venerdì 29 gennaio 2016

Howard Phillips Lovecraft - La cosa sulla soglia

«È vero che ho spedito sei pallottole nella testa del mio migliore amico, tuttavia spero che con questo mio resoconto riuscirò a dimostrare che non sono il suo assassino». Se poi l’amico in questione ti si rivolge esclamando «Kamog! Kamog!... Il pozzo degli Shoggoth... Iä! Shub-Niggurath! Il Capro Nero dai Mille Cuccioli!», si capisce che forse facevi bene a preoccuparti. Questo l’incredibile incipit del racconto La cosa sulla soglia di H.P. Lovecraft, in cui il narratore della storia, Daniel Upton, arrestato dalla polizia, ricostruisce i fatti che lo hanno portato a uccidere Edward Derby, o almeno quello che si presume essere tale (il che non è affatto scontato). Come sempre, Lovecraft è un assoluto maestro nel creare una storia malsana e morbosa senza dilungarsi troppo, ponendosi dal punto di vista dell’uomo comune (Daniel Upton) che rimane sconvolto dall’irrompere dell’orrore cosmico («Esistono cupe zone d’ombra accanto ai nostri sentieri quotidiani, e prima o poi un essere malefico riesce ad aprirsi un varco in uno di essi. E quando ciò avviene, l’uomo sa che ha il dovere di colpire prima ancora di calcolare le conseguenze del suo atto») per mezzo dell’amico Edward Derby, disadattato genialoide che si sposa con la misteriosa Asenath Waite, imparentata con una famiglia di Innsmouth (la città degli uomini pesce del fenomenale La maschera di Innsmouth) e figlia del sinistro Ephraim, studioso di arti magiche e morto pazzo in strane circostanze. Asenath, uno dei pochi personaggi femminili creati dal Solitario di Providence, comincia a controllare sempre di più il marito e a praticare su di lui esperimenti di mesmerismo telepatico e scambi di personalità, tanto da trasformarlo anche nella psiche e nel corpo («La figura che mi sedeva accanto somigliava sempre meno all’amico di sempre, per assumere i tratti di una mostruosa forza intrusa, giunta da uno spazio distante, una forza cosmica maligna e ignota»), ma è probabile che nemmeno Asenath sia quella che si crede. Come sempre, nella mitologia lovecraftiana, la pazzia e l’orrore si accompagnano alla lettura di libri proibiti (oltre al Necronomicon dell’arabo pazzo Abdul Alhazred, vengono nominati anche il terrificante Libro di Eibon e gli Unaussprechliche Kulte di von Juntz) e all’ambientazione, vero e proprio personaggio aggiunto, in questo campo «la leggendaria Arkham, maledetta da maghi e perseguitata da leggende occulte, Arkham il cui intrico di tetti aguzzi e le cui cadenti balaustrate georgiane rovinano sotto il peso dei secoli, lungo l’oscuro e sussurrante Miskatonic», per non parlare dei «terribili raduni in luoghi solitari» e delle «rovine ciclopiche nel cuore delle foreste del Maine, sotto le quali ampie scale scendevano fin negli abissi dei segreti più oscuri, […] labirintici meandri che attraverso muri invisibili conducevano ad altre dimensioni dello spazio e del tempo, e a orripilanti scambi di personalità che consentivano esplorazioni di luoghi remoti e proibiti, su altri mondi e in diverse dimensioni spazio-temporali».

