in fuga da una ebraicità molto ottusa, ristretta e provinciale come quella polacca, verso la riformata Berlino, dove si inserisce in un ambiente di ebrei molto più colti e dove trascina con sé la moglie strappandola a un ebraismo molto più rassicurante; addirittura, per non avere più a che fare con il suo oscuro passato, la costringe a parlare in tedesco, che per lui rappresenta la lingua della cultura e dell’intelletto, oltre che del nuovo status sociale. La seconda sezione è dedicata invece a suo figlio Georg, segnato già nel nome, in quanto il padre gli impone quello ebraico di Moses e quello tedesco di Georg dicendo: “Sii un ebreo in casa tua e un uomo di mondo fuori”. Dopo un’adolescenza sregolata e ribelle, un amore infelice e l’esperienza della Prima Guerra Mondiale, riesce a trovare la sua strada come medico e marito: sposa infatti Teresa, una cristiana tedesca (che agli occhi di suo padre è una gentile), da cui ha un figlio, Jegor, che cresce negli anni dell’ascesa del nazismo e della promulgazione delle leggi razziali. Jegor, a cui viene dedicata la terza parte, è forse il personaggio più complesso dell’intera vicenda: per lui l’ebraicità è una colpa da nascondere ma che non si può cancellare (ci sarà sempre qualcuno che glielo rinfaccerà in maniera più o meno ignobile o discriminante), tanto che lui è un ebreo che vorrebbe non esserlo, che sogna di essere considerato tedesco perché crede alle teorie della supremazia ariana e per questo si detesta, preda delle sue paure e sempre pronto a mostrare con arroganza la sua presunta superiorità nei confronti degli altri nel continuo tentativo di mascherare quanto in realtà si senta inferiore. Soprattutto detesta il padre, colpevole ai suoi occhi di avergli trasmesso l’onta del diverso, di essere un mezzosangue. Proprio il tema del conflitto con il padre è uno dei cardini del romanzo (anche Georg per anni viene respinto dal padre David in seguito alla sua decisione di sposare Teresa, una donna non ebrea), oltre al tema del rapporto uomo-donna: La famiglia Karnowski è infatti una storia di uomini ma anche di donne, madri, mogli e amanti, che in qualche caso compiono un’evoluzione più grande di quella degli uomini (basti pensare a Elsa Landau, la giovane dottoressa di cui si innamora invano Georg che poi si dà alla politica) e che, grazie al loro amore, permettono il riavvicinamento e l’accettazione. Senza poi dimenticare il tema della persecuzione e del sentirsi stranieri a casa propria, che preconizza la Shoah come esito ineluttabile (quando scoppia la Prima Guerra Mondiale, David Karnowski rischia l’internamento in quanto russo, lui che stravede per la Germania e la cultura tedesca), e anche il trasferimento a New York per sfuggire al nazismo, sia pure in un ambiente ebraico, comporta numerosi problemi di sradicamento e perdita di identità. Singer (che dà prova di essere un grande scrittore) racconta il tutto in modo garbato, facendo entrare il lettore in empatia con i personaggi, la loro psicologia e i loro problemi, e brilla per poesia e calore nella descrizione dei quartieri ebraici di Berlino e New York e del loro instancabile viavai umano.

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