sabato 31 ottobre 2015

Elena Ferrante - L'amica geniale

Ormai divenuta un caso letterario con due film tratti da suoi romanzi e un successo di critica e di pubblico non solo italiano (il mondo culturale di New York l’ha celebrata in termini entusiastici), Elena Ferrante è uno dei nomi più forti del panorama letterario italiano, nonostante questo nome sia uno pseudonimo visto che l’identità di questa scrittrice resta avvolta dal mistero (c’è chi dice abiti in Grecia e chi addirittura spergiura si tratti di Anita Raja, moglie di Domenico Starnone). Personalmente (e colpevolmente) non avevo mai letto niente di suo ma ho deciso di affrontare L’amica geniale, primo di una serie di quattro romanzi che raccontano l’amicizia tra Elena (Lenù) Greco e Raffaella (Lila) Cerullo in un rione di Napoli nel Secondo Dopoguerra, narrata in prima persona da Elena (che si chiama come l’autrice, quindi di fatto si pone come una sorta di biografia letteraria di una scrittrice, Elena Ferrante, che restando nell’anonimato ha deciso di far trapelare la sua identità esclusivamente dalle pagine dei suoi romanzi). L’incipit (la sparizione di Lila) offre l’occasione di ripercorrere le tappe di questa amicizia a partire dall’infanzia (in un rione fatto di violenza, di pietre in faccia, di sangue, di genitori che lanciano fuori dalla finestra i figli) e poi attraverso l’adolescenza, ma soprattutto di soffermarsi sull’ambivalenza del rapporto tra le due, all’inizio un rapporto di subalternità, con Lila che impone prepotentemente la sua personalità e Lenù che la subisce, modellandosi su di essa. Il rapporto però è più complesso: Lenù prova per l’amica da una parte ammirazione, dall’altra una sorta di odio, ma non riesce mai a fare a meno di lei. Tutto quello che fa (anche i rapporti con i ragazzi) è sempre messo in relazione con Lila, con la sua vita, le sue reazioni, i suoi problemi. La genialità cui allude il titolo non è molto chiara: da un lato sembrerebbe riferirsi all’intelligenza quasi prodigiosa di Lila, che fin da bambina mostra un coraggio incredibile nel suo rapporto con gli altri, soprattutto con i maschi e con i potenti del rione (lo strozzino Don Achille), e che anche a scuola dimostra di avere una marcia in più, sebbene non gli sia permesso dalla sua famiglia di proseguire gli studi dopo la terza media. Dall’altro, quando Lenù va al liceo classico e consegue ottimi voti, con Lenù che si procura in biblioteca i libri che l’amica studia per scuola, sembrerebbe che il rapporto si sia ribaltato, ma poi si scopre che Lila aiuta Lenù nei compiti e addirittura ha progettato un paio di scarpe rivoluzionarie per il calzaturificio del padre, quindi il rapporto di genialità tra le due continua a ribaltarsi fino al finale con le nozze (non capite da parte di Lenù) di Lila, che (sposa a 16 anni!) sembra conformarsi a quella realtà che ha sempre apparentemente rifiutato. Inoltre viene introdotta la cosiddetta “smarginatura”, un senso di smarrimento molto forte per cui le figure perdono i loro contorni, fenomeno di cui soffre Lila e che rende ancor più evidente la sua irrazionalità. Non tutto è ancora chiaro (il ruolo della professoressa Oliviero, che per certi aspetti agisce da figura materna per Lenù spingendola a studiare, ma poi scompare), ma gli elementi chiave della saga sembrano esserci tutti: il realismo psicologico nell’analisi dei personaggi e dei loro stati d’animo, la storia italiana filtrata attraverso le emozioni dei personaggi (gli echi del fascismo e della guerra, il boom economico con l’arrivo della televisione), lo studio come unica possibilità di riscatto sociale e, soprattutto, il rione come universo e realtà autosufficiente, con le sue rivalità interne ma chiuso e unito nei confronti dell’esterno (tutta la vicenda è ambientata interamente nel rione, fatta eccezione per una breve trasferta estiva di Lenù a Ischia). Sembra non esserci niente al di fuori di questo, e non è un caso che Lila e Lenù vedano il mare e il Vesuvio solo a una certa età, come una specie di tappa iniziatica, o che Lenù non parli mai dei compagni di classe di liceo riferendosi sempre e solo ai conoscenti del rione). Particolare importante: il libro è scritto benissimo, e avvince veramente.

