giovedì 6 agosto 2015

Javier Zanetti (con Gianni Riotta) - Giocare da uomo

Javier Zanetti è una leggenda. Per chiunque condivida la fede nerazzurra è semplicemente “il Capitano”, l’unico, inimitabile e insostituibile: 19 anni di Inter, di cui 15 da capitano, sempre in campo, a metterci la faccia, anche in anni di mediocrità, sofferenza e difficoltà. Un professionista esemplare, timido e schivo, capace di allenarsi anche il giorno del suo matrimonio, uno che non ha mai fatto polemiche, che non è mai uscito dalle righe e che ha fatto della serietà la sua ragione di vita. Intendiamoci, stiamo parlando di uno a cui l’Inter ha distrutto la carriera, di un campione che in qualsiasi momento avrebbe potuto andarsene da qualche altra parte, al Barcellona o al Real Madrid (dove ha pure rischiato di finirci, nell’estate del 2001), per vincere finalmente qualcosa. E invece no, è rimasto in nerazzurro, fino alla fine, da vera bandiera, per conoscere finalmente le vittorie e il momento più grande in assoluto, l’irripetibile Triplete del 2010. Ora che si è ritirato (al termine della stagione 2013-14) non è per niente la stessa cosa, e non solo perché l’Inter è tornata nella mediocrità. Zanetti era una certezza, un esempio positivo in un calcio caotico e mercificato, un punto riferimento nella vita di tutti i tifosi: c’era, e tanto bastava. Tutti quelli che ne sentono la nostalgia possono leggere questa autobiografia scritta con l’aiuto del giornalista Gianni Riotta, che ripercorre le gesta del Capitano dalla sua infanzia difficile a Buenos Aires, caratterizzata da tanti sacrifici e dall’etica del lavoro (faceva il muratore insieme a suo padre e consegnava il latte alzandosi alle tre del mattino), passando per le prime squadre (Talleres e Banfield), fino all’approdo all’Inter nell’estate del 1995, nella prima campagna acquisti di Massimo Moratti come presidente. Una storia fatta di giocatori e allenatori, di successi (pochi) e delusioni (molte), scolpita indelebilmente nella memoria di tutti i tifosi nerazzurri: il rigore non dato a Ronaldo nel 1998, la Coppa Uefa vinta a Parigi contro la Lazio, il 5 maggio del 2002 all’Olimpico, i successi di Mancini e Mourinho. Zanetti ripercorre ogni ricordo con saggezza e umiltà, com’è nel suo stile, senza mai dimenticare il suo ruolo istituzionale: ha una parola buona per tutti, eccede di affetto e indulgenza nei confronti di Moratti, ringrazia i tifosi, rivendica la pazzia dell’Inter come sua ragion d’essere e ricorda di quando in spogliatoio contrappose l’orgoglio nerazzurro allo sprezzante Marcello Lippi (uno che all’Inter è stato sempre fuori posto), senza però mai mancare di rispetto. L’unica volta in cui si permette di alzare un po’ la voce è nei confronti di Marco Tardelli, da lui definito l’allenatore più scarso con cui abbia mai lavorato (e questo lo sapevamo, basti ricordare che Tardelli è l’uomo del famigerato derby perso 6-0), e che tra l’altro lo voleva pure vendere. Non mancano particolari divertenti che mostrano uno Zanetti insospettabile, come quando ha fatto cantare e ballare Nagatomo al suo arrivo in squadra, o come la volta in cui la moglie lo ha portato in albergo dove non c’erano palestre e lui si è allenato prendendola in spalla e facendo sollevamento pesi. Ovviamente, grande spazio è dedicato al rapporto con Mourinho (che anche per Zanetti è semplicemente il migliore) e all’anno del Triplete, con aneddoti e rievocazioni delle partite cruciali di quella stagione (il derby stravinto 4-0, il confronto con la Roma, le partite di Champions contro Dinamo Kiev, Chelsea, Barcellona e Bayern Monaco, la serata di Madrid e il delirio per la conquista della Champions League), il grande legame con i compagni di quella squadra di fenomeni che fa capire ancora di più la grandezza del lavoro di Mourinho. Prima di chiudere, il nostro dedica qualche parola al suo impegno sociale con la Fondazione Pupi (che prende il nome dal suo soprannome), creata per aiutare bambini e ragazzi disagiati del quartiere in cui è cresciuto, e la sua decisione di continuare in società (al momento Zanetti è vicepresidente) per dare il suo contributo a migliorare il mondo del calcio che è ormai solo un grande circo mediatico. Insomma, la mia fede nerazzurra non mi rende assolutamente obiettivo nel giudicare questo libro: letterariamente vale meno di zero, come tutte le biografie dei calciatori, ma a chi importa? Se siete interisti come me, vi commuoverà.

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