sabato 23 gennaio 2016

Luca Manes - Made in England. Luci e ombre del football dei Maestri

Il calcio inglese! Quel meraviglioso mondo dall’atmosfera unica che quelli come me cresciuti a Subbuteo e Guerin Sportivo hanno imparato ad amare fin dall’infanzia sognando di poter vivere in un Paese come l’Inghilterra dove si è considerati eccentrici se si ignora il calcio e non se ci si dedica la propria intera esistenza! Ora quel mondo per pochi eletti, grazie all’avvento delle tv, dei soldi e delle wags, è diventato un prodotto completamente diverso, pulito, rassicurante, mondato dalla piaga degli hooligans, per famiglie e soprattutto esportabile per aumentare i profitti di chi governa il calcio. Certo, restiamo comunque ben lontani dalla tristezza del calcio italiano, ma molta dell’atmosfera di un tempo se ne è andata per non tornare mai più, come spiega questo bel libro di Luca Manes che analizza il calcio inglese a 360 gradi, tenendosi lontano da pregiudizi e falsi miti. Ovviamente si parte dalla fine, ovvero dall’avvento del corporate football, dalla pioggia di sterline piovute con la creazione della Premier League nel 1992 e l'avvento delle televisioni come Sky (nel 2010 i club hanno raggiunto l'incredibile guadagno di 2,7 miliardi di sterline), attraverso una formula che ha reso certe squadre sempre più ricche (anche grazie ai fondi addizionali per le squadre di Premier che retrocedono) e ha portato molti uomini d'affari (russi, americani, arabi, thailandesi) a scegliere di entrare prepotentemente nel nuovo Eldorado del calcio, per non parlare del merchandising che fa da solo un terzo delle entrate, soprattutto grazie al mercato orientale. Un successo crescente che si accompagna a un crescente disagio da parte dei tradizionali fruitori del football, appartenenti alla middle e woking class, mesi alla berlina come minacce per la società e scontenti per un rincaro dei biglietti ai limiti del ridicolo (+600% rispetto al 1989) e regole comportamentali sempre più rigide: le ground rules proibiscono agli spettatori di restare in piedi, di fumare, di portare aste di bandiera, di bere alcolici se non presso i chioschi presenti all’interno dello stadio, e se si accede con le parolacce o con atteggiamenti considerati intimidatori si può essere sbattuti fuori. Manes enuclea i fatti chiave degli anni Ottanta (il rogo di Bradford del 1985 e la tragedia di Hillsborough del 1989) che hanno portato al modello attuale e ne spiega le ragioni (mancanza di sicurezza di impianti antecedenti alla Seconda Guerra Mondiale, presenza barriere di ferro e pessima gestione dell’ordine pubblico a causa dell’incubo hooligans): il Taylor Report, così chiamato dal nome del giudice dell’Alta Corte inglese, Lord Peter Taylor of Gosforth, che presiedette la Commissione per fare luce sui fatti di Hillsborough (da quelle parti le commissioni funzionano!), stabilì una massiccia ristrutturazione degli stadi, la presenza di soli posti a sedere e l’abolizione delle terraces, le gradinate dove i tifosi assistevano alle partite in piedi pigiati come sardine. I vecchi stadi, in cui i giocatori si allenavano, spesso correndo sulle gradinate con un sacco di sabbia sulle spalle o appendendosi alle transenne (i più giovani della rosa in estate spesso dipingevano le tribune o davano una passata di cemento alle gradinate), hanno quindi subito dal 1990 un mostruoso processo di adeguamento o rinnovamento (addirittura un quarto degli stadi originari è stato demolito), con l’edificazione di nuove strutture spesso scollegate dal tessuto urbano delle città ma decentrare in aree postindustriali e periferiche (che costano meno e permettono la costruzione di parcheggi e migliori vie di accesso), spesso venendo battezzati con il nome di un munifico sponsor (Emirates