venerdì 31 luglio 2015

Alan Bennett - La pazzia di re Giorgio

Siete convinti che il teatro sia noioso o che le opere storiche debbano essere lasciate perdere? Niente di più sbagliato, come prova la fortunatissima pièce di Alan Bennett La pazzia di re Giorgio, già alla base dell’omonimo film con Nigel Hawthorne, Helen Mirren, Ian Holm e Rupert Everett (oltre a una schiera di altri attori inglesi che definire straordinari è poco). La vicenda è ambientata nel 1788: dopo trent’anni di regno, il sovrano inglese Giorgio III d’Inghilterra (uno che si rifiuta di nominare gli Stati Uniti d’America e continua a chiamarli “colonie”) comincia a comportarsi in maniera bizzarra e squilibrata, e viene quindi affidato a un energico psichiatra ante litteram, il dottor Willis, che insegna al sovrano a convivere con la propria malattia (la porfiria, come si sarebbe scoperto in tempi più recenti) e a ritrovare il senno giusto in tempo per sventare il piano del principe di Galles (il futuro Giorgio IV) che sta per succedergli con la complicità del politico whig Fox (interessato a scalzare il premier tory Pitt); mentre oggi infatti la maggioranza alla Camera dei Comuni determina la scelta del Primo Ministro, all’epoca il re (ancora motore della nazione) sceglieva come capo del governo un uomo politico in grado di ottenere ai Comuni consensi sufficienti ad assicurargli la maggioranza (come ricorda Pitt: «Noi ci consideriamo fortunati ad avere la nostra Costituzione. Ci diciamo che il nostro Parlamento fa invidia al mondo intero. Ma viviamo sul filo della salute e del benessere del monarca, tale e quale ai visir con il Sultano»). Da grande scrittore, Bennett non dimentica la ricostruzione storica (il medico del re non può chiedergli i suoi sintomi perché non può rivolgergli la parola finché questi non la rivolge a lui) ma la rende viva e frizzante con dei grandi personaggi e un umorismo tipicamente britannico («Ci vuole carattere per sopportare i rigori dell’indolenza», dice il cancelliere a proposito del Principe di Galles). Non da meno raffinata è la costruzione drammaturgica, con il pubblico che è portato naturalmente a fare smaccatamente il tifo per il re perché si rimetta in sesto in tempo, e il rovesciamento che Bennett ottiene con l’utilizzo del «che, che», intercalare tipico del re, che si interrompe con l’arrivo della follia ma che ritorna con la guarigione ed è quindi un segno fausto di guarigione e non più di imbarazzo sociale. Una curiosità: rispetto al film, la commedia manca della parte dedicata al matrimonio segreto (e quindi cancellato) del futuro Giorgio IV con la cattolica Maria Fitzherbert.

venerdì 3 luglio 2015

Santiago García, David Rubín - Beowulf

Negli ultimi anni Beowulf è tornato prepotentemente alla ribalta, non solo dal punto di vista cinematografico, ma anche editoriale: è recente la pubblicazione della traduzione di Tolkien, uno dei massimi esperti sull’argomento, a cui si deve la fortuna e la rielaborazione del mito del drago sputafiamme che custodisce un gigantesco tesoro (chi ha detto Smaug?). È ora il turno di un fumetto, opera di Santiago García (testi) e David Rubín (disegni), ennesimo tentativo di rileggere in chiave moderna questo mito nordico alla base dell’omonimo poema epico in inglese arcaico che racconta il passaggio del mare da parte dell’eroe danese Beowulf per combattere il mostro Grendel e sua madre e poi, dopo 50 anni, vecchio, lo vede affrontare un drago che minaccia il regno. L’impianto narrativo non è così solido, con dialoghi secchi e scarni per nulla memorabili e un Beowulf divorato dai suoi demoni (come prova la copertina con il profilo di Beowulf e sotto il profilo di Grendel) e da un’incredibile voglia di raggiungere la gloria eterna («Vivere è solo aspettare la morte. Se possiamo, dobbiamo ottenere la gloria prima»): per questo decide di combattere a mani nude contro il suo primo avversario (Grendel) ma poi è costretto a utilizzare una spada per sconfiggere (minimizzando subito dopo la sua utilità) sua madre. Non banale però si rivela anche il ragionamento sulla gloria ottenuta non solo sul campo di battaglia ma anche grazie alla fama (alla fine, dopo essere stato sospettato di millanteria per l’esagerato racconto della sua sfida marina con Breca, il vecchio pensieroso Beowulf chiede: «Volete sapere la vera storia di Breca?», ma poi non dice nient’altro, partendo per combattere il drago). A spiccare è invece la parte visiva del volume, anche se spiazzante per chi si aspetterebbe un’iconografia vichinga e per gli amanti del fumetto tradizionale: Rubín, poco interessato alla verosimiglianza e alla caratterizzazione dei personaggi (i mostri sembrano degli Alien), mette in mostra un tratto potente e dinamico e realizza tavole ipersature e coloratissime, con forti e continui contrasti di colore soprattutto grazie all’utilizzo del rosso del sangue e del nero dei mostri: la griglia è assolutamente libera e frenetica, tanto che la pagina è speso scomposta in numerosi riquadri che analizzano i dettagli o rendono la contemporaneità delle azioni dei personaggi sulla scena, come nel caso dell’incredibile espediente utilizzato per descrivere le percezioni sensoriali di Grendel, che vediamo dall’alto mentre si aggira per la sala e vede gli uomini semplicemente come fasci di muscoli e nervi. La sua è una natura minacciosa e dalle dimensioni imponenti, con animali non meno inquietanti dei mostri, e numerose sono le citazioni dal cinema russo e dall’espressionismo tedesco. Insomma, un’opera meritevole di attenzione, non scevra di alcune pecche e minata da un evidente squilibrio tra narrazione visiva e verbale.

