giovedì 22 dicembre 2016

Michel Houellebecq - H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita

Scrittore molto controverso e discusso (esaltato come profeta e in egual misura denigrato come misantropo e provocatore), Michel Houellebecq è salito alla ribalta delle cronache in occasione della pubblicazione del romanzo Sottomissione, uscito in coincidenza della strage di Charlie Hebdo. Quello che non sapevo è che Houellebecq avesse scritto un piccolo saggio su Lovecraft, agile ma allo stesso tempo profondo, che per me è già un classico: H.P. Lovecraft. Conto il mondo, contro la vita è una magnifica celebrazione del Lovecraft cantore dell’onnipotenza del male, creatore di una mitologia e di una cosmogonia dell’orrore cosmico che affonda le proprie radici nella vita e nella psicologia del Solitario di Providence. Saldando perfettamente le sue opere alla sua biografia, Houellebecq (lovecraftiano fanatico dall’età di 16 anni) analizza le convinzioni narrative di Lovecraft e soprattutto il suo stile ampolloso, enfatico, barocco, criptico e arzigogolato, apprezzandone la portata poetica. Ma soprattutto affronta Lovecraft da scrittore a scrittore, partendo dal profondo disagio di quest’ultimo (e forse dello stesso Houellebecq) dei confronti del mondo e della vita, e non ha paura a descriverlo come razzista, reazionario, antidemocratico, anticonsumista, nemico dichiarato dell’erotismo, del denaro e del progresso (tutti attributi che lo stesso Lovecraft rivendicava per sé): particolari compromettenti in tempi di politicamente corretto imperante, tanto che nessuno dei suoi epigoni si è mai sognato di riprendere e sviluppare le fobie razziali e reazionarie del maestro. Houellebecq spiega però che Lovecraft non ha consacrato la sua opera alla descrizione delle ragioni del suo disgusto nei confronti del mondo moderno, perché in lui l’odio per la vita è preesistente rispetto alla letteratura: il suo obiettivo è piuttosto quello di «offrire un’alternativa alla vita in tutte le sue forme, costruire un’opposizione permanente, un permanente rimedio alla vita». Del tutto ateo e materialista («contrariamente a molti suoi ammiratori, epigoni e studiosi, Lovecraft non ha mai considerato i suoi miti, le sue teogonie, le sue “antiche razze” altrimenti che come mero frutto dell’immaginazione»), considerava l’universo solo come un’accidentale combinazione di particelle elementari: perfino il grande Cthulhu è una combinazione di elettroni, proprio come noi. Il terrore di Lovecraft è interamente materiale: solo così si spiega il ricorso all’utilizzo sistematico di termini e concetti scientifici (anatomici, matematici, algebrici, fisici, geometrici) per raccontare ed esprimere il suo immaginario fantastico. Infatti le scienze, «nel loro gigantesco sforzo di descrizione obiettiva del reale, gli forniscono lo strumento di demoltiplicazione visionaria che gli occorre» per raccontare un vero e proprio «terrore obiettivo, […] privo di qualsiasi connotazione psicologica o umana». Anzi, sempre di più Lovecraft si atterrà al principio che «più gli avvenimenti e le entità descritte saranno mostruose e inconcepibili, più la descrizione dovrà essere precisa e clinica», pur ammettendo, al di là della nostra limitata percezione, l’esistenza di altre entità, sicuramente superiori a noi per l’intelligenza: la loro natura sfugge però a qualsiasi concetto umano e pertanto restano indicibili. Gli uomini riescono a percepirne solo dei fugaci sprazzi e, se cercano di saperne di più, ci rimettono inevitabilmente il senno e la vita. Per di più, tali creature non ci aspettano piene di saggezza e benevolenza al confine del cosmo per guidarci per mano verso un futuro armonioso e amorevole, ma (come facciamo noi con le specie inferiori) sono pronte a divorarci o a sezionarci su un tavolo da laboratorio. La vita per Lovecraft non ha senso, ma non ne ha nemmeno la morte: la morte dei suoi eroi non redime e non porta alcuna conciliazione. Il destino dell’uomo non può che essere quello della disintegrazione e dello smembramento: i personaggi dei racconti lovecraftiani «agiscono da osservatori muti, immobili, totalmente impotenti, paralizzati» e la loro distruzione avviene per gradi diversi (il sogno, l’incubo, la lettura di testi malsani), in una crescente serie di percezioni abominevoli. Houellebecq spiega poi che, nonostante questo assoluto materialismo, Lovecraft era un dichiarato e fiero nemico del realismo («Io credo che il realismo non sia mai bello») e delle sue tematiche (il sesso e il denaro): «Non ha nessuna voglia di dedicare trenta pagine, e nemmeno tre, alla descrizione della famiglia media americana. È dispostissimo a documentarsi su qualsiasi cosa, dai rituali aztechi all’anatomia dei batraci, ma di sicuro non sulla vita quotidiana». E non omette nulla nemmeno a proposito del suo razzismo, che lo portava a scagliarsi contro gli «orripilanti negri simili a giganteschi scimpanzé» ed era perseguitato dall’idea dell’ibridazione della specie e quindi ossessionato da meticci, mulatti e mezzosangue nati da unioni carnali contronatura e dediti alla degradazione dell’umanità tramite la bestialità e il vizio. Un razzismo ricondotto alla stregua di “paura esistenziale” e formatosi in Lovecraft per formazione (era un «gentleman di provincia convinto della superiorità delle proprie origini anglosassoni») e dal suo fallimento personale e professionale nella città di New York, dove si trasferì con la moglie ma dove non riuscì mai a trovare un lavoro, surclassato da immigrati molto più adatti di lui agli ingranaggi del capitalismo americano. Proprio dalla sua parentesi newyorkese trasse «l’idea di una città titanica e grandiosa, nelle fondamenta della quale pullulano ripugnanti creature da incubo», che tante volte sarebbe tornata nelle sue grandi opere successive; allo stesso tempo fu portato a identificarsi con il ruolo del debole, dello sconfitto e della vittima. Ed è qui che per Houellebecq sta l’attualità del Solitario di Providence: in un mondo globale che viaggia a velocità supersonica, che vede persone e merci sfrecciare da città a città e quasi sempre considera solo la logica del profitto, le fobie lovecraftiane sono più presenti e reali che mai.

lunedì 12 dicembre 2016

Walter Scott - Rob Roy

Reduce quest’estate da un’escursione giornaliera in Scozia sui luoghi di Rob Roy, passando per Glasgow, Loch Lomond e Aberfoyle (con il Parco Nazionale dei Trossachs), ho rimesso mano al romanzo di Walter Scott da me curato e ripubblicato da Gondolin per una generale correzione/sistemazione in vista di una ristampa che credo avverrà in gennaio. Spiace dirlo visto che sono parte in causa, ma effettivamente gli errori rimasti erano davvero tanti: non ci sono giustificazioni, visto che poi una persona che compra il libro poi non si trova la patch correttiva che gli sistema gratuitamente il libro dopo un po’ di tempo come avviene con i videogiochi. A parziale giustificazione posso addurre la motivazione che un lavoro del genere è stato fatto per passione (del sottoscritto) nei ritagli di tempo e che la revisione è stata fatta male (o non è proprio stata fatta, a seconda dei punti di vista). Siccome però ci tengo perché credo alla bontà del progetto (sono anche al lavoro per ripubblicare Waverley, sempre di Walter Scott), ho tentato di metterci una pezza, e così mi sono ripassato tutto il libro. Innanzitutto devo dire che la parte ambientata nella cattedrale di Glasgow è veramente incredibile: recandomi lì di persona ho potuto vedere il cimitero con le lapidi fuori dell’entrata e la cripta dove nel romanzo si tiene il culto presbiteriano, tale e quale alle descrizioni di Scott. Peccato che oggi Aberfoyle (dove ho perfino comprato un’edizione locale del romanzo per poche sterline) non sia più un borgo tribale come nel XVIII secolo ma si sia trasformata in un fiorente centro turistico per escursioni con pub, salumerie e negozi di oggettistica, ma la suggestione (specie per uno come me) è comunque tanta. Senza ripetere quanto già scritto QUI in occasione della prima pubblicazione dell’opera, aggiungo solo alcune riflessioni. Innanzitutto, che si tratta di un classico romanzo romantico, intriso di quello spirito da “invenzione della tradizione” di cui parla Hugh Trevor-Roper e che ha trasformato la Scozia in una terra pittoresca abitata da poetici guerrieri in kilt, tartan, plaid, claymore e cornamuse: una visione tipicamente ottocentesca e vittoriana di cui Walter Scott è il principale artefice, patrocinatore di una nuova Scozia unionista e fedele agli Hannover pur mantenendo le proprie specificità. Soprattutto, una Scozia pacificata dopo le rivolte giacobite e modernizzata, al passo coi tempi dal punto di vista sociale, economico e religioso. Basta clan, basta giacobiti e soprattutto basta cattolicesimo, anche se sarebbe il caso di dire che quella dei clan cattolici è una panzana bella e buona, visto che il 70% dei soldati dell’esercito giacobita nella rivolta del 1745 era fedele alla Chiesa episcopale di Scozia, quindi era protestante. Questa impostazione si vede già nella narrazione in prima persona di un protagonista ormai vecchio, molte decadi dopo rispetto agli eventi narrati, come se Scott abbia voluto stabilire una grande distanza tra il presente di una Gran Bretagna unitaria e pacificata e quella barbarica dei clan scozzesi e della rivolta giacobita. Non a caso Frank Osbaldistone è cresciuto in una famiglia che, per parte di padre, ha rifiutato la sua origine nobiliare, cattolica e giacobita per abbracciare costumi e credenze del ceto medio mercantile (finanziario e protestante). Per giunta i giacobiti non ci fanno nemmeno una grande figura, visto che i bifolchi cugini di Osbaldistone Hall nel Northumberland sono ubriaconi, giocatori, fanfaroni e perditempo; solo la bella del romanzo, Diana Vernon, è un personaggio positivo nonostante la militanza giacobita e cattolica, ma si salva in quanto intraprendente e spigliata, a volte ai limiti dell’insolenza, e assume i tratti dell’eroina romantica prigioniera di un passato e di un segreto inconfessabile. C’è una differenza netta tra la Londra commerciale e il nord primitivo che rifiuta l’Unione tra Scozia e Inghilterra e i principi del libero mercato: perfino Glasgow, dove si svolge parte della vicenda, è una città in crescita e avviata alla modernità commerciale grazie ai traffici col Nuovo Mondo, avversa all’organizzazione dei clan. Questo non significa però che tutti i mercanti siano buoni, come dimostrano gli scorretti e odiosi MacVittie e MacFin, subito pronti a tradire la fiducia del padre di Frank e a gettare il suo emissario in carcere per debiti: l’onore, di cui il mondo barbarico dei clan è ideologicamente imbevuto e che viene sempre tirato in ballo, non è sparito ma è stato ripensato a uso e consumo della borghesia mercantile (come spiega il balivo Jarvie: «Non voglio che qui si parli di onore: sappiamo solo quello che riguarda il credito. L’onore è causa di sangue e di delitti e provoca risse nelle strade, mentre il credito è fonte di pace e di vita onesta e tranquilla»).