Stadium, Reebok Stadium, JJB Stadium) secondo il principio del naming rights, ovvero “io ti do tanti soldi e tu battezzi il tuo stadio per tot anni con il nome della mia compagnia”, pratica che si sta affermando sempre di più nelle divisioni minori. Per non parlare dell’onta della diffusione dei corporate boxes, i palchi per ricconi o società private che si possono trovare in tutti gli impianti per svariate migliaia di sterline. Insomma, il calcio è diventato rispettabile e un nuovo pilastro dello show business, capace di attrarre molti membri dell’alta e media borghesia e di una crescente fetta di turisti stranieri disposti a spendere, con una repressione più soft ed economica degli hooligans, grazie all’utilizzo di telecamere a circuito chiuso (si calcola che sul territorio britannico ce ne siano oltre quattro milioni, una per ogni 14 abitanti: facile pensare che, dall’uscita del libro a oggi, siano ancora di più) e all’inasprimento delle misure giudiziarie (carcere e divieto di entrare negli stadi) nei confronti dei facinorosi. Anche i disordini legati alla Nazionale, durati fino agli Europei del 2000, hanno portato all’introduzione del Football Disorder Act, che ha attirato su di sé critiche da parte di esperti del diritto per i poteri troppo estesi conferiti alla polizia, la presunzione di colpevolezza basata su prove a volte poco incisive e il ritiro preventivo del passaporto, quasi un sacrilegio in un Paese dove la libertà di movimento è ritenuta uno dei cardini del vivere civile. Restano molti interrogativi (cosa succederà nel caso in cui un grande club, con investimenti colossali, dovesse fallire l'obiettivo Champions League? Le società sono tutte destinate a essere sconnesse dal tessuto territoriale e sociale che hanno rappresentato per deceni?), ma qualche elemento di rassicurazione c’è, soprattutto se paragonato al nostro calcio. Innanzitutto, quello che stupisce è che anche società di dimensioni medio-piccole sono oggi dotate di impianti ultramoderni, dotati di una sicurezza e di un comfort impensabili nelle divisioni minori di tanti altri Paesi dell’Europa occidentale (per non parlare dell’Italia, dove il discorso è estendibile a molti impianti di Serie A). Inoltre, anche in Inghilterra ci sono numerosi casi di cattiva gestione (molti club hanno fatto il passo più lungo della gamba, indebitandosi fino al collo per raggiungere la Premier o usando male i fondi addizionali una volta retrocessi, ritrovandosi con ingaggi milionari da onorare), ma chi ha difficoltà finanziarie non la passa liscia, pagando l’entrare in amministrazione controllata con dieci punti di penalizzazione in classifica in automatico. Per non parlare di quando Rupert Murdoch, proprietario del network Sky, si vide rifiutare da parte della Commissione di Controllo sulla concorrenza la proposta di acquisto del Manchester United in quanto si sarebbe creato un forte conflitto d’interesse per la vendita dei diritti televisivi della Premier: cosa può suggerire una cosa del genere a noi italiani? A conclusione di questo lungo e completo excursus, Manes dedica spazio al fenomeno delle associazioni di tifosi e dei football trust, capaci di salvare più di una società grazie all’azionariato popolare, quando addirittura i tifosi non hanno fondato delle nuove società come nel caso dell’FC United of Manchester e l’AC Wimbledon, pronte a ripartire dai bassifondi delle leghe dilettantistiche piuttosto che subire una squadra ormai internazionale (il Manchester United degli americani Glazer) oppure una sradicata dal suo luogo di origine e per giunta con un nome diverso (il Milton Keynes Dons). Esperimenti che nessuno può guardare con antipatia, almeno per solidarietà con chi cerca di dare una risposta al calcio inteso solo come business e spettacolo.

