giovedì 24 settembre 2015

Donna Tartt - Il cardellino

Se ne è fatto un gran parlare e ha sollevato lodi e apprezzamenti ma anche critiche e giudizi negativi questo Il cardellino, romanzone di 900 pagine capace di vincere il Premio Pulitzer 2014 e scritto da un’autrice amatissima sia dalla critica sia dal pubblico statunitense come Donna Tartt, talmente perfezionista da scrivere un romanzo ogni dieci anni (anche se per me finora era una perfetta sconosciuta). Certo, è bene premettere che alcune di queste critiche sono del tutto giustificate: Il cardellino parla di un protagonista drogato, truffatore e mentitore portato all’autoindulgenza in cui non tutti possono essere portati a identificarsi, e soprattutto è lunghissimo, prolisso, ipertrofico, con squilibri e lungaggini dovuti a un profluvio maniacale di dettagli, ma, nonostante tutti i suoi difetti, affascinante e scritto benissimo (anzi, proprio il fatto di essere scritto benissimo permette di superare tutte le sue parti inutili e ridondanti). Racconta la storia di Theodore Decker, un ragazzino di 13 anni newyorkese che perde la madre in un attentato terroristico al Metropolitan Museum di New York, tragico evento che segna in maniera indelebile la sua personalità. Si ritrova accanto a un uomo agonizzante da cui riceve un anello d’oro e un incarico enigmatico, ma soprattutto esce portandosi via un quadro del 1654, Il cardellino appunto, opera del maestro olandese Carel Fabritius, allievo di Rembrandt e (ironicamente) moto anche lui per l’esplosione di un magazzino di polvere da sparo. Proprio questo quadro è il filo conduttore narrativo ed emotivo di tutto il romanzo, che rappresenta la fine dell’infanzia e l’irruzione in un mondo improvvisamente ostile e, contemporaneamente, diviene lo specchio del protagonista, il suo più grande tesoro ma anche la sua più grande maledizione: d’ora in poi Theo vivrà in funzione della paura di venire scoperto ma non riuscirà mai a staccarsi da esso, come unico appiglio alla felicità perduta nel suo duro e triste peregrinare di situazione in situazione. Adottato da una ricca famiglia newyorkese con qualche problema psicologico (se non psichiatrico), i Barbour, viene poi trascinato dal padre alcolizzato e baro a Las Vegas, non quella scintillante dei casinò ma una periferia marcia e polverosa, un vero e proprio non-luogo dove Theo completa la sua iniziazione negativa tra adulti inadeguati, falsari e droghe: qui conosce Boris, un altro adolescente alla deriva, con cui vive un’esistenza alla deriva tra alcol e droghe, senza alcuna figura di riferimento. Tornato da fuggiasco a New York dopo aver perso il padre, adottato di fatto dall’antiquario Hobie, Theo proseguirà nell’abuso di droghe e inizierà una carriera di truffatore e falsario che gli porterà qualche problema; rientrerà in contatto con i Barbour, si fidanzerà con l’algida stronza Kitsey (che lo cornifica con l’amore della sua vita che però non può sposare per questioni sociali) e soprattutto rivedrà Boris, ormai divenuto un malavitoso di livello che gli dirà di aver smarrito il suo preziosissimo quadro che Theo pensava essere al sicuro. Il romanzo è tutto narrato in prima persona, a posteriori, da un Theo ormai adulto da un albergo di Amsterdam 14 anni dopo l’attentato, nel bel mezzo della svolta thriller che la Tartt imprime al libro nella seconda parte, e sorprende che una donna riesca così bene ad assumere il punto di vista di un uomo, soprattutto di uno come Theo, un protagonista nascosto (come mostra genialmente la copertina tagliata che nasconde il quadro), alienato e bloccato dalle sue paure e dai suoi fantasmi. Romanzo di formazione morale (ma mai moralista) con echi dickensiani (Dickens viene citato espressamente quando Hobie dichiara riferendosi a Boris: «Me l’ero sempre immaginato come l’Artful Dodger di Oliver Twist»), Il cardellino potrebbe definirsi la storia del rapporto tra una persona e un oggetto, ma anche come un’analisi dell’elaborazione del lutto che diventa sofferenza e fuga dal nonsenso dell’esistenza («Qualunque cosa ci insegni a parlare con noi stessi è importante: qualunque cosa ci insegni a cullarci fino a uscire dalla disperazione»), dei tanti tipi di amore o di legame che si vengono a creare tra le persone, della ricerca di affetto, della ricchezza sterile e del potere dell’arte di costruire un immaginario affettivo (non solo il dipinto per le correlazioni con la madre, ma anche dell’onnipresente personaggio di Pippa, la nipote di Hobie, perenne oggetto d’amore di Theo che viene mitizzata e circonfusa nella sua immaginazione). A parte gli sproloqui, le lungaggini (nell’ultima parte ambientata ad Amsterdam con Theo a letto in albergo e impossibilitato a ritornare a New York in quanto privo di passaporto ho vacillato anch’io) e le esagerazioni nelle descrizioni degli ambienti (e perfino delle metodologie di restauro!), è una grandissima lettura: Theo è un essere orribile e discutibile, ma ci ritroviamo a fare il tifo per lui, a soffrire per le sue delusioni e a esultare per come riesce sempre a farla franca (il ruffianissimo finale è emblematico di ciò). Soprattutto, la parte ambientata a Las Vegas è fantastica e fa capire che ci troviamo di fronte a una scrittrice eccezionale.

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