mercoledì 23 novembre 2016

Stratford Caldecott - Il fuoco segreto

È molto difficile contestare le letture di Tolkien, soprattutto in Italia, dove le nuove letture progressiste “di sinistra” (più attente al contesto internazionale della critica tolkieniana) attaccano quelle tradizionaliste/evoliane “di destra” (fenomeno tipicamente italiano) e i sostenitori di queste ultime si offendono rivendicando la primogenitura per aver importato per primi lo scrittore inglese nel nostro Paese: Tolkien era un antimodernista, un conservatore, un anticomunista, quindi era dei loro (sì, come no). Non parliamo poi delle letture confessionali, che prendono a pretesto la profonda fede cattolica dello scrittore e la sua devozione mariana per tramutarlo in un catechista e in un apologeta: è questo il caso del deludente volume Il fuoco segreto del compianto Stratford Caldecott, per il quale l’intera opera tolkieniana (soprattutto Il Signore degli Anelli) rimanda o allude a dogmi di fede e a personaggi biblici, con abbondanza di riferimenti a San Paolo, San Filippo Neri e Teresa di Lisieux. Può veramente il passaggio delle Paludi Morte da parte di Frodo e Sam richiamare il giardino del Getsemani? La fiamma di Anor custodita da Gandalf è veramente il fuoco del roveto ardente di Mosè? Si potrebbe andare avanti a lungo: il pan di via elfico rappresenta l’eucarestia, gli eventi che seguono la distruzione dell’Anello sulle pendici di Monte Fato ricordano l’Apocalisse, l’aiuto che Sam offre a Frodo nel portare il fardello richiama l’aiuto del Cireneo costretto dai soldati romani a portare la croce di Cristo quando essa era diventata troppo pesante. Per non parlare dei personaggi, che rifletterebbero tutti (Frodo, Gandalf, Aragorn) temi cristologici. Sono il primo a essere un cattolico credente e fervente, e siamo tutti d’accordo nel dire che l’opera tolkieniana è attraversata da una profonda spiritualità (il concetto di elficità come desiderio di bellezza, libertà e infinità, in ultima analisi di trascendenza) e da tematiche come la Provvidenza, la caduta, la Grazia e il perdono in senso cristiano. Da qui a dire che Tolkien scriveva catechismo però ce ne passa, soprattutto perché Tolkien odiava dichiaratamente l’allegoria: Galadriel può sicuramente avere tratti della Vergine Maria, ma di certo non si esaurisce in essa (tanto più che Galadriel nella mitologia tolkieniana non è affatto immune da colpa, visto che si trova nella Terra di Mezzo per espiare la sua partecipazione alla ribellione di Fëanor narrata nel Silmarillion). Intendiamoci, Caldecott non è un cialtrone (conosce la materia a menadito e abbonda di riferimenti e spiegazioni), ragiona sul rapporto paganesimo-religione rivelata e chiama in causa la dottrina dell’universo sacramentale del gesuita francese Jean-Pierre de Caussade, ma la sua lettura risulta ormai obsoleta alla luce dell’eccezionale Santi pagani nella Terra di Mezzo di Tolkien di Claudio Antonio Testi, che sulla stessa problematica si dimostra mille anni luce avanti. È una lettura chiusa, che esaurisce l’interpretazione dell’autore ancorandolo a una confessione e a una dogmatica, negandone qualsiasi altra lettura (invece il fascino di un’opera sta nel prestarsi a diverse interpretazioni, anche contrarie tra loro); come quella junghiana, posta in Appendice, che legge Il Signore degli Anelli come un racconto dell’individuazione dell’Ovest, cioè della guarigione dell’anima dell’Occidente che può giungere solo affrontando, integrando e dissolvendo l’Ombra. In questo percorso, alcune figure archetipiche (tipo Gandalf, l’anziano saggio) fanno da guida alla psiche; l’Anello sarebbe il falso sé, quello che vincola e non libera. Caldecott riconosce che «la missione dell’Anello viene presentata fin dall’inizio come un processo spirituale che va attraversato, come un viaggio fisico fra le avversità e il pericolo», ma esclude la lettura psicologica in quanto lo spirito trascende la psiche, e la fa seguire da un richiamo (o forse sarebbe meglio dire un monito) neo-arturiano alla monarchia sacra (dimenticando tra l’altro che per Tolkien il mito di re Artù era troppo inquinato dal cristianesimo e privato dei suoi originali elementi celtici e pagani). Bizzarro è poi il tentativo di accostare Tolkien al distributismo sostenuto da Chesterton e Belloc, anche se lo stesso Caldecott ammette non esisterne prova rintracciabile: secondo questa lettura, la Contea sarebbe un modello di società distributista fondata sulla famiglia, sulla sussidiarietà e sulla libera imprenditorialità.

domenica 20 novembre 2016

Stefano Giorgianni - J.R.R. Tolkien, il Signore del Metallo

Quasi un anno fa ho letto e recensito Tolkien Rocks di Fabrizio Giosuè, interessante tentativo di raccontare l’importanza che J.R.R. Tolkien ha avuto e continua ad avere nella musica contemporanea, continuando a influenzare e ispirare decine e decine di gruppi e musicisti folgorati dalla Terra di Mezzo. Ammetto che l’argomento è una mia ossessione da anni, visto che sono un tolkieniano e un metallaro, a cominciare dal primo mitico numero della rivista “Power Zone” (supplemento di “Metal Hammer”) che, nel novembre 1998, comprai a La Spezia durante la visita militare e che conteneva uno speciale su Tolkien a cura del mitico Luca Signorelli con un esaustivo elenco di gruppi, dischi e canzoni di ispirazione tolkieniana. Quella lista mi è servita a lungo da ispirazione, e mi ha fatto conoscere alcune realtà che mi sarebbero rimaste a lungo sconosciute, come per esempio i Summoning, gruppo black metal sinfonico che letteralmente adoro. Ora esce per Tsunami Edizioni questo J.R.R. Tolkien, il Signore del Metallo firmato da Stefano Giorgianni, giornalista (guarda caso) di “Metal Hammer”, con l’esauriente sottotitolo L’immaginario tolkieniano nel panorama heavy metal dal black al power e una copertina letteralmente fantastica che ritrae un Nazgûl che suona la chitarra elettrica e il Monte Fato sullo sfondo. Credetemi, questo è il libro definitivo sull’argomento. Non tutto riguarda il metal però: delle 400 pagine che lo compongono, ben 130 riguardano la musica precedente al metal, quindi la psichedelia, il progressive, l’hard rock, il folk e il filk (genere che neanche conoscevo, e che è il folk con tematiche fantastiche), e si capisce che Tolkien ha fatto breccia nel cuore dei musicisti sin dai tempi degli hippie (e non poteva essere altrimenti, visto lo status di vera e propria Bibbia raggiunto dal Signore degli Anelli negli Stati Uniti degli anni Sessanta). Con competenza e imparzialità (e questo è il suo maggior pregio, perché non entra mai nel merito dando giudizi sui vari dischi) Giorgianni passa poi in rassegna con perizia certosina tonnellate di gruppi appartenenti ai più diversi generi del metal (classic, thrash, black, power, doom) con i relativi sottogeneri (epic, symphonic, atmospheric, viking, pagan), fino alle ultimissime realtà come i russi Moongates Guardian, analizzando e raccontando carriere, dischi e canzoni, riportando tutti i riferimenti, espliciti o meno, ai testi tolkieniani. Anzi, per ogni riferimento fa un confronto fra il testo della canzone e il riferimento tolkieniano, inserendo direttamente i brani tratti dalle opere che sono state la fonte d’ispirazione; il gioco è talmente appassionante che molti pezzi si rifanno a Tolkien solo parzialmente o involontariamente, comunque non in maniera dichiarata, e si passa allora all’ipotesi interpretativa. Quel che emerge è che l’influenza tolkieniana è prepotente nel metal e continua tuttora a crescere incontrollata, e spesso supera la conoscenza sull’argomento da parte dei musicisti stessi, che dialogano con le opere del Professore ma più spesso le costringono a una loro personale interpretazione fuorviante. Valga l’esempio di Varg Vikernes, mastermind del progetto Burzum (nome derivato dalla lingua nera di Mordor creata da Tolkien) famoso per roghi di chiese in Norvegia e ospite delle patrie galere per 16 anni per omicidio: ex fanatico tolkieniano, sostiene di aver sempre criticato la prospettiva giudaico-cristiana di Tolkien e di aver sempre preferito adottare l’ottica di Sauron, non il Signore del Male ma l’Odino della tradizione norrena. Cosa avrebbe detto Tolkien al riguardo? Certo non era un amante della musica sua contemporanea (detestava i Beatles) e avrebbe disapprovato la moltitudine di usi che negli anni sono stati fatti del suo immaginario nella musica rock e metal; figuriamoci cosa avrebbe detto del black metal, genere satanico e pagano per antonomasia che ha utilizzato e strumentalizzato l’universo di uno scrittore cattolico per fini forse definibili impropri. Invece è molto interessante notare cosa dicono al riguardo i diretti interessati, come Silenius dei Summoning, la «band che ha saputo, più di tutti nel genere estremo, rielaborare gli scritti di J.R.R. Tolkien e trasporli in musica con uno stile personale, in continua evoluzione estraendo la linfa dalle opere meno conosciute del Professore»: Silenius, qui intervistato, spiega che Tolkien «aveva il potere di catturare i propri lettori e portarli dentro il suo mondo, attraverso uno speciale senso di voglia di girovagare e perdersi nell’immaginario. Dietro ogni angolo e ogni collina si celava una grande storia, un grande passato, un racconto sempre più glorioso ed epico proveniente da ere dimenticate. Questo è quello che io chiamo “spirito tolkieniano”». Gli fa eco Hansi Kürsch, leader dei tedeschi Blind Guardian e uomo di grande intelligenza e cultura: «Scuramente gli scritti di Tolkien avevano di speciale sia la maniera in cui erano narrati, sia la prospettiva storica che l’autore gli ha donato». Il buon Hansi spiega poi il motivo dell’influenza dello scrittore sul rock e sul metal, a suo giudizio la libertà che egli fornisce al musicista di sviluppare le proprie idee: «Da una parte Tolkien dà la possibilità di immergersi in un universo, ma allo stesso tempo di svilupparne uno proprio». Insomma, dei biechi e truci metallari riconoscono la peculiarità di Tolkien nell’aver passato la vita a cesellare un universo nel più minimo dettaglio, esperimento unico nel suo genere nel panorama letterario, ma allo stesso tempo attestano che l’attualità di uno scrittore (specie un classico) cambia nel tempo e viene declinata in modi diversi in epoche diverse, con sensibilità diverse. Il libro, corredato da un notevole apparato iconografico (con foto di gruppi e copertine di album), è un’inesauribile fonte di ispirazione sonora: già so che non mi basteranno due vite per ascoltare tutti i gruppi citati.