lunedì 18 gennaio 2016

Elena Ferrante - Storia del nuovo cognome

Secondo capitolo per la saga dell’Amica geniale di Elena Ferrante, fenomeno letterario degli ultimi anni su cui mi sono già espresso in termini lusinghieri (da assoluto profano, non avendo letto né I giorni dell’abbandono né L’amore molesto, per citare altri titoli di questa autrice la cui identità resta misteriosa). Eravamo rimasti con le amiche Lila e Lenù diciassettenni e con la scena del matrimonio di Lila con Stefano Carracci (gestore di una redditizia salumeria), con la quale si era concluso il primo capitolo e incomincia ora questo Storia del nuovo cognome: purtroppo, ancora con l’abito da sposa addosso, alla fine del ricevimento, la ragazza si rende conto di chi è veramente suo marito, a causa di uno sgarbo fatto per non dispiacere i fratelli Solara, i furbetti camorristi del rione napoletano in cui è ambientata l’intera vicenda. Si sente utilizzata come merce di scambio e, alla prima notte di nozze, prova per il marito repulsione e non vuole saperne di concedersi a lui. Ed ecco allora che arrivano le mazzate, che saranno le caratteristiche dei loro primi tempi di matrimonio: quando Lila torna al rione con gli occhialoni per nascondere le percosse e il muso lungo, tutti la invidiano perché ha una casa nuova e arredata, lontano dalla miseria che ha contraddistinto la sua vita precedente. E Lenù? È in crisi, marina la scuola, si butta via attraverso mezzi rapporti sessuali con Antonio (che nella vita fa il benzinaio), è combattuta tra il desiderio di fuggire dalla mediocrità del rione e l’invidia per il destino dell’amica già sposa e, quindi, il richiamo a restare parte di quel mondo, arrendendosi. Questo movimento di avvicinamento e di allontanamento è la chiave del romanzo, perché riguarda in generale il rapporto con il rione ma anche nello specifico nei confronti di Lila (ora amica e confidente, ora scostante e respingente) e in quelli di Nino Sarratore, che a un certo punto si materializza nella vita di Lenù e potrebbe essere il grande amore della sua vita, ma a tratti si avvicina e poi si ritrae. Proprio lui è il protagonista di un’estate di passione a Ischia, dove mostra la sua reale passione per Lila, con la quale inizia una relazione tormentata destinata a fallire. I punti cardine del libro sono i medesimi: lo stupore di Lenù di fronte alle scelte dell’amica, che sciupa la sua intelligenza pur essendo molto più geniale di lei (da piccola ha scritto una bellissima favola, La fata blu, e pur non avendo mai letto pièce teatrali si mette a disquisire con incredibile acume di Beckett) con una vita mediocre e infelice (fa figli con due uomini diversi e finisce addirittura a lavorare in una degradante fabbrica di salumi); il costante sentimento di inadeguatezza che prova Lenù durante tutta la sua vita, sia al rione, sia in campo affettivo, sia all’università (si laurea alla Normale di Pisa, si mette insieme al figlio di un professore e pubblica pure un romanzo); un sesso quasi sempre squallido e mortificante (le terribili scene della prima notte di nozze tra Lila e Salvatore e l’amplesso sulla spiaggia tra Lenù e Donato Sarratore); la convinzione che lo studio sia l’unico modo per affrancarsi da una vita mediocre e povera e fuggire dalla presenza oppressiva del rione; il rione come realtà a sé stante, con leggi e rituali propri (perfino petulanza e sguaiataggine hanno un loro preciso significato), violento e spietato (fisicamente e verbalmente) ma allo stesso tempo meschino e perbenista. Purtroppo, devo ammettere di aver litigato a lungo con questo secondo capitolo della saga, trovandolo più indigesto del suo predecessore e, a volte, minato da un’eccessiva lunghezza e da divagazioni sentimentali: è scritto sempre benissimo e con profondità psicologica, ma si ha spesso l’impressione che la narratrice (il romanzo è scritto in prima persona da Lenù, come il primo capitolo) risulti più interessante quando parla dei fatti che riguardano Lila che dei suoi. Attenzione al linguaggio, in molti casi duro ed esplicito.

