sabato 23 maggio 2015

Sergio D'Alesio - Genesis

Si presenta con una copertina di Guido Crepax questo libretto di Sergio D’Alesio ormai irrimediabilmente fuori catalogo del 1981 da me recuperato in una sezione libri usati e dedicato a una delle mie band preferite, i Genesis. Pur senza raggiungere in alcun modo le vette del volume di Giovanni De Liso, devo ammettere che si tratta di un volume abbastanza interessante: attraverso aneddoti e stralci di interviste fa una breve storia del gruppo, analizza i vari dischi con un occhio di riguardo per le canzoni e i testi (che traduce a volte anche integralmente) fino ad Abacab (non dimentichiamo che nel 1981 i Genesis erano ancora in attività e vendevano milioni di dischi, grazie alla loro svolta pop del periodo Phil Collins), prende in esame i tour, le copertine (importanti per una band visiva come quella in esame) oltre alle caratteristiche e alla personalità di ogni membro e le loro eventuali carriere soliste fino a quel momento. Ovviamente, la parte del leone la fanno i dischi storici dell’epoca Gabriel (TrespassNursery CrymeFoxtrotSelling England By The Pound e The Lamb Lies Down On Broadway), caratterizzati da una magia irripetibile e da una simbiosi magica tra testi, musica e immagine, specie grazie ai camaleontici travestimenti di Peter Gabriel, capace di creare «personaggi plateali, novellistici, fantascientifici», che «con i capelli lunghissimi, i vestiti spettrali, gli occhi cerchiati di nero e il cranio pelato-rasato sopra la fronte diventa l’idolo della teenagers e della prima generazione di Genesis-freaks britannici». Purtroppo il tutto sa molto di monografia e non offre particolari motivi di interesse per i più fanatici, e D’Alesio è troppo buono nell’esaltare con enfasi poetica la produzione di quelli lui chiama i Tre Magi (Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford) superstiti dopo l’uscita dal gruppo di Gabriel e Steve Hackett. Non sapevo comunque che Peter Gabriel volesse far produrre The Lamb Lies Down On Broadway a Brian Eno e che all’inizio degli anni Ottanta Paul McCartney avesse chiesto a Phil Collins di unirsi ai Wings.

lunedì 11 maggio 2015

Maurice Druon - Il re di ferro

Dieci anni fa andava in onda sulla Rai uno sceneggiato televisivo italofrancese intitolato La maledizione dei templari, che sfruttava nel titolo il trend del momento (i cavalieri templari, che tra Dan Brown e Roberto Giacobbo erano sulla bocca di tutti) e si presentava forte di un discreto successo in Francia dove pare avesse (cosa inaudita in Italia) stimolato un dibattito storico a livello nazionale sull’epoca presa in esame. In Italia non l’ha visto praticamente nessuno, ha raccolto critiche tra lo svogliato e il disinteressato ed è stato frettolosamente bollato come “prodotto per laureati” (i laureati: genia di degenerati da tenere prudentemente lontani). A ben vedere la serie toccava i templari solo marginalmente e si intitolava Les Rois Maudits, cioè I re maledetti, ed era tratta da una serie di sette romanzi di Maurice Druon che sono stati pubblicati anche in Italia: recentemente, grazie al successo del Trono di spade, la Mondadori ha riproposto i primi tre come una delle opere che hanno fornito l’ispirazione a George R.R. Martin per la sua truculenta saga fantasy (la famosa frase: “Questo è il vero Trono di spade”). Politica editoriale a parte, devo dirmi felice di aver letto il primo romanzo della serie, intitolato Il re di ferro e focalizzato sulla figura di Filippo IV di Francia, passato alla storia come Filippo il Bello. Questi, bisognoso di soldi, architetta un’accusa contro i templari per impossessarsi delle loro ricchezze e, dopo un processo durato sette anni, spedisce i loro capi sul rogo (la storia è nota). Questo evento, contrariamente alle speranze e ai voleri del sovrano, sarà però l’inizio di una serie di sciagure e sventure sulla corte di Francia che sfoceranno nella Guerra dei Cento Anni contro l’Inghilterra: il Gran Maestro Jacques de Molay, infatti, dalle fiamme del rogo scaglia una maledizione contro il re, papa Clemente V (che ha ceduto alle pressioni di Filippo e ha condannato l’ordine) e Guillaume de Nogaret, spietato consigliere del re, chiamandoli a comparire entro l’anno davanti al tribunale di Dio e maledicendo la loro stirpe fino alla tredicesima generazione. Un po’ alla volta, la maledizione sembra inesorabilmente compiersi: le mogli degli imbelli figli del re sono condannate per infedeltà, il papa muore, Nogaret lo segue di lì a breve, e Filippo il Bello comincia a temere il peggio per sé e il suo regno. Accanto e intrecciati con queste vicende ci sono molti altri personaggi spinti dall’amore per il potere, della ricchezza o per lussuria, in particolare il cavaliere Roberto d’Artois (sempre vestito di rosso) e sua zia Mahaut, in lotta per il possesso della contea dell’Artois, o la figlia di Filippo il Bello, la regina Isabella d’Inghilterra, che per desiderio di vendetta fa condannare le sue cognate. Ci sono poi i lombardi, che sono una mia passione da sempre, cioè quei mercanti italiani (toscani e genovesi, non per forza provenienti della Lombardia) che facevano da banchieri per nobili e sovrani destreggiandosi tra protezioni e minacce di espulsione (di solito i sovrani, quando non avevano i fondi per ripagargli, li allontanavano), qui ben rappresentati da Spinello Tolomei, con un occhio sempre chiuso («I suoi nemici giuravano che l’occhio aperto era quello della menzogna e l’occhio sempre chiuso quello della verità»). Insomma, tra complotti, giochi di potere, intrighi di corte e avvelenamenti il divertimento è assicurato, anche perché il romanzo sembra storicamente fedele e accurato e, senza essere noioso o kitsch, esprime molto bene le ragioni dei vari personaggi, ben assistito dalla struttura per punti di vista: ogni capitolo racconta quello che succede dal punto di vista di un personaggio, proprio come in Martin e in gran parte della narrativa di oggi.