Edoardo Rialti - La lunga sconfitta, la grande vittoria

Interessante questa piccola biografia letteraria che cerca di raccontare J.R.R. Tolkien e la sua vita attraverso agili capitoletti che sono apparsi a puntate sul giornale “Il Foglio”. L’autore è Edoardo Rialti, giovane docente universitario, traduttore ed esperto di fantasy che, si capisce lontano un miglio, è un tolkieniano di ferro e riconosce l’uscita del Signore degli Anelli come un vero e proprio spartiacque nella storia del genere. Tolkien infatti ha donato al mondo una narrativa in grado di dare nuova bellezza a miti e figure già esistenti (il re in esilio, il mago consigliere, gli elfi, i draghi) ma anche produrre una delle più importanti invenzioni letterarie, gli hobbit, sui quali il vasto corpo delle sue leggende eroiche trovò un certo attrattivo. Il volumetto vive su una contraddizione: l’intenzione di raccontare Tolkien attraverso le sue convinzioni, le sue amicizie e le sue consuetudini di vita nonostante questo scrittore si dicesse contrario alla tendenza della critica di dare troppa importanza ai dettagli della vita di un autore. Ecco quindi narrate la passione per le lingue, la filologia e la mitologia nordica, la carriera come professore universitario, la storia d’amore con Edith riflessa nella vicenda del mortale Beren e dell’elfa Lúthien e di riflesso in quella di Aragorn e Arwen (con la loro promessa di fedeltà che ha bisogno di essere confermata e fortificata dalla pazienza), l’amicizia con gli Inklings e in particolare con C.S Lewis (il cui tono baritonale è forse echeggiato dall’“Uhm-Uhm” dell’ent Barbalbero), la sua tranquilla vita familiare («Nel rapporto discreto, sottile, ma tenace tra l’apparente banalità della vita quotidiana e quanto di insolito vi facesse capolino è forse possibile cogliere uno dei segreti più importanti di chi avrebbe conquistato i cuori dei lettori di tutto il mondo proprio con la storia dell’impensabile avventura di alcune persone piccole e semplici»), la traumatica esperienza della Prima Guerra Mondiale che torna nelle numerose scene belliche del romanzo (soprattutto nei cadaveri senza sepoltura) e l’orrore per le macchine che portano morte (la tecnologia di Saruman) cosa che lo portò da un lato a non idealizzare mai la guerra e dall’altro a non ridurre mai il nemico a un’astrazione disumana da abbattere. Soprattutto, come si evince dal titolo del volumetto, Rialti racconta la fede cristiana e cattolica di Tolkien che permea tutta la sua vita e tutta la sua produzione, tanto che fu proprio lo scrittore ad affermare che Il Signore degli Anelli era fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica, nonostante la volontaria esclusione di qualsiasi riferimento religioso; Tolkien non amava l’allegoria e quindi non intendeva predicare o insegnare qualcosa in cui pur credeva profondamente (e questa è la ragione per cui Gandalf che muore e risorge non allude alla passione di Cristo e il pan di via elfico non adombra l’eucarestia, come invece fanno molti interpreti credenti o confessionali), ma prediligeva l’analogia, la possibilità cioè per il singolo lettore di istituire nessi tra il testo e le proprie esperienze di vita. Cantore del bene e del male in un vasto affresco di motivi e personaggi, come credente era convinto che la storia dell’uomo fosse obbligatoriamente una lunga sconfitta salvata però dall’intervento salvifico della Grazia. Le sue opere raccontano le numerose variazioni sul tema della volontà corrotta dal desiderio di potere e sopraffazione: «Se il bene, l’amicizia, l’amore in Tolkien attingono sempre a un livello qualitativo della vita che non calcola, ma si offre per dedizione, il male attecchisce sempre sulla pretesa che una certa “quantità” di poteri, risorse, progetti, magari buoni, compassionevoli e nobili, schiudano la porta dell’autentica realizzazione di sé». Se ancora qualcuno (e ce ne sono molti in Italia) lo considera un autore d’evasione che propone all’uomo contemporaneo una scappatoia irresponsabile dalla realtà, o magari un fascista in rivolta contro il mondo moderno, Rialti ci ricorda che le aspirazioni e gli slanci di Tolkien hanno spinto milioni di uomini a guardare fuori dalla finestra della propria esistenza e a desiderare di uscire per mettersi in cammino, come Bilbo Baggins quando sente intonare la canzone dei nani all’inizio de Lo hobbit.

Michael D. O'Brien - L'inviato

Arriva anche in Italia il terzo volume della saga di Padre Elia scritta da Michael D. O’Brien, di cui sono già usciti Il nemico e il prequel Il libraio, entrambi pubblicati da San Paolo. Si intitola L’inviato ed esce per Fede & Cultura, e questo è il motivo per cui ne parlo, avendone curato l’edizione italiana, compreso il titolo e la copertina. Essedo i titoli originali molto diversi da quelli italiani (Il nemico è Father Elijah: An Apocalypse e Il libraio è Sophia House) ho pensato di restare in linea con la scelta della San Paolo e quindi ricorrere a un altro nome singolo, L’inviato appunto, lasciando perdere l’originale (e più banale) Elijah in Jerusalem e limitando il cenno alla Terra Santa alla copertina (dove troneggia una menorah). Trovo che il riferimento al concetto di “inviato” sia molto più pertinente in quanto fa riferimento al senso del romanzo, che racconta di persone con una missione in un determinato luogo e in determinato momento, e quindi si collega al martirio, alla testimonianza, alla missione evangelica e profetica della Chiesa. Perché, intendiamoci, questo è un romanzo supercattolico. Il suo protagonista è un vescovo, Padre Elia, ebreo convertito, chiamato dal papa a identificare, fermare e convertire l’Anticristo, il Presidente degli Stati Uniti d’Europa. È vecchio, ormai, e la sua missione è già stata raccontata nel thriller Il nemico, scritto in origine vent’anni fa; professionalità avrebbe imposto la lettura degli altri due volumi, ma io non li ho letti. Quindi, il mio giudizio sulla presente opera è ahimè limitata alla sola lettura di questo terzo volume, che non è un thriller, o meglio lo è solo in parte, perché la vicenda di Elia a Gerusalemme è solo un’esile cornice che permette a O’Brien di inserire una serie di racconti e testimonianze di personaggi che si parano sul cammino di Elia: il medico che si è convertito dall’islam al cristianesimo grazie alla testimonianza d’amore di un suo amico cieco cristiano, il produttore russo di film porno, la donna ricca e inquieta ex comunista combattente che da abusata è diventata manipolatrice. La missione conferita al protagonista (che in alcuni casi sa leggere le anime nella confessione, particolare credo già presente nel precedente capitolo) ha poi un esito finale, quando Elia si trova a fronteggiare veramente l’Anticristo faccia a faccia. I temi trattati sono molto profondi (la presenza del Male nel mondo e nella vita delle persone, l’apostasia dell’Occidente, l’illusione dell’uomo di poter costruire la felicità senza tener presenti i principi del cristianesimo) e si nota una chiara polemica nei confronti della Chiesa mondana che pensa di poter dialogare con il mondo e l’ideologia. O’Brien è uno scrittore molto attento alla spiritualità e ai valori cristiani (il compagno di Elia, fratello Enoch, incontra di nuovo l’uomo che l’ha reso cieco da un occhio e si riconcilia con lui), e non prende una posizione netta nei confronti dell’Apocalisse finale e degli ultimi tempi: anzi, è molto duro con chi sostiene di ricevere rivelazioni private e predice la fine del mondo (la donna che incontra Elia e pretende di essere ascoltata in quanto voce di Dio), spiegando che la fame per le rivelazioni segrete diventa ossessione e fiducia in una forma di gnosi che nulla ha a che vedere con la fede cristiana. Purtroppo, le storie risultano troppo scollate tra loro e a volte eccessive, forse nel tentativo di essere paradigmatiche. E che senso ha la scena dello stupro con squartamento di tartarughe? Insomma il mio parere è che L’inviato sia narrativamente debole come opera a sé stante non stia in piedi, magari funziona per chi ha già letto gli altri libri della saga e si è entusiasmato. Ma forse lo sbaglio è mio: forse non ho la giusta sensibilità spirituale, o forse avrei dovuto leggere anche Il nemico e Il libraio.

