martedì 22 dicembre 2015

Neil Daniels - La storia dei Judas Priest. Defenders Of The Faith

Calcio: Bayern Monaco.
Tennis: Andrè Agassi.
Automobili: Fiat Uno.
Bevande: Birra.
Heavy Metal: JUDAS PRIEST.
Proprio così. Magari mi piacciono di più Metallica, Iron Maiden o che ne so, Helloween, ma se penso a heavy metal la prima band che a mio avviso incarna a perfezione questi due termini è quella di Tipton, Halford...e KK che non c'è più :(
Non potrei usare introduzione migliore delle righe iniziali della recensione dell’ultima fatica dei Judas Priest, Redeemer Of Souls, opera del grande Gianluca Grazioli di Metal.it, perché c’è veramente tutto. Il gruppo di Rob Halford (voce), Ian Hill (basso), Glenn Tipton e K.K. Downing (chitarre) è quello che ha incarnato alla perfezione l’heavy metal, quello che ha inventato la classica tenuta da metallaro tutta borchie e pelle, che ha sfornato capolavori imprescindibili fino al 1990, anno di uscita di Painkiller. A raccontarli è questo volume di Neil Daniels (pubblicato in Italia dalla meritoria Tsunami), il quale è partito dal presupposto che non esistevano biografie del gruppo e ha tentato di agire per vie ufficiali cercando di contattare la band e il suo management ma non ha ricevuto il benché minimo supporto in quanto i diretti interessati non hanno minimamente avallato il libro. Ecco quindi che l’autore si è affidato alla ricostruzione d’archivio, spulciando articoli e interviste personali, e affidandosi alla testimonianza di ex membri, collaboratori e membri dell’entourage dei Priest che da tempo immemore non fanno più parte del mondo musicale, o a pareri e racconti di altri musicisti fan storici dei Priest (Scott Ian degli Anthrax, Jeff Waters degli Annihilator e Cronos dei Venom). Il risultato è un libro accurato e completo, ma piuttosto freddo e impersonale, privo di quegli aneddoti curiosi e spassosi che solo i diretti interessati avrebbero potuto rivelare (e credo siano tanti, visto che i Priest non si sono mai presi troppo sul serio e hanno sempre scherzato con una buona dose di humour britannico): vengono prese in esame la primissima incarnazione della band con Al Atkins e Bruno Stapenhill, che gli stessi Priest nel corso degli anni hanno sempre tentato di nascondere (nel 1989 K.K. Downing raccontò a “Metal Hammer”: «Ho dato vita ai Judas Priest con me alla chitarra, Ian [Hill] al basso e un altro cantante, Allan Atkins», mentre invece la storia dei Judas Priest iniziò senza K.K. Downing, che venne addirittura scartato a una prima audizione), la scelta del monicker (derivante da una canzone di Bob Dylan, The Ballad of Frankie Lee And Judas Priest) e soprattutto la loro provenienza da West Bromwich e Walsall, il cosiddetto Black Country, vasta zona industrializzata delle West Midlands caratterizzata da fuliggine e inquinamento a causa delle fabbriche (lo stesso scenario che ispirò Tolkien nella creazione della terra di Mordor del Signore degli Anelli) che caratterizzò in maniera decisiva la loro musica. Molto spazio viene dedicato ai primi anni eroici, quelli in cui i giovani Priest andavano in giro in furgoncino caricando gli strumenti e spalando neve nel nord dell’Inghilterra e in Scozia, per proseguire con il debutto discografico, i primi tour, l’infinita lista di batteristi (John Hinch, Les Binks, Simon Phillips, Dave Holland e infine Scott Travis), il successo, lo sbarco negli Stati Uniti e la conquista delle arene, una storia esaltante fatta di album memorabili come British SteelScreaming For Vengeance e Defenders Of The Faith, cioè quando i Judas Priest erano veramente i Metal Gods (soprannome preso da una loro canzone) e i rappresentanti del metal a livello mondiale, fino all’abbandono di Halford e il periodo di Tim “Ripper” Owens, cantante prodigioso preso da una cover band che ispirò perfino un (mediocre) film hollywoodiano come Rock Star e