venerdì 15 gennaio 2016

Paul Tobin, Max Bertolini - The Witcher. Killing Monsters

Continua la serie di fumetti di The Witcher pubblicati dalla Dark Horse in collaborazione con CD Projekt Red grazie a questo volumetto che mi sono ritrovato addirittura in allegato all’edizione del videogioco The Witcher 3 – Wild Hunt prenotato su Amazon.  Rispetto a La casa di vetro, oltre alle minori dimensioni, troviamo lo stile più grezzo del disegnatore Max Bertolini al posto di quello raffinato di Joe Querio, mentre i testi sono sempre di Paul Tobin. Gli eventi narrati si collegano direttamente all’inizio del videogioco (inizia con l’uccisione del grifone) e vedono i due witcher Geralt e Vesemir in cerca della maga Yennefer (che appare fugacemente allo strigo in un sogno ad alto tasso erotico), nello stesso mondo oscuro e acquitrinoso, con una natura inospitale e villaggi umani miserabili: nella piccola città di Vorune, occupata dalle truppe nilfgaardiane, i nostri accettano un contratto di 40 fiorini per uccidere un mostro divoratore di uomini, un demone con tre corna e tre occhi. Ovviamente, secondo le linee guida di Andrzej Sapkowski sempre rispettate da CD Projekt, la bestia non è l’unico mostro della regione, perché gli uomini sono molto peggio e non hanno rispetto per niente e per nessuno (neanche per i bambini); il nostro witcher potrebbe ignorare le ingiustizie che incontra sul proprio cammino, pensando esclusivamente ai propri affari, e invece sceglie di opporsi con la forza. Permane anche l’amara riflessione sulla guerra che cambia gli uomini («Non tutti allo stesso modo. Alcuni migliorano, altri peggiorano, altri ancora diventano mostri») e sull’ineluttabilità della violenza («Non cerco risse». «Be’, è questo il brutto della guerra, no? Non hai bisogno di cercare risse. Ti cadono in testa, come stronzi in una latrina»), l’umorismo tagliente («Così, Geralt, si uccide un graveir». «Ed è così che si rovinano gli stivali di un amico») e la sfiducia nei confronti dell’amore («Yennefer ti ha trattato bene nel sogno? Era gentile?». «Sì, lo era». «Allora era solo un sogno, Geralt. Un sogno»).

giovedì 7 gennaio 2016

Paul Tobin, Joe Querio - The Witcher. La casa di vetro

Divagazione fumettistica per la saga di The Witcher di cui ormai posso dichiararmi un fan, avendo letto i primi tre volumi della saga di Andrzej Sapkowski (spero sempre di proseguire con gli altri) e finito i primi due videogiochi (sono da mesi alle prese con il terzo). Non è mia intenzione far naufragare il discorso su territori troppo nerd, ma ancora una volta devo premettere che, senza il successo dei videogiochi, mai e poi mai avremmo trovato qualcosa riguardante Geralt di Rivia in Italia, quindi è molta la mia gratitudine nei confronti di CD Projekt Red per aver dato vita a questo franchise. Proprio con la collaborazione della software house, Paul Tobin (testi) e Joe Querio (disegni) hanno dato vita a questa graphic novel costituita da cinque capitoli (usciti in origine ognuno come numero della serie) che presenta una copertina molto Mike Mignola (il creatore di Hellboy) e una storia molto oscura che è slegata dalla successione cronologica dei romanzi di Sapkowski (e quindi è leggibile come cosa a sé). Il nostro Geralt si ritrova a salvare da un drowner un cacciatore, Jakob, il quale viene seguito da lontano dalla moglie morta e, a suo dire, trasformata in una bruxa (una vampira). I due si avventurano nella Foresta Nera e finiscono ospiti di una misteriosa casa dalle pareti con strane decorazioni in vetro che coincidono con gli argomenti trattati o le sensazioni dei personaggi, fornisce cibo già pronto ma nasconde cadaveri infuriati sotto una botola ed è custodita da un leshen (un guardiano della foresta) e una strega delle tombe. Alla compagnia si unisce anche la provocante succube Vara (già ospite della casa), ma ben presto si intuisce che la casa è una vera e propria presenza oscura che funge da ritrovo di anime dannate. Ci sono i classici temi maturi della saga di Sapkowski come la maledizione da spezzare (i witcher si guadagnano la vita uccidendo mostri e spezzando maledizioni), la meschinità umana, la solitudine di Geralt, la sessualità piuttosto libera e la questione del vero amore, differente da quello mercenario, con il classico rovesciamento finale (l’amore occasionale del witcher si rivela molto più sincero di quello autentico, in realtà folle e violento). Anche il combattimento rispetta quello codificato dalla saga: Geralt combatte mediante le sue due spade (una d’acciaio per gli uomini e una d’argento per i mostri) e i cinque segni magici. Lo stile dei disegni cupo e fiabesco allo stesso tempo è notevole ma purtroppo devo ammettere che gli autori americani sono lontani dall’estetica e dalla poesia slava dell’originale (i mostri invece sono disegnati esattamente come appaiono nel videogioco). Anche gli accenni umoristici sono ben lontani dalla satira del mondo fantasy tipica di Sapkowski. Una lettura piacevole, ma non fondamentale.