mercoledì 2 novembre 2016

Philip Roth - Pastorale americana

Non ho visto il film Pastorale americana che è da poco uscito al cinema, ma devo dire di ammirare Ewan McGregor. Il suo film sarà anche una delusione, come molti hanno detto, ma apprezzo il coraggio di un attore che esordisce alla regia con un film tratto da uno dei più importanti romanzi americani della seconda metà del Novecento, vincitore del premio Pulitzer nel 1997 e autentico cult. McGregor dev’essere un pazzo incosciente, perché portare sullo schermo la complessità di Pastorale americana richiede un alto tasso di follia. Ma soprattutto gli devo dire grazie, perché è riuscito a farmi scoprire un libro che altrimenti difficilmente avrei preso in considerazione (ce l’avevo in casa, preso abbinato a Repubblica, e l’avevo sempre ignorato). È bene chiarire subito che non si tratta di una lettura facile, né per la tematica affrontata né per la struttura. Pastorale americana di Philip Roth è l’analisi di come l’irrazionale piombi nella vita dell’uomo comune e la distrugga, suonando allo stesso tempo come un destino ineluttabile per ogni essere umano e un amaro e disilluso atto d’accusa nei confronti dell’America, che non si è accorta di aver covato al suo interno i germi del disagio che l’avrebbero condotta alla fine. L’eroe di questa vicenda è Seymour Levov, detto lo Svedese, ebreo di Newark (New Jersey), biondo, figlio di una famiglia benestante che possiede una fabbrica di guanti, campione sportivo e idolatrato da tutta la comunità ebraica della zona che, negli anni Quaranta, proietta su di lui tutte le proprie speranze: eredita l’azienda di famiglia, ha una posizione rispettabile e si sposa con un’irlandese cattolica ex reginetta di bellezza, Dawn. Un ebreo che sposa una non ebrea, evento che potrebbe sembrare un’ulteriore emancipazione e affermazione sociale, ma che in realtà è una mera illusione. La sua è una vita ordinaria, e quindi perfetta, fatta di ordine, famiglia, dedizione e lavoro, in linea con l’American Dream («La vita di Levov lo Svedese, per quanto ne sapevo io, era stata molto semplice e molto comune, e perciò bellissima, perfettamente in linea con i valori dell’America»). Dal matrimonio nasce una figlia, Merry, che all’inizio denota un difetto fisico (è balbuziente), poi inizia a frequentare persone contrarie alla guerra in Vietnam e viene coinvolta al punto da diventare una terrorista, arrivando a commettere un attentato dinamitardo vicino all’ufficio postale in cui muore una persona, e quindi si dà alla macchia. Questo evento spalanca un vuoto, sgretola la famiglia e manda all’aria l’intera “pastorale americana”: lo Svedese vorrebbe capire come dalla perfetta armonia della sua vita si sia potuti passare a questo, passa in rassegna i suoi gesti, cerca le cause razionali di qualcosa che razionale non è, si dibatte senza riuscire a capire («Non aveva mai potuto sradicare la cosa inaspettata. La cosa inaspettata lo attendeva lì, invisibile, maturando col passare degli anni, pronta a esplodere, un millimetro dietro ogni altra cosa»). Quando ritrova la figlia, scopre che è divenuta una giainista, vive nell’indigenza e nella sporcizia, ha subito degli abusi fisici ma è serena e addirittura è guarita dalla balbuzie. La supplica di rivelargli che cosa le è mancato, l’origine della sua rabbia, ma non ottiene risposta. Alla fine l’evento rivela i risvolti oscuri di molte esistenze (tutti sono bugiardi, opportunisti, malati, pieni di segreti e miserie nascoste), in un quadro desolante privo di verità e di speranza, come se la perdizione e la dannazione fossero iscritte nel destino di chiunque. La stessa Dawn, che non ha mai voluto essere conosciuta per la sua bellezza e il suo passato di Miss New Jersey e per questo si è dedicata all’allevamento, in seguito alla tragedia ricorre alla chirurgia plastica (quasi per riprendersi quella bellezza che aveva rifiutato) e incomincia a tradire il marito, tanto che si arriverà al divorzio. La struttura del romanzo è molto complessa e stratificata, procede non in modo lineare ma per blocchi che saltano avanti e indietro nel tempo, e tutto viene rivelato sin da subito (lo svedese è morto, ha divorziato, la sua vita è stata distrutta dall’attentato della figlia). Non a caso, il fulcro della vicenda si colloca molto chiaramente nel periodo di tempo che va dalla presidenza di Lyndon Johnson allo scandalo Watergate (gli anni delle proteste per i diritti civili, il Vietnam, la contestazione), e tutto, prima e dopo, deriva da quello. La storia è genialmente fatta raccontare a Nathan Zuckerman, ebreo che conosce e venera da sempre lo Svedese, che ricostruisce intere esistenze mescolando testimonianze e invenzioni, flusso di coscienza e recriminazioni personali, apre finestre che poi non chiude (chi è Rita Cohen?) e confonde il lettore che non sa più che cosa è vero e cosa è falso, con un linguaggio ora aulico ora crudo. Roth scrive benissimo e per tutta la durata del romanzo si ha la sensazione di trovarsi veramente di fronte a Letteratura con la L maiuscola.

mercoledì 26 ottobre 2016

Michael Moynihan, Didrik Søderlind - Lords Of Chaos. La storia insanguinata del metal satanico

Quando Norvegia non è solo sport invernali, vichinghi e salmoni: questo l’insuperabile titolo di una recensione su Amazon a proposito di Lords Of Chaos, libro-inchiesta sugli efferati delitti del black metal norvegese di inizio anni Novanta, quando la nera fiamma di questo genere musicale fu alimentata in Europa e nel mondo grazie a una lunga scia di fuoco e sangue, tra chiese incendiate, suicidi e omicidi. Oggi, grazie a internet, tutti sanno più o meno di cosa si sta parlando, ma il libro di Michael Moynihan e Didrik Søderlind (del 1998, poi riveduto e ampliato nel 2003, in Italia pubblicato da Tsunami) è stato il primo a cercare di sviscerare fatti che per un certo periodo hanno occupato le pagine di cronaca dei giornali, intendendo i quotidiani e non solo le riviste musicali. Attraverso le parole degli stessi protagonisti, i due autori cercano di mettere in prospettiva le varie vicende e di fornire numerosi approfondimenti di tipo filosofico e culturale nel tentativo di inquadrare seriamente i riferimenti e le correnti di pensiero da cui prendono le mosse certe frange del genere, nato sul finire degli anni Ottanta come estremizzazione del concetto di thrash e death metal. Al centro di tutto, un gruppo di giovanissimi (i Mayhem, i Darkthrone, gli Immortal, gli Emperor) che, vestiti di nero con la faccia pitturata da panda, unirono alla musica pratiche occulte e dichiaratamente sataniche e intenti sovversivi, fondando un movimento culturale che era anche una forma di vita e di ribellione alla società e alla morale costituita. È divertente pensare a tutti quelli che ancora perdono tempo a cercare messaggi occulti e satanici nascosti nella musica rock quando per cinque anni un intero movimento ha inciso dischi che inneggiavano dichiaratamente a Satana, vomitavano odio e predicavano la distruzione del cristianesimo: tutte cose che il genere black fa ancora, per carità, ma ormai è un cliché, uno stereotipo di genere. All’epoca questi invasati ci credevano sul serio, e univano le parole ai fatti: non si contano i roghi delle stavkirke, le chiese in legno del medioevo scandinavo, oggetto della crociata bandita contro il cristianesimo per “risvegliare le coscienze” e vendicare il perduto passato pagano. I fatti fondamentali sono tre: il suicidio di Dead, l’omicidio di un omosessuale da parte di Bård “Faust” Eithun e l’omicidio di Euronymous (Øystein Aarseth) da parte di Varg Vikernes. Nomi che al non addetto ai lavori risulteranno sconosciuti, ma che sono leggendari per ogni metallaro che si rispetti. Dead era il cantante dei Mayhem: giovane introverso e disadattato affascinato dalla morte, un bel giorno decise di spararsi in testa. Euronymous, leader-dittatore dei Mayhem, dopo averlo trovato, pensò bene di correre a prendere la macchina fotografica per farne delle fotografie e di raccogliere pezzi di cranio per farne dei monili. Bård “Faust” Eithun era il batterista degli Emperor e una sera uccise un omosessuale che aveva cercato di abbordarlo a Lillehammer: il suo racconto è veramente agghiacciante per come faccia risalire il suo atto alla curiosità (cosa si prova a uccidere una persona?) ma allo stesso tempo dica di non ricordarsi molto perché gli era sembrato di assistere alla scena da esterno e in una sorta di trance. Euronymous è invece il vero centro propulsore di tutta la vicenda, il vero creatore dello stile e dell’iconografia black metal, patrocinatore di gruppi e gestore del negozio Helvete a Oslo che fu un faro per tutto il movimento (anche se, bisogna dirlo, si dimostrò un pessimo uomo d’affari): estremista per scelta, fu abilissimo a sfruttare ogni possibile elemento per alimentare la sua leggenda maledetta e a promuovere la causa, soprattutto presso la stampa, in una guerra permanente contro tutto e tutti. Insieme a lui Varg Vikernes, leader del progetto Burzum e personaggio altrettanto carismatico: inizialmente furono amici, poi litigarono per questioni di leadership e di denaro, e finì che Varg accoltellò Euronymous a domicilio beccandosi la condanna a 21 anni di reclusione, la più lunga comminabile in Norvegia. Oggi Varg è un uomo libero, vive in Francia con la moglie e i numerosi figli, è un personaggio a suo modo caratteristico, fa lo youtuber e produce con cadenza giornaliera video in cui parla di cospirazioni mondialiste, di survivalismo e di odalismo, propaganda il suo gioco di ruolo MYFAROG, attacca il capitalismo ma ricorre ad Amazon per vendere il suddetto gdr, nuota con l’armatura, cambia l’olio alle sue macchine, indossa buffi copricapi, dà consigli su come trovare una moglie e mostra con orgoglio il suo wc pagano senza acqua corrente che serve per concimare il prato. Si è sempre professato innocente riguardo ai roghi delle chiese (anche se tutto porta ad affermare il contrario) e invoca ancora oggi la legittima difesa nei confronti dell’omicidio di Euronymous. È proprio lui a occupare gran parte del libro (viene intervistata perfino sua mamma!), per le sue dichiarazioni, la sua faccia di bronzo, il suo carisma e la sua furbizia: nella sua carriera è sempre riuscito a sguazzare nel suo ruolo di nemico pubblico numero uno, a cambiare la sua posizione, a ribaltare i ruoli, a passare per vittima, a disconoscere il suo passato. Tra le altre cose, ha detto di non voler suonare più black in quanto genere dipendente dalla chitarra che è uno strumento negroide, e di non aver mai fatto musica satanica perché i suoi dischi erano musica concepita come colonna sonora dei giochi di ruolo. Durante il suo soggiorno nelle patrie galere si è appassionato di esoterismo e di ufologia, è diventato un divulgatore della mitologia vichinga e un ideologo di estrema destra, nemico in ugual misura di cristiani ed ebrei. Al di là delle lungaggini dedicate alla spiegazione del Varg-pensiero, del libro mi hanno colpito due cose: la prima è che, riparlando di quei fatti, la quasi totalità dei protagonisti appare estranea e distaccata, come se si trattasse di qualcosa di marginale; la seconda è che questi pazzoidi che bruciavano chiese e si atteggiavano a demoni tornavano sempre a casa dalla mamma: perfino Euronymous chiuse il negozio dietro decisione dei genitori. Adesso quei protagonisti sono cambiati, hanno abbandonato gli eccessi e si sono dedicati, come nel caso di Ihsahn degli Emperor, a un satanismo di tipo filosofico e intellettuale. Ecco quindi che Moynihan e Søderlind provano a indagare più a fondo i legami con il satanismo, intervistando psicologi e sedicenti esperti, e addirittura Anton LaVey, il celebre fondatore della Chiesa di Satana, convinti che tra lui e il black metal ci fosse un legame; la cosa però non è chiara, né da parte dei musicisti dell’epoca né da parte dello stesso LaVey, che ne prendeva le distanze e li irrideva (ovviamente, anche Varg ha sconfessato del tutto il libro, accusandolo di essere fazioso e mistificatorio). Nel finale, molto spazio è dedicato al racconto di quello che, sulle ali dell’entusiasmo, accadde nel resto d’Europa, specie in Germania con la folle storia degli Absurd, band implicata nell’omicidio di un coetaneo e che poi virò verso la scena black metal nazionalsocialista. Purtroppo, di musica si parla poco per non dire niente. Certo, non si pretende un trattato di analisi e compendio musicale del black metal, ma alla fine i protagonisti di quegli anni, che ancora oggi sono delle leggende per l’intero movimento, risultano solo dei poveri malviventi invasati, disagiati e ideologizzati, e non si capisce perché la gente avrebbe dovuto seguirli. Lo stesso Varg ha prodotto dischi eccezionali con il marchio Burzum (ricordo il mio preferito, Hvis Lyset Tar Oss), ma questo è un aspetto del tutto ignorato da Moynihan e Søderlind, forse più interessati a una cronaca sensazionalistica dei fatti e a inquadrare il fenomeno in una chiave abbordabile per il grande pubblico. Comunque resta un buon punto di partenza, pieno zeppo di illustrazioni.