cantò su due dischi pessimi come Jagulator e Demolition che cercarono in tutti i modi di stare al passo con i tempi ma seppellirono il nome dei Priest prima dell’ovvia e trionfale reunion con il figliol prodigo Halford (che, dopo aver sputato sul metal negli anni precedenti, aveva nel frattempo trovato una sorta di redenzione metallica attraverso la sua carriera solista). Daniels dedica il giusto spazio al racconto del processo intentato al gruppo dall'America più puritana in seguito al suicidio di due ragazzi a Reno nel Nevada (due squinternati con la passione delle pistole, precedenti penali dovuti a problemi comportamentali e antisociali e una storia familiare fatta di violenza domestica, che si spararono con un fucile a pompa calibro 12 nel parco giochi di una scuola dopo essere storditi di marijuana e birra per ore ascoltando in continuazione l’album dei Judas Priest Stained Class) e ai supposti messaggi subliminali di istigazione al suicidio nel brano Better By You, Better Than Me; non omette niente, né le rivalità (memorabile quella con gli Iron Maiden), né le polemiche (il cantante dei Suicidal Tendencies, Mike Muir, dichiarò a “Metal Hammer” che la causa giudiziaria e tutto quello che c’era intorno era stata una semplice trovata pubblicitaria messa in atto dai Priest per le scarse vendite di Ram It Down), né i particolari più imbarazzanti (il batterista Jonathan Valen che faceva da supporto a Holland da dietro le quinte nelle parti più complicate durante il Fuel For Life Tour, o il live Unleashed In The East riregistrato in studio tanto da essere soprannominato Unleashed In The Studio). Non indugia troppo sull’Halford più problematico (la sua omosessualità, resa pubblica nel 1998, e il suo periodo di dipendenza da alcol e droga) ma sottolinea la sua bravura come compositore (John Hinch, batterista delle origini, ricorda: «Rob eccelle nel creare parole dal nulla. Voglio dire, dategli una melodia e in un lampo si mette a mormorare delle parole a caso, e ovviamente quella è la formula base per poi trovare le parole giuste per le canzoni») tanto che, all’interno della canzone Rapid Fire, si permise di creare un nuovo aggettivo, “desolizzante”. Non risparmia critiche personali all’operato della band come nel caso dell’ammorbidimento del sound e un passaggio all’hair metal in occasione dell’album Turbo (bellissimo!) o in quello dei loro ridicoli videoclip promozionali (l’autore definisce senza mezzi termini il video di Breaking The Law una porcheria a malapena guardabile), anche se in alcuni casi le sue posizioni sono poco condivisibili, come quando distrugge l’album Ram It Down (per me stupendo) o definisce Lochness (secondo me la canzone più bella di Angel Of Retribution) scialba, pretenziosa e troppo lunga. Fa emergere il carattere duro e spigoloso di Ian Hill e K.K. Downing e la caratteristica dei Priest di trattare al meglio i gruppi che hanno fatto loro da opener (erano stati trattati male dai Foghat all’inizio della loro carriera e si ripromisero di non trattare mai nessuno allo stesso modo) e, viceversa, di prendere le distanze da tutti gli ex membri, arrivando addirittura a ignorarne l’esistenza (come avvenuto, comprensibilmente, nel caso della condanna a otto anni di reclusione commiata dall’ex batterista Dave Holland per abusi sessuali a minori). Purtroppo il libro arriva fino al 2009, cioè al periodo dello scialbissimo Nostradamus e prima dell’abbandono di Downing e dell’ingresso del giovane Richie Faulkner che ha portato all’ultimo Redemeer Of Souls. Ci si può però accontentare di un’appendice colossale che raccoglie la cronologia della band, tutti i tour con le date, la lista di tutti i gruppi di supporto e quella degli assoli delle canzoni (con la relativa distinzione tra quelli eseguiti da Tipton e quelli eseguiti da Downing).

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