Francesco Alò - Monty Python

Monty Python: un nome leggendario, un gruppo di attori/sceneggiatori/registi in grado di cambiare la comicità moderna (e non solo), autori di una serie di culto sulla BBC tra il 1969 e il 1974 (Monty Python’s Flying Circus) e di quattro film (E ora qualcosa di completamente diversoMonty Python e il Sacro GraalBrian di Nazareth e Monty Python – Il senso della vita), oltre che di una serie infinita di progetti solisti che non ha riguardato solo il cinema e la televisione ma anche l’editoria, la musica e il teatro. In Gran Bretagna sono delle leggende entrate a pieno titolo nella lingua inglese (nel dizionario c’è il termine pythonesque), citati e conosciuti da generazioni di fan cresciuti con loro (per non parlare dell’influenza da loro esercitata su schiere di comedians americani, dal Saturday Night Live a South Park e I Simpson); in Italia, invece, come spesso accade, sono arrivati tardi, solo grazie al Gran Premio della Giuria al festival di Cannes del 1983 per Il senso della vita e poi a inizio anni Novanta con l’uscita in ritardo di E ora qualcosa di completamente diverso e di Brian di Nazareth (considerato troppo scomodo e blasfemo per la sua ambientazione coeva alla vita di Gesù Cristo), etichettati come esempio di comicità “demenziale”. L’Italia sembra anzi continuare a essere un palcoscenico difficile per i Python, come conferma questo primo e unico libro italiano a loro dedicato dal simpaticissimo e competentissimo Francesco Alò, critico cinematografico con decine di collaborazioni e ora volto del canale BadTaste.it che personalmente seguo sempre con grande piacere. Alò è un fan del gruppo e realizza (o per meglio dire ha realizzato, visto che il libro è uscito più di dieci anni fa) un’opera completa e rigorosa, senza per questo essere seriosa o pedante, che prende nel dettaglio la vita dei sei membri del gruppo (John Cleese, Graham Chapman, Eric Idle, Terry Jones, Michael Palin e Terry Gilliam), la loro attività, la loro carriera e il loro eclettismo (Terry Jones ha pubblicato un’opera su Geoffrey Chaucer studiata in ambito accademico!), con un occhio di riguardo per la loro produzione di gruppo (i Monty Python non hanno più fatto nulla insieme dal 1983, ma alcuni di loro hanno partecipato a film o programmi in due, tre o quattro allo stesso tempo, ragion per cui è difficile riuscire a discernere nella loro produzione ciò che è dei Monty Python è ciò che non lo è, quarta serie del Flying Circus compresa, visto che fu realizzata senza John Cleese). Analizza le caratteristiche della loro comicità surreale, anarchica, provocatoria e corrosiva, che «fotografa nervosamente la società industriale e si nutre di un’attrazione morbosa per la comunicazione di massa» (specie per il mezzo televisivo e i suoi programmi seriosi), e che è affidata a sketch basati su continui rovesciamenti di ruoli, situazioni e luoghi comuni della società britannica, del suo perbenismo, del suo “buonsenso” e delle sue istituzioni; allo stesso tempo, Alò sottolinea la cura nei confronti del loro materiale (che comprende anche le canzoni di Idle e le animazioni di Gilliam), la perenne volontà di cambiare e di mantenersi totalmente indipendenti (dalla BBC, dalla EMI) artisticamente ed economicamente, pur nell’assenza di un leader. Questo faceva sì che all’interno del gruppo ci fosse uno scontro costante tra le due personalità dominanti di John Cleese e Terry Jones, il primo un aristocratico inglese, il secondo un sanguigno gallese: intorno a loro si raggrupparono dei clan, da un lato la coppia di Cambridge (Cleese-Chapman) e l’isolato di Cambridge più giovane (Idle), dall’altro la coppia di Oxford (Jones-Palin) e l’americano (Gilliam) sempre relegato ai ruoli più marginali e disgustosi ma che si era amalgamato molto di più con gli oxfordiani per la sua propensione al fisico e al visivo. A impreziosire il volume, troviamo una prefazione (totalmente fusa) di Terry Jones e, in chiusura, due interviste allo stesso Jones e a Terry Gilliam, il Python più famoso per essere diventato il regista di culto di Brazil e L’esercito delle dodici scimmie.