lunedì 24 ottobre 2016

Hilary Mantel - La storia segreta della Rivoluzione. Prima Parte

Due volte vincitrice del Booker Price tra il 2009 e il 2012 per i suoi romanzi sull’era Tudor, all’inizio degli anni Novanta Hilary Mantel si è cimentata con la Rivoluzione francese dedicandole un romanzone intitolato A Place of Greater Safety e incentrato su tre delle sue figure principali: Maximilien Robespierre, George Danton e Camille Desmoulins. L’opera, portata in Italia da Fazi, è stata divisa in tre parti per evidenti ragioni editoriali (scarse vendite a fronte di un elevato impegno economico per un romanzo storico su un periodo poco conosciuto) e intitolata La storia segreta della Rivoluzione. Questo primo volume inizia con la nascita dei nostri tre eroi e arriva fino alla convocazione degli Stati Generali e alla presa della Bastiglia, quando cioè in Francia «nelle casse dello Stato c’erano entrate erariali sufficienti a coprire un quarto delle spese di un solo giorno». Insomma, non bisogna aspettarsi il Terrore e la ghigliottina, almeno in questa fase. Piuttosto, qui la Mantel cerca di spiegare chi erano gli artefici della Rivoluzione, raccontandone la nascita, l’infanzia e la giovinezza: Desmoulins a Guide in Piccardia, Danton a Arcis-sur-Aube e Robespierre ad Arras. Robespierre e Desmoulins studiano al collegio Louis-Le-Grand di Parigi, visitato da un Luigi XVI che non ha nemmeno la pazienza di far terminare il discorso pronunciato dal piccolo Robespierre. Ritroviamo Desmoulins e Danton a Parigi a fare politica presso rinomati avvocati («la legge è un’arma»): il primo, balbuziente, giornalista provocatore e sospettato di essere omosessuale, finisce per chiedere in moglie Lucile, la figlia della sua amante; il brutto ma affascinante Danton invece si sposa. Desmoulins e Robespierre si ritroveranno quindi rappresentanti del Terzo Stato agli Stati Generali, proprio mentre sta per deflagrare la violenza popolare (la decapitazione del governatore della Bastiglia per mezzo di un coltellino viene descritta nei minimi dettagli). La Mantel non spiega i suoi personaggi ma preferisce mostrarli in movimento, facendo emergere dai loro gesti i tratti (anche meno noti) del loro carattere, le paure e le ambizioni che ne condizionano i comportamenti; abbatte il confine tra pubblico e privato, fa smarrire il lettore saltando da un personaggio all’altro, usa il flusso di coscienza che trasforma le descrizioni in brani inseriti tra le riflessioni di un personaggio e una discussione. Ne risultano tre personalità ambigue e complesse, che passano da modeste ambizioni di provinciali giunti a Parigi per fare carriera a un impegno politico sempre più idealista: contraddistinti da uno spirito ribelle e da una certa insofferenza all’ordine costituito, in lotta con la propria classe sociale, il proprio carattere e le proprie famiglie (con conflitti irrisolti con l’autorità paterna), tutti e tre vengono dalla borghesia di provincia e sono costretti a muoversi entro i limiti angusti e marginali delle carriere e delle professioni riservate loro dall’Ancient regime, che ancora vive del riflesso della corte di Versailles. Sognano di nobilitarsi attraverso il lavoro e il matrimonio (non è un caso che cambino anche le grafie dei loro cognomi, Danton che diventa d’Anton o D’Anton, Robespierre che diventa de Robespierre), si scontrano con la pletora di profittatori e opportunisti che sono lo specchio di una società marcia (vengono mostrati gli egoismi di un’aristocrazia arrogante e la miseria del popolo), cominciano a mettere in dubbio le regole su cui quella società si fonda e a sognare un mondo più giusto («Chiunque, un chiunque qualsiasi a cui non piacete e vi vuole togliere di mezzo può andare dal re con un documento – “firmate qui, Vostra Minchioneria” – ed ecco fatto, in catene nella Bastiglia»). In fin dei conti, siamo ancora in pieno assolutismo, un sistema sociale in cui, come ricorda la Mantel, il re era il centro dello spettacolo della corte e «ogni evacuazione, ogni atto sessuale, ogni respiro era passato al vaglio pubblicamente». L’autrice tratteggia piuttosto bene Luigi XVI («Rifiutandosi di prendere delle decisioni, sperava di evitare gli errori; pensava che se non s’intrometteva, le cose sarebbero andate avanti come sempre») e regala una riflessione non banale sulla fame nella dinamica rivoluzionaria: «L’essenziale è capire il pane: epicentro della speculazione, cibo su cui si fondano tutte le teorie di quel che avverrà poi. A quindici anni di distanza, il giorno in cui cadrà la Bastiglia, a Parigi il prezzo del pane sarà il più alto degli ultimi sessant’anni. Dopo vent’anni (quando sarà finito tutto) una donna della capitale dirà: “Sotto Robespierre scorreva il sangue ma la gente aveva il pane. Forse per avere il pane è necessario spargere un po’ di sangue”». A sfilare, accanto ai tre personaggi principali, personaggi noti e meno noti, tra i quali Voltaire, Necker, Mirabeau e Laclos, l’autore delle Rivelazioni pericolose qui al seguito di Luigi Filippo duca d’Orléans.