lunedì 26 ottobre 2015

Marjane Satrapi - Pollo alle prugne

Ho profondamente amato Persepolis di Marjane Satrapi, graphic novel capace di raccontarmi qualcosa dell’Iran più di qualsiasi inchiesta giornalistica e di farmi provare interesse per la storia di questo Paese (la fine del regime dello scià, la rivoluzione degli ayatollah, la guerra con l’Iraq) grazie alla sua poesia, al suo umorismo e alla sua profondità. Proprio per questo ho affrontato questo Pollo alle prugne con molto timore, temendo di restare deluso da un’opera non all’altezza. Per fortuna, non è andata così. Se non è paragonabile a Persepolis né per lunghezza né per complessità, Pollo alle prugne è comunque una grande lettura. Ambientata nell’Iran monarchico nel 1958, è la storia di Nasser Ali Khan (prozio di Marjane Satrapi, la quale entra in scena ricordando di aver una volta conosciuto sua figlia), suonatore di tar (strumento persiano a sei corde simile a un liuto) cui, durante la più violenta delle loro crisi coniugali, la moglie Faringuisse ha distrutto il prezioso strumento. Non riuscendo a sostituirlo (il nuovo tar, per quanto raffinato, non può avere per la sua anima lo stesso suono del vecchio), il disperato decide di morire di inedia: il vero motivo è che per strada ha appena visto Irâne (che ha finto di non riconoscerlo), oggetto di un passione giovanile mai realizzata, e gli sembra intollerabile la vita con una donna (Faringuisse) che non ha mai amato e che ha sposato solo per far felice la madre («nella vita di coppia, il carattere è più importante del fisico»). Scandita in giornate (la settimana che precede la morte di Nasser Ali Khan) e animata dai deliziosi disegni stilizzati e monocromatici caratteristici dell’autrice (che si adattano alle varie situazioni, come quando utilizza lo sfondo in riferimento a episodi passati, futuri o onirici), l’opera racconta una storia tragica e struggente con tocchi da fiaba e da commedia e inserti onirici (l’incontro con l’angelo della morte Azrael e il racconto di questi alle prese con un mercante fifone): ogni giornata è l’occasione per rievocare la vita del protagonista, esprimere il suo disagio familiare, l’egoismo, il non sentirsi capito dai figli («Sto per crepare e tutti se ne fregano»), il rapporto con il fratello comunista, la morte della madre. Singolare che Nasser pensi di non morire perché la sua figlia preferita prega per lui, mentre a farlo è in realtà il figlio che lui non capisce e non sopporta. Grande esaltazione della potenza dell’amore (la musica incanta perché racchiude il dolore di un cuore spezzato). Il pollo alle prugne del titolo è il piatto preferito del protagonista, che lui sogna durante il suo digiuno e che era la specialità di sua madre.

