venerdì 3 luglio 2015

Santiago García, David Rubín - Beowulf

Negli ultimi anni Beowulf è tornato prepotentemente alla ribalta, non solo dal punto di vista cinematografico, ma anche editoriale: è recente la pubblicazione della traduzione di Tolkien, uno dei massimi esperti sull’argomento, a cui si deve la fortuna e la rielaborazione del mito del drago sputafiamme che custodisce un gigantesco tesoro (chi ha detto Smaug?). È ora il turno di un fumetto, opera di Santiago García (testi) e David Rubín (disegni), ennesimo tentativo di rileggere in chiave moderna questo mito nordico alla base dell’omonimo poema epico in inglese arcaico che racconta il passaggio del mare da parte dell’eroe danese Beowulf per combattere il mostro Grendel e sua madre e poi, dopo 50 anni, vecchio, lo vede affrontare un drago che minaccia il regno. L’impianto narrativo non è così solido, con dialoghi secchi e scarni per nulla memorabili e un Beowulf divorato dai suoi demoni (come prova la copertina con il profilo di Beowulf e sotto il profilo di Grendel) e da un’incredibile voglia di raggiungere la gloria eterna («Vivere è solo aspettare la morte. Se possiamo, dobbiamo ottenere la gloria prima»): per questo decide di combattere a mani nude contro il suo primo avversario (Grendel) ma poi è costretto a utilizzare una spada per sconfiggere (minimizzando subito dopo la sua utilità) sua madre. Non banale però si rivela anche il ragionamento sulla gloria ottenuta non solo sul campo di battaglia ma anche grazie alla fama (alla fine, dopo essere stato sospettato di millanteria per l’esagerato racconto della sua sfida marina con Breca, il vecchio pensieroso Beowulf chiede: «Volete sapere la vera storia di Breca?», ma poi non dice nient’altro, partendo per combattere il drago). A spiccare è invece la parte visiva del volume, anche se spiazzante per chi si aspetterebbe un’iconografia vichinga e per gli amanti del fumetto tradizionale: Rubín, poco interessato alla verosimiglianza e alla caratterizzazione dei personaggi (i mostri sembrano degli Alien), mette in mostra un tratto potente e dinamico e realizza tavole ipersature e coloratissime, con forti e continui contrasti di colore soprattutto grazie all’utilizzo del rosso del sangue e del nero dei mostri: la griglia è assolutamente libera e frenetica, tanto che la pagina è speso scomposta in numerosi riquadri che analizzano i dettagli o rendono la contemporaneità delle azioni dei personaggi sulla scena, come nel caso dell’incredibile espediente utilizzato per descrivere le percezioni sensoriali di Grendel, che vediamo dall’alto mentre si aggira per la sala e vede gli uomini semplicemente come fasci di muscoli e nervi. La sua è una natura minacciosa e dalle dimensioni imponenti, con animali non meno inquietanti dei mostri, e numerose sono le citazioni dal cinema russo e dall’espressionismo tedesco. Insomma, un’opera meritevole di attenzione, non scevra di alcune pecche e minata da un evidente squilibrio tra narrazione visiva e verbale.

2 commenti:

  1. L'idea del mostro "Alien" compariva in Outlander, sebbene fosse l'unica parte veramente convincente del film, ahimè. Il revival di Beowulf finora è stato molto altalenante, a volte mi dà la spiacevole impressione di arrancare sulla scia di altri fantasy...

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  2. Concordo. A mia memoria, il film pseudopunk di fine anni '90 con Christopher Lambert con la modella di Playboy è stato il peggiore, qualcosa che mi ha fatto vergognare per loro e per me (lo stesso tipo di vergogna che si prova a guardare una puntata di una fiction di Teodosio Losito). Quello con Gerard Butler era visivamente suggestivo, quello animato di Zemeckis sceneggiato da Neil Gaiman era molto interessante dal punto di vista della sceneggiatura ma con un target sbagliato (era destinato alle famiglie ma aveva complessi ragionamenti sul peccato e sulle sue conseguenze).

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