sabato 2 gennaio 2016

Michail Bulgakov - Il Maestro e Margherita

In un mondo che è sempre pronto a sdoganare e rivalutare qualcosa, Il Maestro e Margherita di Bulgakov ha addirittura subito il percorso inverso, tanto che da più parti leggo o sento di persone che lo bollano come lettura noiosa, assurda e pesante (è un classico e quindi, per definizione, i classici sono pesanti). Io l’avrò letto ormai una decina di volte, e ogni volta mi appassiona come la prima volta, anzi forse di più, scoprendolo ogni volta diverso. Ne ho già parlato QUI ma vorrei aggiungere qualche riflessione dopo l’ennesima rilettura, questa volta nell’ottima traduzione di Claudia Zonghetti (che si differenzia per aver mantenuto i toponimi in russo). Innanzitutto la grandiosità dei personaggi, tragici e divertentissimi al tempo stesso (ci sono un sacco di scene esilaranti), e una narrazione che mescola perfettamente comicità e tragicità. Ma anche la grande satira sociale che Bulgakov fa della Mosca sovietica, dominata dalla paura dello straniero e da tutto ciò che è diverso (il terrore delle spie e del contrabbando di valuta straniera), ma soprattutto da delatori e profittatori disposti a tutto pur di avere un alloggio migliore e a qualunque sotterfugio per nascondere i propri intrallazzi economici o amorosi (quasi tutti hanno un’amante a cui provvedono dal punto di vista economico o lavorativo), tanto che si potrebbe dire che il denaro sia l’unica preoccupazione collettiva («Sono uomini!» dice Woland. «Amano il denaro, è sempre stato così… L’umanità ama i soldi, di qualsiasi cosa siano fatti: pelle, carta, rame o oro. È gente sconsiderata…». E viene detto ancora: «Un bambino, una lettera anonima, un proclama, una bomba a orologeria, e altro ancora, ma nessuno oserebbe mai abbandonare quattrocento dollari, poiché in natura non esiste un idiota simile»). C’è il problema della macchina della burocrazia sovietica (ci sono i circoli dei letterati e solamente se si è membri di uno di questi circoli in possesso di una tessera si possono avere speranze di essere pubblicati sulle loro riviste), della censura (il Maestro ha bruciato il suo manoscritto, cioè la società l’ha costretto ad autocensurarsi) e della deportazione dei dissidenti: si accenna al campo di concentramento di Solovki nel Mar Bianco, dove Ivan Bezdomny vorrebbe mandare Kant e al quale sono dedicate le prime righe dell’ultimo capitolo («Come sono misteriose le brume sulle paludi. Chi tra quelle brume ha vagato, chi ha molto sofferto prima di morire, chi ha volato sulla terra carico di un fardello troppo gravoso, lo sa. Lo sa chi è stanco. E senza rimpianto lascia le brume della terra, le sue paludi e i suoi fiumi, e si concede a cuor leggero alle braccia della morte, conscio che solo lei potrà dargli la quiete»). Romanzo simbolista e religioso, Il Maestro e Margherita è un romanzo pasquale, che sovrappone la storia della Passione (Yeshua-Gesù e Ponzio Pilato) alla vicenda del presente (Ivan viene arrestato il mercoledì che precede Pasqua), sovrapponendo la Pasqua cristiana al pagano (il gran ballo di Satana a cui partecipa Margherita si tiene nel plenilunio di primavera) e ha il suo epilogo proprio il mattino del giorno di Pasqua. Quello che stupisce in questa vicenda è il