domenica 7 giugno 2015

Roberto Saviano - Gomorra

Scoprire Gomorra nove anni dopo la sua pubblicazione, mentre nel frattempo sono arrivati il successo globale, i milioni di copie vendute, la scorta a Saviano, le polemiche, un film e una serie televisiva. Sembrerà strano, ma è come se il sottoscritto fosse vissuto su Marte. E alla fine l’ho letto, in due giorni, in una specie di weekend allucinato, lasciandomi trasportare e conquistare. Ricordo che al master in editoria da me fatto c’era un editor che disse che Saviano era stato frettoloso e che Gomorra sarebbe potuto essere più curato e, quindi, migliore. Chi può dirlo. Forse Saviano voleva talmente denunciare il sistema-camorra della sua terra da fare uscire il libro il più in fretta possibile. Però è proprio questo il suo fascino: Gomorra è un oggetto narrativo non identificato, un ibrido che presenta un materiale magmatico di diversa provenienza (atti giudiziari, istruttorie, ricostruzioni storiche, testimonianze dirette) e che procede non in ordine cronologico ma per tematica, come una vera propria inchiesta, ma allo stesso tempo intermezza il tutto con una narrazione in soggettiva che coincide solo in parte al narratore Saviano e che assomiglia più a un “io collettivo” che comprende molti voci, come se Saviano avesse voluto diventare il megafono per molte esperienze diverse, tutte personali. Da questo emerge un’idea di narrazione molto forte e autorale (cosa che un giornalista che scrive un libro di inchiesta non avrà mai) che trasforma il libro in una vera e propria mazzata sui denti e in un grido di rivolta contro una situazione che sembra immutabile (la gente continua a morire giorno dopo giorno nella più totale assuefazione). Saviano fornisce un lucido spaccato della situazione dell’hinterland campano, talmente complessa e stratificata da poter essere veramente compresa solo da chi la vive: analizza i meccanismi di potere, gli innumerevoli tentacoli con cui la camorra è penetrata nella società, i legami familiari, la guerra di Secondigliano, i numeri degli omicidi (la camorra è quella che fa più morti di tutte le varie mafie), le ramificazioni nel Nord Italia e a livello internazionale (i casalesi vendevano armi all’Argentina durante la guerra delle Falklands e al generale Arkan durante nei Balcani), l'antropologia rituale (come vengono messi in scena i funerali dei camorristi), la cultura della morte e delle armi da fuoco (il kalashnikov!), lo smaltimento dei rifiuti tossici (la famigerata Terra dei Fuochi), i modelli di stile di riferimento (quasi sempre provenienti dal cinema hollywoodiano e la musica neomelodica), la necessità di parlare un linguaggio comune per ottenere riconoscimento e rispetto. Lo scrittore si spinge ancora più in là e fa della camorra una parte fondante del business contemporaneo e delle teorie ultraliberiste che governano il mondo occidentale (i boss vengono arrestati ma il sistema perdura, cambiando e trasformandosi continuamente), giungendo a identificarla completamente con l’imprenditoria (non sono i camorristi a inseguire gli affari, ma gli affari a inseguire i camorristi, e non è la camorra ad avere bisogno della politica, ma la politica ad avere bisogno della camorra): non a caso le inimicizie tra i boss non sono semplice folklore, ma il motore economico di un’intera regione e di logiche addirittura nazionali. Gomorra però è anche un commovente e impietoso spaccato sulla manovalanza del crimine, quelle generazioni di giovani senza speranza per cui l’affiliazione a un clan è il primo passo per entrare nella società, che sognano di diventare imprenditori e di raggiungere il successo mondano come Briatore, che sognano la bella morte onorevole ma si scontrano con una realtà direttamente opposta, fatta di brutali regolamenti di conti, imboscate e morti inattese.

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