giovedì 2 luglio 2015

Giordano Bruno Guerri - Povera santa, povero assassino

Chi non ha mai sentito parlare di Santa Maria Goretti, vergine della purezza? Io, per esempio, almeno fino a quando non sono entrato in possesso di questo libro dello storico Giordano Bruno Guerri, tra l’altro definito (pare) dal cardinale Pietro Palazzini uno “strumento del demonio” perché teso a screditare la santità della piccola martire uccisa, all’età di 13 anni, dal ventenne Alessandro Serenelli, all’inizio del luglio 1902, con 14 colpi di punteruolo, per aver resistito al suo tentativo di violenza. Questa edizione Bompiani presenta il testo di Guerri con tutte le note e gli errori (ben 79) segnalati dalla Commissione per la valutazione e la confutazione delle sue tesi: detta così, sembrerebbe un libro pieno di sciocchezze in palese malafede, e invece Povera santa, povero assassino è un’opera di tutto rispetto, con una grande ricostruzione storica d’ambiente. Anche perché, se si va a vedere la portata degli errori segnalati dalla Commissione, si scopre che questi non entrano minimamente nel merito della ricostruzione culturale dei protagonisti e quella storico-sociale-economica dell’ambiente, ma gli contestano particolari irrilevanti come l’altezza di Maria Goretti (che per Guerri era di un metro e 30 mentre la Commissione un metro e 38) o la trascrizione del gemito “hi hi hi” della piccola santa che avrebbe dovuto essere “ih ih ih”. Insomma, quisquilie, che forse (e lo dico da cattolico convinto) dovrebbero far riflettere sull’impreparazione di un certo mondo ecclesiastico nel difendere il proprio operato. Invece, l’efficacia del libro risiede proprio nella sua rievocazione storica della terribile realtà della Paludi Pontine di inizio Novecento, uno scenario da Terzo Mondo a soli 50 chilometri da Roma, il regno della povertà, della miseria, della denutrizione, delle malattie e della sopraffazione, dove l’unica consolazione era la religione, anche se quasi sempre vissuta in modo superstizioso. Un luogo che oggi sembra irreale, contraddistinto da nomi da gioco di ruolo fantasy (Cavallo Morto, Pantano dell’Inferno, Piscina della Tomba, Femminamorta, Pantano dell’Intossicata e addirittura Gnif Gnaf, dal suono dei passi nel fango), e che è ben riassunto da una delle sue figure più desolanti, quella del mignattaro, che stava immerso nell’acqua della palude a fare da esca con le sue gambe per le sanguisughe. Non solo: nonostante l’enciclica Rerum novarum di Leone XIII (che ebbe il merito di portare il mondo cattolico ad affrontare la questione sociale e di chiedere un netto miglioramento delle condizioni della classe operaia), i parroci della zona si adoperarono a frenare, per timore del socialismo, la presa di coscienza sociale dei contadini, spingendoli a rimanere affezionati alla vecchia fede, alle vecchie abitudini e alla vecchia miseria. È questo lo scenario che permette di accostarsi alla vicenda di Maria Goretti, per Guerri martire non della purezza bensì della miseria e dell’ignoranza, in un’epoca in cui i bambini venivano messi a lavorare non appena ne avevano possibilità. Sempre raffigurata come un’adolescente bionda, florida e sana («Anche alle sante, come a qualsiasi altra donna che debba avere un ruolo esemplare, il codice maschile richiede di essere graziosa, se proprio non possono essere bellissime»), in realtà era una bambina piccola e malata (l’autopsia rivelò che aveva la malaria, come suo padre, che ne era già morto), dai capelli bruni, sottosviluppata anche per la sua età. Il libro dedica però uguale spazio al suo assassino, Alessandro Serenelli, che, non dobbiamo dimenticarlo, viveva non solo nella stessa casa ma soprattutto nelle medesime condizioni di miseria e sopraffazione, senza possibilità di riscatto sociale o prospettive di una vita migliore: abituato a un codice comportamentale che trattava le donne come oggetti subordinati agli uomini, cercò di avere un approccio sessuale (il primo della sua vita) con una bambina e non fu nemmeno in grado di realizzarlo (era probabilmente impotente), scontando poi il delitto