ruolo ambiguo del male, introdotto dall’epigrafe tratta dal Faust di Goethe (di cui Bulgakov riprende il patto col diavolo e il nome di Margherita) “Sono una parte di quella forza che vuole perennemente il Male e permanentemente compie il Bene”. Un male che compie il bene, quindi, tanto che il Vangelo (la narrazione del romanzo scritto dal Maestro) viene raccontato dal diavolo e solo in seguito dal Maestro, e un male che è allo stesso tempo mescolanza di luce e tenebra (Woland ha un occhio nero e vuoto ma l’altro cambia colore e ha una scintilla di luce). Questo introduce all’altro grande tema del romanzo: la mediazione. È stato analizzato che la struttura e i personaggi del romanzo funzionano esclusivamente in chiave di mediazione, cioè entrano in relazione con qualcuno sempre attraverso qualcun altro: il Maestro con il diavolo attraverso Margherita, Margherita con il Maestro attraverso il diavolo, la stessa Margherita ci viene presentata dal Maestro e compare solo all’inizio della seconda parte (il Maestro, dal canto suo, entra in scena solo al tredicesimo capitolo della prima parte). Anche il bene, che di per sé è piuttosto banale (l’insegnamento di Yeshua si limita a un semplice «Tutti gli uomini sono buoni»), si capisce solo attraverso questa mediazione («L’umanità guarderà al sole attraverso un cristallo trasparente»). Dice Woland a Levi Matteo: «Hai pronunciato le tue parole come se non ammettessi l’esistenza delle tenebre e tanto meno del male. Ma vuoi avere la compiacenza di riflettere su una cosa: che cosa sarebbe il tuo bene se il male non esistesse? E che aspetto avrebbe la terra se sparissero le ombre? Le ombre sono generate dalle persone e dalle cose. Guarda, ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono anche quelle degli alberi e degli esseri viventi. Vorresti forse scorticare l’intero pianeta, sradicando tutti gli alberi e quanto c’è di vivo, per il tuo stupido capriccio di godere della luce nuda? Sei uno sciocco». È un bene che rinuncia a imporsi, irrazionale e adogmatico, anch’esso ambiguo perché legato a una figura come quella di Yeshua che non è il Gesù dei Vangeli ma piuttosto il Gesù concepito dallo storicismo di metà Ottocento (ha 27 anni, è siriano, non ha conosciuto i suoi genitori), e che allo stesso tempo è da vivere solo in chiave esperienziale, un incontro che cambia la vita anche di chi ne viene toccato solo in parte. È abbastanza chiara la contrapposizione tra sole e luna che fa Bulgakov in tutto il romanzo, con il rifiuto del primo, presenza negativa e soffocante (Pilato soffre di emicrania a causa di esso), e l’esaltazione della seconda, costante presenza e richiamo all’interiorità e alla complessità. Solo l’arte, sembra dire Bulgakov, può spiegare la vera natura di bene e male, e non è un caso che questa missione sia affidata dall’alto al Maestro, che nel suo nome già è portatore di una valenza religiosa, in contrapposizione all’arte finta e artificiosa di regima rappresentata da Ivan: è lui l’unico sopravvissuto che rimane alla fine, quando decide di non scrivere più poesie perché conscio della sua inadeguatezza, diventa professore e cambia nome in Ponyrëv, destinato a rivivere ogni volta la sua eccezionale esperienza di travaglio nelle notti di luna piena.