martedì 18 ottobre 2016

Ernesto Assante, Gino Castaldo - Beatles

Serio, competente e appassionante. Tale è il viaggio compiuto da Ernesto Assante e Gino Castaldo, ferventi e instancabili divulgatori dell’opera beatlesiana, che hanno raccolto per iscritto le loro “lezioni” tenute all’Auditorium Parco della Musica di Roma sul quartetto di Liverpool e dato un ulteriore contributo alla sterminata bibliografia sull’argomento. Il libro ricalca la struttura delle “lezioni”, quindi ogni capitolo è dedicato a uno dei dodici album ufficiali (più il Magical Mystery Tour e Yellow Submarine, oggetti non ben identificati del catalogo) composti tra il 1963 e il 1969: ogni brano (anche i singoli) viene analizzato e presentato in base al suo significato, alla sua genesi e alla sua evoluzione, e soprattutto nel complesso dell’economia di ogni album, tanto che viene voglia di approfondire, aprire nuove finestre, cercare su YouTube canzoni, filmati e frammenti di quegli anni. Insomma, saperne di più, e non è cosa da poco. Non bisogna aspettarsi dettagli nuovi o chissà quali incredibili rivelazioni, perché ai due autori importa soprattutto condurre il lettore in un viaggio nel decennio spartiacque degli anni Sessanta, riflettendo sul clima culturale, politico e stilistico dell’epoca, mentre si affermavano nuovi idoli e modelli (Bob Dylan, i Rolling Stones, i Beach Boys). Non a caso Assante e Castaldo definiscono quella dei Beatles «la più grande storia della cultura popolare del XX secolo» le cui ripercussioni non sono ancora state del tutto sviscerate; una storia che risulta ancora più incredibile se pensiamo che proviene dalla Liverpool di inizio anni Sessanta, «ordinaria e fuligginosa città industriale, totalmente emarginata dal grande circuito dello spettacolo, che ai tempi passava solo per Londra, [...] un luogo talmente grigio e privo di speranza, però, da poter essere ridisegnato con colori completamente nuovi da un gruppo di ragazzi che pensa in grande e che incarna fin da subito il sogno della rinascita». I Beatles infatti rappresentano «un fenomeno capace di cambiare alla radice il volto stesso della musica popolare», ma soprattutto di un’intera generazione, quella nata dopo la guerra, «che di colpo non aveva più barriere geografiche e si scopriva planetaria, mondializzata attraverso riferimenti culturali e politici che superavano censure e negazioni, animata dalle stesse proiezioni desideranti, dagli stessi sogni collettivi». I Fab Four hanno rivoluzionato l’idea stessa di divo (non più un modello lontano e irraggiungibile, ma uno stile di vita da adottare), hanno stabilito uno standard estetico con il loro abbigliamento e il loro taglio di capelli («i capelli lunghi diventano la carta d'identità di chi ha deciso che il futuro è altrove, che il mondo va cambiato, che la realtà può essere modificata»), in definitiva hanno cambiato il modo di pensare di una generazione. Non hanno occupato uno spazio, ma ne hanno creato uno che non esisteva, stabilendo tutta una serie di canoni (i concerti dal vivo, gli album in studio, le copertine) che poi sarebbero arrivati fino a noi e avrebbero generato innumerevoli omaggi e imitazioni (il concerto sul tetto della Apple). Sono stati i primi a capire che la musica poteva essere arte e non semplice intrattenimento, i primi a dimostrare che si poteva fare arte di gruppo e i primi a rompere la tradizione che la musica incisa fosse riproducibile dal vivo chiudendosi nello studio di registrazione per sfruttarne tutte le possibilità (con loro lo studio divenne un nuovo strumento, un mezzo creativo in sé). Il tutto sull’onda di una continua spinta a migliorarsi, senza mai accontentarsi: a partire dai primi modelli di riferimento (non il blues, ma il rock’n’roll e la soul music più pop) la loro storia si è svolta nell’arco di sette-otto anni, con una progressione fulminante e delle tempistiche inimmaginabili per oggi, con musicisti che ci mettono quattro anni per produrre un album che spesso è una copia scolorita di quello precedente. In tre anni passarono da She Loves You a Tomorrow Never Knows e subito dopo a Strawberry Fields Forever, cioè musica che non si era mai ascoltata prima; il lungo medley nella seconda facciata di Abbey Road di fatto anticipò le lunghe suite che avrebbero caratterizzato gran parte della produzione rock degli anni Settanta. Ma anche a livello di testi il cambiamento fu eccezionale, inglobando suggestioni e tematiche molteplici e arrivando allo scardinamento del senso della canzone (I Am The Walrus ha un testo volutamente senza senso, Glass Onion gioca sui significati nascosti e le autocitazioni dimostrando che, al di là di tutte le interpretazioni che si possono fare, la realtà è invece trasparente e alla luce del sole). Di bassa estrazione sociale, i Beatles fecero tesoro di quello che altri permisero loro di vedere e di imparare (fondamentale il ruolo del produttore George Martin), e crebbero e migliorarono al punto da diventare degli uomini di cultura: basti pensare a McCartney con la musica colta, a Harrison con l’India e la spiritualità orientale, a Lennon con le istanze di pace universale. Inevitabile che la loro musica sia diventata fortemente simbolica e quindi politica, in anni in cui nell’America del Vietnam convivevano il Ku Klux Clan e i nuovi ideali del flower power, nella convinzione che si potesse cambiare il mondo attraverso una protesta non violenta e che la musica fosse effettivamente un linguaggio unico, condiviso e universale che riusciva a unire tutti i giovani del mondo. Chissà che da qui si possa ripartire, nell’attuale sfacelo della musica di oggi, e mostrare che un altro futuro (al di là dei talent) è possibile.

lunedì 17 ottobre 2016

Silvia Avallone - Marina Bellezza

Reduce dal (per me inspiegabile) trionfo di Acciaio, romanzo con pochi pregi e molti difetti trasformato dall’industria editoriale italiana nell’ennesimo “caso letterario”, Silvia Avallone si ripete con Marina Bellezza, passando da Piombino alla natia Biella. Sarà riuscita a migliorarsi? No. Se possibile, è riuscita addirittura a fare di peggio. L’eroina della nostra storia, che dà addirittura il titolo al romanzo, Marina Bellezza, è bella, anzi bellissima (la bellezza la contiene già nel cognome) e biondissima, ha un fisico mozzafiato e un grande talento vocale, è cresciuta con il mito di Non è la Rai, da bambina ha cantato nella pubblicità del mobilificio Aiazzone, partecipa al talent show Cenerentola Rock su una TV locale, vuole sfondare in televisione perché è abituata a pensare che sia l’unico modo per affermare il proprio talento. Soprattutto, vuole andarsene da Biella, periferia dannata del mondo. È disinibita e disincantata, si spoglia con generosità ed è pronta a tutto, poi però scopriamo che è anche fragile ed è rimasta traumatizzata perché sua madre alcolizzata ha tentato di accoltellare il padre fedifrago che gioca d’azzardo. C’è poi l’eroe della vicenda, Andrea Caucino, l’eroe del romanzo, un ex studente di filosofia che fa il bibliotecario a progetto, ha problemi (anche lui) con il padre ex sindaco di Alleanza Nazionale (in passato ha anche preso a sassate la sede di AN per esprimere il suo disagio) e ha una grande vocazione: fare il margaro come suo nonno, allevare mucche e produrre formaggi DOP. Anche lui è segnato dalla vita (ha scoperto dalla madre di essere stato un incidente di percorso e vive il complesso di inferiorità nei confronti del fratello maggiore, che ha pure tentato di affogare da piccolo), è da sempre innamorato perso di Marina, è saggio e sa che il successo non dà la felicità («Quel mondo lì, quello di cui tu vuoi fare parte a tutti i costi, è vecchio. Rappresenta un Paese in cui la gente poteva credere negli anni Ottanta, negli anni Novanta, ma non adesso. Quel mondo lì, che piace a te, ti userà e ti butterà via dopo un paio di mesi»). Per 500 pagine la Avallone riesce nell’impresa di non raccontare niente, limitandosi a descrivere l’amore tra i due in un tira e molla estenuante: si rivedono, si rimettono insieme, si rilasciano, si rivedono e decidono di sposarsi, si rilasciano, si rimettono insieme, rivanno in crisi. Si accoppiano ferocemente, ubriachi oppure trasgressivi sul cofano di un’automobile. C’è poi la variante Elsa, la coinquilina di Marina, una che sta studiando Gramsci e sogna di costituire una lista civica, ma soprattutto è innamorata da sempre di Andrea: non si sa bene a cosa serva, se non a far sfogare sessualmente Andrea con lei senza amore nel suo massimo momento di frustrazione (mentre in parallelo Marina fa sesso con il suo agente, Donatello detto Tello, per semplice calcolo e ruffianeria). Gli ingredienti della Avallone sono più o meno gli stessi di Acciaio: una generazione a cui è stato strappato il futuro cresciuta con i falsi miti della televisione, l’Italia dannata di Berlusconi, questa volta con l’aggiunta della crisi (il vero mantra di tutto il libro), l’impossibilità del dialogo tra genitori e figli, personaggi in cerca di un nuovo inizio ai quali offre come soluzione il ritorno alla terra d’origine. Le città deludono (Marina giudica deludente Milano semplicemente vedendo per la prima volta i palazzi!), meglio tornare in provincia. E poi c’è il tema del west e della frontiera americana, su cui la Avallone plasma tutto il romanzo, nel titolo delle sezioni (Far WestCowboy vs CinderellaEldorado), nella descrizione del paesaggio (Biella come la prateria, addirittura il locale in cui i personaggi vanno è l’Old Wild West), nei dialoghi («Questo mondo è come il far west, tesoro, devi andare laggiù e conquistartene un pezzo»; «Loro erano Bonnie e Clyde, erano il Brutto e il Cattivo, il Cowboy e il Pellerossa»), addirittura Andrea ha un cane di nome Clint (come Eastwood) e il fratello si è trasferito in Arizona. Oltretutto, anche l’America delude, come prova il viaggio finale di Andrea e Marina. Per il resto, la solita lingua giovane e gergale, piena di metafore (il cervo ucciso all’inizio, Marina in crisi guida sempre di notte perché è ribelle) e di iperboli («Marina era figlia della sua epoca, di Ok, il prezzo è giusto! E di ‘TV Sorrisi e Canzoni’. Eppure possedeva anche quel principio di barbarie, quell’attitudine violenta all’agonismo, quell’ignoranza colossale e prepotente caratteristica degli Unni, degli Attila, dei Serse»). È tutto troppo parlato, spiegato, esibito: si tratta di personaggi che spiegano di avere problemi ma non riescono a risultare minimamente interessante. Peggio, sono inutili.

