lunedì 11 maggio 2015

Maurice Druon - Il re di ferro

Dieci anni fa andava in onda sulla Rai uno sceneggiato televisivo italofrancese intitolato La maledizione dei templari, che sfruttava nel titolo il trend del momento (i cavalieri templari, che tra Dan Brown e Roberto Giacobbo erano sulla bocca di tutti) e si presentava forte di un discreto successo in Francia dove pare avesse (cosa inaudita in Italia) stimolato un dibattito storico a livello nazionale sull’epoca presa in esame. In Italia non l’ha visto praticamente nessuno, ha raccolto critiche tra lo svogliato e il disinteressato ed è stato frettolosamente bollato come “prodotto per laureati” (i laureati: genia di degenerati da tenere prudentemente lontani). A ben vedere la serie toccava i templari solo marginalmente e si intitolava Les Rois Maudits, cioè I re maledetti, ed era tratta da una serie di sette romanzi di Maurice Druon che sono stati pubblicati anche in Italia: recentemente, grazie al successo del Trono di spade, la Mondadori ha riproposto i primi tre come una delle opere che hanno fornito l’ispirazione a George R.R. Martin per la sua truculenta saga fantasy (la famosa frase: “Questo è il vero Trono di spade”). Politica editoriale a parte, devo dirmi felice di aver letto il primo romanzo della serie, intitolato Il re di ferro e focalizzato sulla figura di Filippo IV di Francia, passato alla storia come Filippo il Bello. Questi, bisognoso di soldi, architetta un’accusa contro i templari per impossessarsi delle loro ricchezze e, dopo un processo durato sette anni, spedisce i loro capi sul rogo (la storia è nota). Questo evento, contrariamente alle speranze e ai voleri del sovrano, sarà però l’inizio di una serie di sciagure e sventure sulla corte di Francia che sfoceranno nella Guerra dei Cento Anni contro l’Inghilterra: il Gran Maestro Jacques de Molay, infatti, dalle fiamme del rogo scaglia una maledizione contro il re, papa Clemente V (che ha ceduto alle pressioni di Filippo e ha condannato l’ordine) e Guillaume de Nogaret, spietato consigliere del re, chiamandoli a comparire entro l’anno davanti al tribunale di Dio e maledicendo la loro stirpe fino alla tredicesima generazione. Un po’ alla volta, la maledizione sembra inesorabilmente compiersi: le mogli degli imbelli figli del re sono condannate per infedeltà, il papa muore, Nogaret lo segue di lì a breve, e Filippo il Bello comincia a temere il peggio per sé e il suo regno. Accanto e intrecciati con queste vicende ci sono molti altri personaggi spinti dall’amore per il potere, della ricchezza o per lussuria, in particolare il cavaliere Roberto d’Artois (sempre vestito di rosso) e sua zia Mahaut, in lotta per il possesso della contea dell’Artois, o la figlia di Filippo il Bello, la regina Isabella d’Inghilterra, che per desiderio di vendetta fa condannare le sue cognate. Ci sono poi i lombardi, che sono una mia passione da sempre, cioè quei mercanti italiani (toscani e genovesi, non per forza provenienti della Lombardia) che facevano da banchieri per nobili e sovrani destreggiandosi tra protezioni e minacce di espulsione (di solito i sovrani, quando non avevano i fondi per ripagargli, li allontanavano), qui ben rappresentati da Spinello Tolomei, con un occhio sempre chiuso («I suoi nemici giuravano che l’occhio aperto era quello della menzogna e l’occhio sempre chiuso quello della verità»). Insomma, tra complotti, giochi di potere, intrighi di corte e avvelenamenti il divertimento è assicurato, anche perché il romanzo sembra storicamente fedele e accurato e, senza essere noioso o kitsch, esprime molto bene le ragioni dei vari personaggi, ben assistito dalla struttura per punti di vista: ogni capitolo racconta quello che succede dal punto di vista di un personaggio, proprio come in Martin e in gran parte della narrativa di oggi.

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