venerdì 1 gennaio 2016

Kalayna Price - Un oscuro segreto

Lettura strana questo romanzo urban fantasy al femminile di Kalayna Price, primo capitolo di una saga dedicata alla strega Alex Craft che mescola paranormale, thriller, magia nera e romanticismo. La Price immagina uno scenario urbano, la città di Nekros City, in cui le creature magiche si sono rivelate e convivono con le persone normali (anzi, siccome per il folklore classico le fate esistono solo le persone ci credono, ora che si sono rivelate sono ancora più sicure della loro esistenza). Anche la protagonista è una di loro, visto che è una detective dell’occulto, cioè una strega in possesso di una licenza di investigatrice privata. Ha il potere di parlare con le anime dei morti e a volte con qualche anima bloccata tra l’aldiquà e l’aldilà, e questo l’ha portata da un lato a essere ripudiata dal padre (vicegovernatore della città) ma dall’altro a collaborare con la polizia per identificare i cadaveri (e in questo senso il titolo originale Grave Witch ha molto più senso dell’italiano Un oscuro segreto). È stata alla scuola di stregoneria ma non ha imparato molto: tutto quello che sa le viene dall’istinto. Viene contatta da persone che le chiedono di evocare parenti (e addirittura di scoprire la storia medica della loro famiglia per fare luce sui loro problemi di concepimento) e vive insieme a un gatto spelacchiato in una casa che possiede una gargolla senziente. Nel caso specifico, si ritrova impegnata in due indagini: la prima riguarda un possibile serial killer di donne con connessioni alla magia nera, la seconda la morte del governatore Coleman, membro più influente del partito Umani prima di Tutto che vuole limitare i diritti delle streghe e delle fate (e del quale fa parte anche il padre di Alex), con il rinvenimento di strani geroglifici sul corpo della salma. Ovviamente, è il classico caso che sembra semplice ma ben presto si rivela essere la tessera di un mosaico molto più complesso e minaccia la stessa anima di Alex, che ben presto comincia a venire seguita da un fantasma che si rivela essere il possessore del corpo di Coleman, rubatogli da ben 12 anni. Ad affiancarla c’è un detective sexy e misterioso dal capello fluente, Falin Adrews, che si rivelerà essere una creatura fatata, e un personaggio d’eccezione: Morte, che beve il caffè col latte, indossa jeans e maglietta ed è innamorato di Alex. L’autrice riesce a gestire piuttosto bene il tutto, dosando suspense e bizzarria (l’esattrice di anime rasta con pantaloni aderenti a vita bassa di PVC bianco e stivali alti fino al ginocchio) fino allo scontro finale, tra cerchi magici e rituali sacrificali: il suo mondo, per quanto non particolarmente stratificato, è a suo modo divertente (i fantasmi sono anime consapevoli e gli spiriti sono solo ricordi, mentre streghe e streghe wyrd si differenziano tra loro in quanto istruite o non istruite a usare la magia), e per fortuna la sua protagonista (abbastanza imbranata e strega suo malgrado) permette una narrazione ironica e scanzonata. Purtroppo il lato romantico-sentimentale diventa in breve preponderante (con frasi tipo: «le sue labbra sapevano di miele e risate», «gemetti nella sua bocca» e «la sua bocca inghiottì i miei ansiti», oltre a una scena di sesso piuttosto spinta ed esplicita) e indebolisce il tutto, con la nostra Alexis innamorata di Falin ma desiderata da Morte: un triangolo che resta inevitabilmente aperto e destinato a vedere ulteriori sviluppi nel prosieguo della saga, che dovrebbe anche approfondire e risolvere gli interrogativi lasciati aperti da questo primo capitolo (qual è il vero ruolo di Alex? Chi è veramente suo padre?). Certo, le lettrici femminili avranno di che sgomitare per decidere chi sia il partner più fascinoso.