domenica 13 dicembre 2015

Franco Cardini - L'ipocrisia dell'Occidente

Gli attentati di Parigi del 13 novembre hanno gettato il mondo occidentale nella paura, nello sdegno, nel sospetto e nell’isteria, con l’immancabile coro di cosiddetti esperti pronti a negare l’esistenza del cosiddetto islam moderato, a giurare sull’incompatibilità tra fede coranica e sistemi democratici, a invocare una nuova crociata e a spiegare che qualunque musulmano è refrattario all’integrazione, in base al pregiudizio secondo il quale i musulmani sarebbero in fondo, in quanto tali, simpatizzanti o conniventi nei confronti del terrorismo islamista. “Siamo in guerra”: una frase che ripetono tutti, ma di cui non si capisce molto il senso. A cercare di fare chiarezza su un problema tutt’altro che chiaro interviene questo libro dell’eminente storico Franco Cardini, L’ipocrisia dell’Occidente. Il califfo, il terrore e la storia, che raccoglie una serie di articoli da lui scritti nel 2014 fino all’attentaot nella sede del settimanale Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015 sull’Islam, la Siria e tutti i problemi del Medio Oriente di oggi (quelli emersi dall’11 settembre 2001 in poi), e soprattutto la restaurazione del califfato da parte di Abu Bakr al-Baghdadi e la sua utopia rivoluzionaria. Un libro breve ma densissimo, che di fatto è un saggio storico anomalo che mostra come la nostra memoria sia labile e manipolata dai mass media, che si dimenticano di inquadrare gli avvenimenti in un contesto storico e non fanno emergere le contraddizioni, ma dividono il mondo in buoni e cattivi in ottica funzionale a ben determinati interessi, quelli della dominance mondiale e delle multinazionali. Da qui l’ipocrisia del titolo, che nasconde la responsabilità dei leader dell’Occidente sin dalla Prima Guerra Mondiale (quando Inghilterra e Francia promisero un grande stato arabo ma poi cambiarono repentinamente idea spartendosi le zone d’influenza) e poi nel tenere a battesimo questi movimenti così violenti ed estremisti quando ne avevano convenienza (basti ricordare l’aiuto fornito dagli Stati Uniti ai movimenti estremisti negli anni Settanta in Afghanistan in funzione antisovietica, preferendo ai severi e rigorosi combattenti del comandante Massud, portatori di un Islam fiero e intransigente ma anche tollerante, i guerrieri-missionari fondamentalisti provenienti dall’Arabia Saudita e dallo Yemen), senza dimenticare i casi più recenti di Sarkozy che ha appoggiato con decisione le milizie jihadiste in Libia contro Gheddafi o di Hollande in Siria contro Assad (quest’ultimo in netto contrasto con le indicazioni delle stesse cristiane locali che vedevano in Assad una garanzia della libertà religiosa). Ipocrisia che si accompagna alla presunzione, quella di essere l’unica civiltà detentrice di un modello che deve essere universalmente riconosciuto e quindi esportato, mentre i principi degli altri sarebbero solo ridicole forme di superstizione o di fanatismo: da qui la luminosa idea di Bush di esportare la democrazia e la guerra contro Saddam Hussein e le sue terribili armi di distruzione di massa (poi rivelatesi inesistenti) che ha portato a un Afghanistan ingovernabile e a un Iraq con un governo in mano alla fazione sciita, quindi filoiraniana. Da storico, a Cardini interessa mostrare dimostrare che i rapporti tra Europa e Islam sono stati contrassegnati nei secoli sì da scontri e guerre ma anche da rapporti culturali, economici, commerciali e diplomatici; per questo rifiuta categoricamente la teoria dello “scontro di civiltà” sostenuto da Samuel P. Huntington, che ha preso il posto della vecchia espressione “conflitto di culture” e «implica un necessario e insanabile conflitto in termini manichei e apocalittici, sottintendendo che la vittoria dell’una dovrebbe inequivocabilmente schiacciare e sottomettere se non addirittura definitivamente spazzar via l’altra». Una teoria che ha portato alle scelte unilaterali e alle guerre preventive, con risultati catastrofici. Certo, c’è un problema: lo Stato islamico impiantato tra Iraq e Siria e che ha la pretesa di raccogliere tutti i fedeli musulmani del mondo e ricostituire l’umma, la comunità dei credenti nel suo complesso. Ci si dimentica però spesso di dire che Al-Qaeda e l’Isis, così come Hezbollah e Hamas, sono avversarie, in quanto sciita e sunnita, all’interno della fitna tra sunniti e sciiti che sta insanguinando il mondo islamico e che vede il jihadismo è sostenuto e aiutato, neanche troppo nascostamente, dall’Arabia Saudita e da alcuni emirati della penisola arabica che sono tra gli alleati e i partner finanziari e commerciali più fidati dell’Occidente. Ma Cardini ricorda anche che, tra le colpevoli omissioni occidentali, gli sciiti storicamente hanno sempre respinto l’istituzione califfale e che i jihadisti nigeriani di Boko Haram si dichiarino entusiasti di al-Baghdadi ma non intendano riconoscerne l’autorità come califfo, fermo restando che il fascino del richiamo all’istituzione califfale resta forte in tutti i sunniti, compresi i più moderati. Si dovrebbe ricordare che l’Isis è profondamente occidentale nella gestione del potere mediatico quando fa tagliare le teste e lo mostra al mondo (così come i suoi sostenitori irakeni, ex ufficiali dell’esercito di Saddam, sono di trascorse simpatie baathiste e quindi per nulla islamisti, ma piuttosto “laici”): al-Baghdadi sarà anche il “Male assoluto” e il nemico pubblico numero 1 dell’umanità di oggi, ma la sua presenza e il suo operato fanno comodo a troppi soggetti. La guerra all’Isis offre la ghiotta occasione per l’Occidente di rimettere alla grande un piede militare nel Vicino Oriente con le sue frontiere geopoliticamente preziose, il suo petrolio e i suoi giacimenti acquiferi dell’Alta Mesopotamia (la stessa Turchia utilizza la guerra al jihadismo in Siria come scusa per risolvere la questione dei bacini idrici dell’Alto Eufrate da una parte e contro i curdi dall’altra), con i russi pronti a difendere l’asse siriano-iraniano. Non ci si rende conto che il fondamentalismo nasce come movimento di rivalsa e nello stesso tempo di crisi dell’Islam, e ci si dimentica colpevolmente che «la propaganda jihadista si alimenta non solo di visioni religioso-politiche universalistiche e apocalittiche, ma anche d’istanze di giustizia sociale», in zone del mondo che oggi sono tra le più arretrate e le più povere dei Paesi del benessere, ma allo stesso tempo le più avanzate dell’universo della miseria e della fame. La soluzione? Quella della lotta al malessere, alla povertà e alle sue cause profonde, non quella della rappresaglia violenta, cieca e ancora più dura, mantenendo salde le nostre identità e studiando quelle altrui per conoscerle meglio e più da vicino, senza paura o appelli a una teorica (e retorica) tolleranza destinata a venire spazzata via dalla prima paura. Cardini invita l’ONU a intervenire (come ha invocato papa Francesco) e a finirla con la politica dello struzzo che ha consentito il brigantaggio americano nelle questioni afghana e irakena del 2001 e del 2003, e denuncia le colpe di Israele, la vergogna del carcere di Guantánamo e la mancanza di sovranità, non solo monetaria, dell’Italia, facente parte della NATO e tra l’altro neanche come Paese di prima grandezza, e quindi costretta a sottostare a decisioni altrui.

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