venerdì 14 ottobre 2016

Paul McCartney (con Paul Du Noyer) - La versione di Paul

Paul McCartney è uno dei miei eroi. Dei Beatles è sempre stato quello più romantico e pop, quello più tranquillo e amichevole, quello che parlava di più con i fan, e soprattutto ha realizzato decine e decine di capolavori. È stato la mente dietro l’idea di Sgt. Pepper e del Magical Mystery Tour, è stato quello che ha più lavorato per tenere insieme il gruppo quando si stava sfaldando e, paradossalmente, è stato anche quello che l’ha materialmente sciolto. Nonostante la mediocrità della sua carriera solista ad alto tasso di melassa, premiata dalle vendite ma condannata dalla critica, certe sue canzoni o album sono quanto di più beatlesiano sia stato fatto dopo il 1970: Paul è il vero ambasciatore dei Beatles nel mondo, il più indulgente alla nostalgia, ai buoni ricordi, a rendere favolosi anche momenti e anni che probabilmente non lo sono stati. A celebrarlo arriva questo libro di Paul Du Noyer (anche se McCartney viene spacciato come autore) che mette insieme le interviste avvenute tra i due e le riordina in un’unica narrazione, cronologica nella prima parte e tematica nella seconda, e chiude con un elenco delle 50 canzoni preferite da Du Noyer. Una leggenda della musica disponibile che si racconta a un giornalista talmente adorante da definirsi con orgoglio suo amico: cosa può volere di più un fan? McCartney si dimostra un navigatissimo volpone nel gestire i giornalisti, ma allo stesso tempo è sempre attento ad apparire disponibile e alla mano. Forse il ritratto che emerge dalle pagine è quello che lui stesso vuole dare, ma ribadisce i tratti noti del suo carattere: la volontà di essere uno qualunque, l’etica del lavoro, il perfezionismo, la presunta avarizia, il disprezzo per il lusso, la bonaria tranquillità anche quando prende posizione in campo sociale o politico («È raro che Paul si mostri aggressivo o energico, anche sul tema a cui tiene di più. [...] La protesta esplicita non è il suo modo preferito di fare musica»). Non si vergogna della sua fama di sentimentalone (d’altra parte, raccontare l’amore sentimentale è una delle cose che gli riesce meglio, assieme alle storie dell’uomo comune emarginato dalla società), riconosce che gran parte dei pezzi incisi da solista non sono granché ma non esclude che possano trovare un pubblico di estimatori, ma rivendica la sua propensione per la musica sperimentale di Cage e Stockhausen, l’avanguardia e il movimento underground che lo portarono a condurre esperimenti sonori (come i loop di Tomorrow Never Knows) da inserire nei dischi tradizionali dei Beatles; addirittura nel 1967, durante le sessioni di registrazione di Penny Lane, incise Carnival Of Lights, brano considerato troppo estremo e destrutturato per il grande pubblico e rimasto per questo inedito. Amante del rock, è stato tra i primi a rendersi conto che questo genere poteva diventare arte e cultura e non solo una moda chiassosa e commerciale; inoltre è sempre stato sensibile anche al prestigio della cultura alta, trovando qualcosa di buono in quasi tutti i generi musicali, anche i più tradizionali o sorpassati (il vaudeville suonato da suo padre, per esempio). È di Paul l’idea di creare per Sgt. Pepper degli alter ego per i Beatles, che deriva dalla volontà di essere un’altra band, inventata e imprevedibile, da mandare in tour al posto della band vera e capace di far emergere la creatività invece di soddisfare i desideri del marketing; allo stesso modo avvertiva il desiderio di cambiare e destrutturare le regole stabilite della forma canzone, come nel caso di Hey Jude allungata nel finale per andare nella direzione di Bob Dylan la cui Like A Rolling Stone durava sei minuti e mezzo («Cominciavi ad abbattere i confini, a mettere in discussione vecchie regole»), in un panorama globale che attraverso la musica parlava un’unica lingua. Tutto questo fa di McCartney un personaggio contradittorio, conservatore per temperamento, liberal tollerante per convinzione e radicale per curiosità artistica, ma forse proprio questa contraddizione ad averlo reso quello che è, come scrive Du Noyer scrive: «Forse Paul è stato la perfetta incarnazione di quegli adolescenti ribelli che furono il tipico prodotto della sua generazione. Ma nel profondo non è mai stato un iconoclasta. Questa contraddizione è rimasta in tutta la sua musica, ed è la causa del disprezzo di certi critici per la sua produzione. In realtà, è una chiave della sua grandezza». Ovviamente il pezzo forte del libro, quello che tutti vogliono leggere, è la parentesi beatlesiana con tutti gli aneddoti connessi (spassoso quello di quando i quattro Beatles, portati da Brian Epstein a provare i vestiti per la loro prima apparizione televisiva, si tolsero gli stivaletti causando un odore così tremendo che fu necessario sottoporre a fumigazione il negozio), soprattutto per la magia che solo McCartney riesce a evocare: un esempio per tutti, il suo modo positivo e solare di ricordare la beatlesmania (le urla, gli svenimenti, la scorta della polizia), molto differente della visione più cupa di George Harrison o dei racconti sensazionalistici di John Lennon. C’è poi spazio per i litigi sull’assunzione di Allen Klein come manager, le registrazioni di Let It Be che misero a nudo le crepe nelle fondamenta del gruppo, il periodo con gli Wings (“le celeberrime porcate con le ali”, come ho trovato scritto genialmente su un sito), oggetti di critiche globali al punto da generare qualche dubbio anche nello stesso Paul («Abbiamo vissuto nella paranoia, tutti quegli anni, convinti che quel che stavamo facendo non andasse bene. Davamo ascolto ai critici. Non abbiamo mai pensato di valere qualcosa, ed è un peccato, perché c’era del buono in quel che facevamo»), periodo durante il quale il nostro aveva paura a eseguire i pezzi dei Beatles dal vivo («Pensavo: non posso restare ancorato al mio passato»). Paul parla anche del prosieguo della sua carriera solista (quando, con il passare degli anni, nell’immaginario britannico, cominciò a trasformarsi «da rock star in una combinazione tra un vecchio statista e uno zio bonario», una specie di contraltare della regina Elisabetta che ha visto passare tutti i primi ministri britannici da Winston Churchill in poi), delle sue collaborazioni (famose quelle con Michael Jackson e Stevie Wonder), della sua attività di produttore, del processo creativo delle sue canzoni (spesso nate come singoli spezzoni) e della sua predilezione per le linee discendenti («Se mai deciderai di scrivere una canzone di successo, non vergognarti, scegli una linea di basso discendente. Lo consiglio a tutti, funziona sempre»). Quindi, ancora, racconta i tentativi di cimentarsi con il cinema (ricordiamo che i Beatles recitarono in alcuni film e ne produssero altri) e la musica classica (Liverpool Oratorio), la vita on the road, la passione per i concerti dal vivo, il suo sodalizio di vita e d’arte con l’incompresa Linda (fondamentale per gran parte delle composizioni di McCartney e per le armonizzazioni vocali dei suoi dischi), il rapporto di stima e amicizia con John (mantenuto anche quando Lennon lo attaccava con la velenosa How Do You Sleep? e McCartney gli rispondeva con la conciliante Dear Friend): se c’è una cosa su cui Paul è chiaro è che nessuno può dire di sapere come andavano le cose tra i due, complementari al punto da continuare a cercarsi e pungolarsi a vicenda, fino alla fine. E, anche se John è diventato un mito soprattutto per la fine violenta che ha fatto, Paul, con i suoi capelli tinti, le sue rughe e il suo basso a violino, resterà sempre il mio preferito.

venerdì 30 settembre 2016

Joël Dicker - La verità sul caso Harry Quebert

Ennesimo bestseller, ennesimo caso letterario e fenomeno di vendite tradotto in 30 lingue: La verità sul caso Harry Quebert è un bel thrillerone di quasi 800 pagine da più parti acclamato come capolavoro e scritto da un giovane svizzero di madrelingua francese, Joël Dicker, che crede profondamente nella letteratura e per questo non può che starci simpatico. Ambientato nel 2008, alla vigilia delle elezioni presidenziali statunitensi nelle quali avrebbe vinto Obama, inizia un po’ a rilento e presenta il narratore, Marcus Goldman, giovane scrittore di successo autore di un romanzo che gli ha dato celebrità: dovrebbe scriverne un altro, ma è colpito dal famigerato blocco dello scrittore (e perseguitato da una madre pressante che riversa sul figlio tutte le sue ansie). Passano i mesi e non riesce a produrre nulla, mentre si avvicina inesorabile la scadenza imposta dal suo editore (che gli ha già pagato l’anticipo e lo minaccia di denuncia per inadempimento contrattuale), e così decide di chiamare il suo amico e mentore, Harry Quebert, anche lui scrittore di successo, che l’ha reso l’uomo e lo scrittore che è (gli ha insegnato a tirare di boxe, a sfogare la sua tensione ma soprattutto a crescere e maturare). Marcus quindi lascia New York e va nella casa di questi ad Aurora (New Hampshire), dove scopre un segreto che Harry gli ha sempre taciuto: all’età di 34 anni, nell’estate del 1975, Harry ha avuto una storia d’amore con una ragazza quindicenne (!), Nola, che poi è scomparsa lasciando un vuoto incolmabile nella sua vita. Senonché il cadavere di Nola viene trovato proprio nel giardino di casa di Harry insieme al manoscritto (con tanto di dedica simile a una confessione) battuto a macchina del romanzo Le origini del male, il capolavoro che ha dato fama letteraria a Harry: ovviamente, quest’ultimo viene arrestato e sembra spacciato, è additato come assassino e pedofilo, addirittura il suo libro viene ritirato dal mercato. Vedendo la distruzione che regna attorno al suo migliore amico, Marcus decide di aiutarlo e per questo torna ad Aurora, scoprendo la verità su Nola e i segreti legati alla sua scomparsa. La storia ci verrà svelata attraverso gli occhi di Harry che racconta a Marcus i ricordi di quei giorni del 1975, ma anche attraverso gli occhi degli altri abitanti della cittadina che hanno avuto a che fare con la vicenda, e soprattutto attraverso la finzione letteraria, perché tutto il libro è anche un libro nel libro, il romanzo che Marcus si trova a scrivere da un lato per riabilitare Harry e dall’altro per ottemperare ai suoi impegni contrattuali con il suo odioso editore affamato di denaro (gli editori, si sa, sono sempre malvagi). Il fatto poi che questo sia il secondo romanzo di Marcus, proprio come per Joël Dicker, fa sì che l’identificazione tra l’autore e il suo personaggio sia totale; siccome poi gli scrittori del romanzo sono due, allora l’autore si permette molte divagazioni letterarie, abbondando di consigli logorroici e di banalità a mio giudizio evitabili («Il primo capitolo è fondamentale», «I libri sono come la vita, Marcus. Non finiscono mai del tutto»). In realtà Dicker costruisce la vicenda in maniera magistrale mescolando flashback, narrazione in presa diretta e ripetizioni da punti di vista diversi (aspettatevi più di un colpo di scena, se è questo che vi interessa); qua e là ha qualche problema di ritmo (non condivido chi parla di pura adrenalina letteraria) ma azzecca tutti i personaggi, da quelli più stereotipati a quelli più iperbolici (come lo sfigurato e inquietante Luther Caleb), e soprattutto l’ambiente, la cittadina di Aurora, la grande provincia americana sonnolenta e moralista. Il suo è un thriller che è anche e soprattutto un romanzo d’amore e sull’amore, con tutte le derive a esso connesse (l’ambiguità, l’ossessione, il possesso, l’invidia, il sacrificio); ma è anche un’analisi del crollo delle proprie certezze, della scoperta che le persone che riteniamo fondamentali hanno le proprie ombre e possono deluderci. Da qui a definirlo un capolavoro però ce ne passa. Curioso che i capitoli siano costruiti all’incontrario: si parte con il 31 e si finisce con l’1, come una specie di conto alla rovescia.