domenica 25 ottobre 2015

Karl Ove Knausgård - La morte del padre

La vita diventa un romanzo oppure è il romanzo che racconta la vita? Questo l’interrogativo che sorge leggendo La morte del padre, primo capitolo di una saga di sei volumi intitolati La mia battaglia (proprio come il Mein Kampf di Hitler, e la cosa è voluta) in sui il norvegese Karl Ove Knausgård, a dispetto della sua giovane età (è nato nel 1968), ha deciso di raccontare la storia della sua vita, venendo subito etichettato dal marketing editoriale come la risposta contemporanea alla Recherche di Proust. Ed è proprio il suo volto a campeggiare sulla bellissima copertina dell’edizione Feltrinelli, che riesce a rappresentare perfettamente il mix di biografia, intimità e ambiente che l’autore evoca in queste 500 pagine (mica uno scherzo!) dedicate alla sua infanzia e al difficile rapporto con la figura paterna, oltre che alla sua recente esperienza di padre con la sua seconda moglie con la quale si è trasferita in Svezia. A parte questo, è impossibile delineare una vera e propria trama, visto che il libro è praticamente privo di struttura. Ci sono la scuola, i compagni, il calcio, le ragazze, le prime esperienze sessuali, la musica, i libri, cose che fanno parte dell’infanzia di tutti. Knausgård non è troppo interessato a rendere interessante la sua vita: racconta quello che ricorda e lo fa attraverso un flusso di pensieri e una serie di gesti ripetuti (come il tirarsi indietro i capelli) che portano alla sua memoria altri ricordi o sensazioni già vissute, sentimenti, paure, manie e traumi mai superati. Indugia nel racconto della stessa giornata o anche di poche ore, si lascia andare a riflessioni sulla letteratura, l’arte e la filosofia, attraverso una scrittura affascinante e magnetica dai periodi molto lunghi (ma priva dell’artificiosità del ricordo letterario) che avvince alla ricerca di chissà quale punto di svolta che non arriva mai. Si rimane totalmente spaesati di fronte a tutto questo, ai tanti momenti sconnessi tra loro in cui Karl Ove scrive, beve, fuma, prepara da mangiare, pulisce in casa, taglia l’erba, e nel frattempo affida alla scrittura riflessioni sull’essere genitore, sulla famiglia o sul rapporto molto forte con il fratello Yngve. Scordatevi sentimenti positivi o solari: tutto in lui è plumbeo, solitario, triste e depressivo, un vero racconto di un’anima che ha interiorizzato ogni cosa e che utilizza la letteratura per esprimere il proprio dolore. Ho trovato molto significativo che Knausgård viva in una società come quella norvegese che fa fatica a esprimere il dolore o le proprie sensazioni, ma che allo stesso tempo cerchi un senso alla vita che apparentemente non c’è e lo trovi nella scrittura: questo è indice di una forte consapevolezza letteraria. Lo stesso inizio è un ottimo biglietto da visita: una lunga dissertazione sulla morte e sulla nostra necessità di esorcizzarla, proprio come fa lo stesso autore nel caso concreto della morte di suo padre, un personaggio enigmatico e anaffettivo che a un certo punto pianta la famiglia e inizia a bere come unica attività di vita (fino a morire alcolizzato in divano coperto dai suoi stessi escrementi). A me il libro è piaciuto molto, ma riconosco che non tutti possano condividere il mio entusiasmo: in molti punti le dissertazioni e le interiorizzazioni dell’autore possono diventare soverchianti e risultare respingenti.