tra varie prigioni e finendo addirittura giardiniere di un convento (quando morì esclamò: «Sono stato fortunato a uccidere una Santa», e «Maria ha fatto bene a farsi ammazzare»). Guerri denuncia l’ambiguità dei miracoli che sono stati attribuiti a Maria e le contraddizioni del suo processo di canonizzazione, durante il quale furono cambiate troppe testimonianze affinché tutto filasse liscio (si tacque sulle percosse domestiche, l’assassino fu spinto a dire che la vittima aveva resistito alla violenza, addirittura fu spostata di un anno la data della prima comunione di Maria per giustificare l’esiguo numero di comunioni da lei fatte), fino alla proclamazione di santità a opera di Pio XII nel 1950, e avanza la teoria che non è stata la beatificazione ad avere effetto sul costume, ma il costume ad avere effetto sulla beatificazione: subito dopo la morte di Maria, partì dai padri passionisti (quelli che le erano stati vicini e le avevano dato la prima comunione) le la proposta di farla martire della purezza, in una terra in cui di puro c’era ben poco (e anzi nelle abitazioni dei contadini l’incesto era la norma), un esempio popolare contro il dilagare del vizio e della decadenza dei costumi, ripreso in pieno nel clima concordatario di confluenza politica tra regime fascista e Chiesa cattolica e di restaurazione cattolica populista e nazionalista (il regime fascista aveva interesse a ricordare l’infamia della vita nelle Paludi Pontine prima della bonifica e a esaltare i miti della ruralità e della donna quale “sposa e madre esemplare”, proprio come li esaltava la Chiesa), tanto che Guerri ipotizza un finanziamento fascista ai padri passionisti perché riuscissero a mandare avanti la causa di canonizzazione (il passionista padre Aurelio Verticchio, autore della prima biografia agiografica di Maria Goretti, era un grande sostenitore del governo fascista “italianissimo e restauratore”). Ovviamente, lo stendardo della vergine della purezza, una vera e propria nuova Sant’Agnese, venne ripreso anche nel Dopoguerra contro il dilagare del vizio e il mito del benessere proveniente dall’America: Maria Goretti era una santa popolare, una santa con tutti gli elementi del romanzo (compresa una mamma che piange e un assassino redento), che aveva avuto un martirio elementare e recente, alla portata di tutti, era povera controvoglia e non per scelta e, per di più, era ideale per il culto popolare in quanto aveva agito fuori dalle gerarchie ecclesiastiche senza essere una santa astrusa, dagli incomprensibili meriti teologali o monastici. Che sia una vicenda complessa che meriterebbe un profondo dibattito è fuori di dubbio (con la cessazione delle agiografie che fanno più del male che del bene alla Chiesa), però devo dire che Guerri risulta molto meno convincente quando affronta le cose con un piglio militante e attacca la Chiesa colpevole di portare ancora ai giovani l’esempio di Santa Maria Goretti come martire della purezza che ha preferito farsi ammazzare che cedere a uno stupratore (io ho avuto un’educazione cattolica e prima di questo libro non avevo mai sentito neanche nominare Maria Goretti), così come non condivido la sua decisione di attaccare la “politica dei santi” di Giovanni Paolo II e le parti in cui denuncia la sessuofobia della Chiesa, la sua misoginia e i deliri psicoerotici di sante come Orsola Giuliani, Francesca Brussi e Gemma Galgani (che con Maria Goretti, le Paludi Pontine e il fascismo non hanno avuto niente a che fare), che a suo giudizio hanno mascherato le loro pulsioni sessuali come impulsi metafisici. Inoltre, si tace sul particolare più importante: Maria Goretti ha perdonato il suo assassino. Magari è stata spinta a farlo, ma pare l’abbia fatto (il sostegno in punto di morte serve a questo), tanto che il suo assassino, per quanto bifolco, psichiatrico e coinvolto inconsapevolmente nella montatura della causa di santificazione, rimase colpito dalla cosa e chiese a sua volta perdono alla madre della vittima. Certo, può anche aver subito il lavaggio del cervello, ma credo ugualmente che non sia una cosa da poco…