mercoledì 14 settembre 2016

Paula Hawkins - La ragazza del treno

Caso editoriale del 2015, ha venduto milioni di copie nel mondo e sta per essere portato al cinema: tutti crimini da lavare col sangue, soprattutto in Italia, dove avere successo è una colpa e guadagnare è un reato. Ecco quindi il critico del “Corriere della Sera” Antonio D’Orrico che lo ha giudicato scontato, brutto e di parte (i maschi non ci fanno effettivamente una grande figura), e centinaia di recensori e youtubers che si sono affrettati a unirsi alle critiche (con la classica frase: “È una delusione, ha ingannato anche me! Me lo dovevo aspettare!”). Per me invece La ragazza del treno, esordio letterario di Paula Hawkins, è veramente un grande libro, capace di lasciarmi molto di più di altri romanzi con ambizioni maggiori. Racconta una vicenda che ha luogo tra il luglio e l’agosto del 2015 e vede come protagonista Rachel, trentenne lasciata dal marito Tom e per questo caduta in una spirale di tristezza, depressione e alcolismo: prende ogni giorno il treno per Londra dal sobborgo in cui vive per andare a lavorare (ma solo inizialmente, perché poi viene licenziata ma continua a prendere il treno per non farlo scoprire alla coinquilina) e ogni volta, quando il treno si ferma, si trova a osservare le case vicine ai binari. In particolare la sua attenzione è attratta da una casa (clone della casa in cui lei viveva con Tom) abitata da un uomo e una donna che Rachel inizia a idealizzare come la coppia perfetta, simbolo di quella felicità che a lei è stata portata via, e si immagina la loro possibile vita e le rispettive professioni, fino a dare loro dei nomi fittizi. Un giorno però vede che la donna si sta baciando con qualcun altro che non è il marito, e il suo mondo crolla: qualche giorno dopo, la donna (che si chiama Megan) addirittura scompare, e Rachel pensa sia successo qualcosa e comincia a indagare a modo suo, pur passando per una squilibrata ubriacona molestatrice del vicinato (fa scenate alla nuova moglie del marito, Anna, e va in casa del marito di Megan, Scott). Soprattutto, è sicura di aver visto qualcosa, ma era ubriaca e non se lo ricorda. La narrazione procede in prima persona attraverso l’ipotetico diario di tre donne legate tra di loro: oltre a Rachel, che ha lo spazio principale, ci sono anche i punti di vista di Megan e di Anna, mentre gli uomini (tutti orribili) sono solo raccontati in ottica femminile. Il punto di partenza potrebbe quasi essere definito hitchcockiano (donna che viaggia sul treno e assiste involontariamente a un delitto) ma poi lo svolgimento è quello di un thriller psicologico dalla trama ben strutturata (come ha scritto “Il Foglio”, «un pregio non da poco, in tempi in cui si fatica a trovare trame sensate che reggano per più di qualche capitolo»), tra rivelazioni e menzogne, con personaggi ambigui al punto giusto e l’eccezionale espediente di utilizzare il punto di vista spiazzante di una protagonista fragile e alcolizzata che ha buchi di memoria causati dal bere e che quindi deve tentare di ricostruire quello che ha già vissuto (e il lettore tende quindi naturalmente a identificarsi con lei). Molti l’hanno trovata una persona insopportabile, io invece l’ho amata profondamente, con i suoi lunghi sproloqui depressi e pieni di autocommiserazione sulla sua infelicità e sui suoi sogni spezzati. La brevità dei capitoli che incoraggiano a procedere nella lettura e la scansione temporale sfasata (i capitoli di Megan avvengono prima di quelli di Rachel e Anna che procedono invece parallelamente, ma vengono inseriti nella narrazione) indicano che la Hawkins, oltre a saper scrivere molto bene, è stata ben assistita nella stesura dell’opera. Un successo meritato, checché ne dicano quelli che la sanno lunga.

martedì 13 settembre 2016

Hilaire Belloc - La Rivoluzione francese

Altro libro di Hilaire Belloc a essere ripescato da Fede & Cultura dopo decenni dalla sua scomparsa dal mercato italiano, questa volta nientemeno che sulla Rivoluzione francese. Come Elisabetta regina delle circostanze, è un saggio parecchio complesso, in alcuni casi addirittura pedante e logorroico, che sembra presupporre che tutti conoscano a menadito l’argomento e sappiano di cosa si sta parlando, ma ha alcuni punti a suo favore, che raramente vengono affrontati sulle pubblicazioni più famose. A differenza di Elisabetta, comunque, ha meno divagazioni sociali, artistiche e letterarie, e resta maggiormente concentrato sull’argomento. Ecco la mia introduzione al volume (sì, ho addirittura scritto un’introduzione):

È possibile essere cattolici e ammirare la Rivoluzione francese? Sì, sembra dire in questo saggio Hilaire Belloc, nonostante la condanna radicale da parte della Chiesa dei principi del 1789 (capaci di germogliare e produrre numerosi frutti nel corso dell’Ottocento): anzi, lo storico e letterato inglese si definisce subito “cattolico e, nelle sue simpatie, fortemente attaccato alla teoria politica della Rivoluzione”, premettendo che questa sua personale caratteristica gli permette di giudicare il problema come o forse meglio di altri. Pur senza dimenticare le migliaia di morti ghigliottinati, le stragi, la guerra in Vandea, le rivolte delle città di Lione, Tolone e Marsiglia, Belloc sostiene non c’è alcun conflitto tra i principi cui si rifaceva la Rivoluzione e quelli della Chiesa cattolica, anzi, semmai i problemi cominciarono solo da un certo punto in poi, per difformità di vedute e di interessi e per impreparazione delle due parti in causa. Così come il Terrore, la persecuzione della Chiesa (iniziata dall’imposizione della Costituzione civile del clero) è la necessaria conseguenza della necessità di trovare un nemico di fronte a una guerra che andava male e al pericolo di un’invasione straniera, i cui effetti durano ancora oggi. Vale a dire: il punto di partenza era buono, gli esiti sono stati nefasti per la singolare capacità dell’uomo di combinare disastri. Da storico competente, e quindi attento agli antefatti, Belloc è altresì convinto che i problemi incontrati dalla Chiesa davanti alla Rivoluzione francese derivino direttamente dai problemi della Chiesa gallicana, che fin dal secolo precedente si era legata troppo strettamente all’assolutismo regio francese e si era resa subalterna alla nobiltà (con una certa mondanizzazione e corruzione della gerarchia ecclesiastica e l’accettazione delle disuguaglianze e delle ingiustizie sociali). Il modo di procedere dell’Autore è chiaro sin dal principio: come lui stesso precisa, il suo non è un racconto della Rivoluzione, ma un’analisi generale che presuppone una conoscenza dell’argomento quasi enciclopedica. Storico sincero ed entusiasta, ammiratore di Rousseau e del suo Contratto sociale (alla base dello Stato moderno), sensibile al concetto di rappresentanza ma acerrimo nemico del parlamentarismo moderno (verso cui non evita di lanciare invettive), Belloc ricostruisce a grandi linee le fasi rivoluzionarie e traccia il profilo dei grandi protagonisti dell’epoca. Robespierre, Danton e Marat rivivono nelle sue pagine insieme a personaggi meno noti come Mirabeau, Carnot e La Fayette: di ognuno mette in luce pregi e difetti, passioni e contraddizioni, aspirazioni ideali e debolezze umane. Non ci si deve meravigliare se Robespierre e Danton ne escono sotto una luce diversa rispetto alla vulgata rivoluzionaria: il primo non sarebbe il promotore del Terrore ma una sua vittima, il secondo è invece il grande artefice della creazione del Comitato di salute pubblica, organo che fu in grado di dare un centro alla caotica azione rivoluzionaria. Neppure i sovrani si sottraggono alla sua analisi: Luigi XVI viene tratteggiato come un uomo onesto e pio sprovvisto di capacità di analisi, Maria Antonietta come una sovrana incauta ma volitiva e calunniata, ed entrambi pagarono a caro prezzo problematiche che si trascinavano colpevolmente da troppo tempo. Agli occhi del lettore moderno, l’opera potrebbe sembrare involuta e, in alcuni casi, di difficile lettura: lo stile di Belloc, strutturato e pieno di subordinate, risente dell’epoca in cui fu scritto (1915). Non lo è invece dal punto di vista contenutistico: il capitolo L’aspetto militare della Rivoluzione affronta una tematica fondamentale ma spesso trascurata come quella della guerra che la neonata Repubblica francese si trovò a gestire contro gli altri Stati europei. Con la sua analisi di fronti, battaglie e armate Belloc dimostra quanto la storiografia miliare anglosassone sia sempre stata all’avanguardia.