giovedì 8 ottobre 2015

Hilaire Belloc - Elisabetta regina delle circostanze

Di Hilaire Belloc, strana figura di storico e letterato mezzo inglese e mezzo francese dimenticato e pochissimo conosciuto (almeno in Italia), avevo già curato Gli ebrei, trattato (distorto dalla propaganda fascista) sulla questione ebraica negli anni immediatamente precedenti il nazismo. Ora esce, sempre Fede & Cultura, Elisabetta regina delle circostanze, saggio del 1946 dedicato alla famosissima Elisabetta I d’Inghilterra, tradizionalmente dipinta come la Regina Vergine, Gloriana, la regina più amata della storia, celebrata dai più grandi poeti, creatrice della supremazia marittima inglese, tollerante e di larghe vedute. Il cattolico Belloc intende fare piazza pulita di tutti questi miti pop e lo fa con un libro articolato, complesso, dotato di vis polemica e senza timori reverenziali: a lui interessa dimostrare che il mito di Elisabetta fu creato e utilizzato da una ristretta minoranza di persone interessate a mantenere il loro nuovo status di arricchiti in seguito alla confisca dei beni della Chiesa cattolica e dallo smantellamento dell’intero sistema monastico inglese. Non è una biografia in senso stretto, ma una ricostruzione d’epoca che abbraccia diversi aspetti: la genesi (giudicata “comica e istruttiva”) della famiglia Tudor, le complicate vicende che la portarono sul trono in seguito alla Guerra delle Due Rose, l’innamoramento di Enrico VIII per Anna Bolena che portò alla separazione dalla Chiesa di Roma, la difficile infanzia di Elisabetta, le sue tristi vicende sentimentali (lo scandalo dell’amore con lo zio adottivo Thomas Seymour, il rapporto con Francesco d’Angiò, le relazioni con il duca di Leicester e quello di Essex), la sua sterminata cultura (parlava perfettamente il greco, a riprova del rinnovato interesse della Riforma verso questa lingua in quanto risurrezione dell’antichità dalla morte e violenta reazione contro il peso dell’antica latinità), i problemi con la Scozia (legati a Maria Stuarda), il pericolo della Spagna di Filippo II (già marito della sorella di Elisabetta, Maria), l’invasione dell’Armada, la Riforma religiosa e le sue ripercussioni sull’economia, sulla società, sulla lingua e sulle arti nelle isole britanniche. Magari Belloc è un po’ datato da certi punti di vista (Enrico VIII non morì di sifilide, anche se lui sembra convinto del contrario), non cita le fonti e in alcuni casi esprime giudizi assolutamente personali (come quando definisce noiose e difficile le Instititutiones christianae di Calvino oppure nota: “C’è qualcosa di comico e allo stesso tempo di tragico nel fatto che il sangue dei Tudor, traviato, screditato e malsano, si sentisse attratto verso lo stanco sangue dei Valois”), ma il suo racconto è di largo respiro, stabilisce continui collegamenti con l’attualità e invita a non giudicare gli usi del passato (come la tortura) secondo la mentalità presente. Ammette che quella che oggi chiamiamo Inghilterra nasce dalla Riforma inglese, ma sottolinea che la lingua e la letteratura inglese (precedenti la Riforma) entrano nel pieno del loro vigore quasi contemporaneamente all’Inghilterra protestante; riconosce che l’epoca elisabettiana coincise con una nuova fioritura artistica e letteraria, ma invita a considerare che quello che noi chiamiamo periodo elisabettiano dovrebbe essere detto piuttosto periodo giacobita, visto che opere come Re Lear e La tempesta di Shakespeare appartengono al regno di Giacomo I Stuart (il Bardo di Stratford-on-Avon sopravvisse infatti per ben 13 anni a Elisabetta). Soprattutto, non disdegna una lettura socioeconomica della Riforma religiosa, da lui indicata anzi come il vero e proprio momento di passaggio dall’Inghilterra medievale all’Inghilterra moderna (come si vede anche in architettura, con la fine dello stile gotico e l’affermarsi di quello civile rinascimentale-Tudor), quando, con la scusa di dover mantenere i beni strappati alla Chiesa, l’autorità religiosa fu soppiantata da una nuova autorità più gradita, quella del monarca prima e della nazione poi (con un’evoluzione che richiese tre generazioni per essere compiuta). Elisabetta non ne fu la fautrice (l’assalto che la Corona fece ai beni monastici prese il via quando lei aveva compiuto tre anni, mentre la grande spogliazione venne completata quando ne aveva compiuti sette), ma si trovò semplicemente al posto giusto al momento giusto: una vera e propria “regina delle circostanze”, che legò il suo destino alla classe dei nuovi ricchi, aiutata in questa sua opera da William Cecil, autentico promotore di simili istanze a livello politico e creatore della Chiesa d’Inghilterra.

mercoledì 7 ottobre 2015

Ray Bradbury - Il popolo dell'autunno

Veramente notevole questa escursione nell’horror di Ray Bradbury, autore più famoso per aver scritto Cronache marziane e soprattutto Fahrenheit 451, in questo caso autore di un romanzo oscuro e onirico che funge da racconto di formazione per giovani lettori. Intitolato in originale Something Wicked This Way Comes da una frase di una delle tre streghe del Macbeth di Shakespeare («By the pricking of my thumbs, / Something wicked this way comes») e divenuto in italiano Il popolo dell’autunno, è forse il capostipite degli horror circensi (il luna-park come luogo di tenebra e di dannazione). Racconta la storia di due protagonisti tredicenni, Will Halloway e Jim Nightshade, che vivono nell’immaginaria cittadina di Green Town nell’Illinois (Stato di origine di Bradbury). Una notte, alle tre del mattino (la mezzanotte dell’anima, l’ora in cui negli ospedali muore più gente che in qualsiasi altra ora), arriva un misterioso treno sul quale viaggia un luna-park itinerante, “Il Grande Spettacolo Pandemonio di Cooger & Dark”, che pianta le sue tende nella cittadina e irretisce gli abitanti con le sue giostre luciferine, il labirinto degli specchi (che mostra altre età della vita che si vorrebbero rivivere o le proprie paure più profonde) e la giostra (capace di modificare l’età delle persone a seconda che si facciano giri avanti o indietro). Le creature di questo circo, guidate dal misterioso e carismatico signor Dark, chiamato l’Uomo Illustrato (un tizio tutto tatuato con un occhio su ogni nocca delle mani), si nutrono dei desideri delle persone e così si impossessano della loro anima. Non fa eccezione il piccolo Jim, che sogna di divenire più grande per essere rispettato e rischia di cadere per sempre nelle tenebre: a sventare la minaccia, però, interviene il padre di Will, Charles, bibliotecario della cittadina, che si frappone tra i due ragazzi e la minaccia che li assilla (ovviamente anche lui viene tentato dal malefico circo, che lo mette di fronte al suo sentimento di impotenza dovuto all’età e al desiderio di essere più giovane). Tutta la vicenda è dotata di un simbolismo piuttosto marcato (Will, il più solare, è nato il 30 ottobre, un minuto prima della mezzanotte, mentre Jim, più oscuro, è nato un minuto dopo la mezzanotte, quindi il 31, il giorno di Halloween; il circo è simbolo del proibito e del peccato; l’autunno rappresenta la fine dell’estate della vita) e punta a esaltare le migliori pulsioni umane (l’onestà, l’amicizia, l’unione familiare) capaci di rivaleggiare con le forze maligne e soprannaturali e addirittura prevalere grazie al riso, al canto e al ballo. Nonostante una narrazione poco lineare, il libro avvince e inchioda fino allo scontro finale, nel quale ci si ritrova davvero a fare il titolo per i “buoni”. Inoltre, la presenza del personaggio del padre (uno che ha inesorabilmente perso la giovinezza e vorrebbe riaverla indietro, timoroso di non essere all’altezza del suo compito di genitore) permette un’identificazione anche per i lettori più adulti.

venerdì 2 ottobre 2015

Bill Willingham, Mark Buckingham, Steve Leialoha - Fables. La fattoria degli animali

Secondo numero di Fables, la serie creata da Bill Willingham che immagina una realtà in cui i personaggi delle favole vivono a New York sotto sembianze umane nella comunità integrata di Favolandia, ben attenti a non lasciar trasparire la loro vera natura. Scopriamo però che, fuori città, esiste una fattoria (definita da Rosa Rossa «una specie di incrocio tra il vecchio McDonald, Walt Disney e il paese dei mastichini», con ovvio riferimento al Mago di Oz) nella quale vivono tutte quelle favole che non possono esibire un aspetto umano, quindi i Tre Porcellini (dei veri bastardi), i Tre Orsi, la volpe Renard, Fratel Coniglietto, il leone, la tigre Shere-Khan, la pantera Baghera, il pitone Kaa e la scimmia Re Luigi (questi quattro dal Libro della giungla di Kipling), tre giganti, un drago e chi più ne ha più ne metta. La situazione non è così placida come l’aspetto bucolico potrebbe indurre a credere: le favole, infatti, sono sul piede di guerra e stanno per mettere in atto una rivoluzione armata per far valere i loro diritti e avanzano addirittura pretese sulla comunità di Favolandia di città. Se nel primo capitolo i toni facevano pensare a Neil Gaiman, qui il tutto si avvicina molto di più ad Alan Moore: la favole sono emarginate, e non a tutte loro va bene, e per questo uccidono (scordatevi l’estetica del “politicamente scorretto ma simpatico” alla Shrek). Tutto il fumetto è concepito sin dal titolo come una parodia crudele de La fattoria degli animali di Orwell, con tanto di citazione del Signore delle mosche (la testa di maiale sulla picca) e la solita tonnellata di humour nero e ghignate di Willingham (lo Spergiuro Cavaliere che declama vaticini apocalittici appeso su un albero dopo essersi ubriacato insieme alla scimmia alata dell’ufficio di Bianca Neve; la volpe Renard che con linguaggio scurrile cerca di sedurre Bianca Neve; Riccioli d’Oro trasformata in un’attivista terrorista dei diritti umani che si esprime con un linguaggio da rivoluzionaria comunista, accusa chi non la pensa come lei di essere specista e va a letto con il figlio di Papà Orso). Il lupo sceriffo questa volta è di contorno mentre la protagonista è Bianca Neve, in visita alla Fattoria, che si trova nel bel mezzo della ribellione (lei che è il braccio destro di Old King Cole, il sindaco di Favolandia), braccata e allo stesso tempo in cerca di un modo per fermarla. I disegni, dai colori accesi e dalle pochissime sfumature, assistono bene il clima di violenza che si respira nelle pagine del volume. In chiusura, scopriamo un altro tassello del mondo immaginato dall’autore: le favole sono immortali nella misura in cui gli umani le credono vive (quindi Biancaneve sopravvive a un headshot, mentre la sorella Rosa Rossa, che non conosce nessuno, resterebbe uccisa).