lunedì 18 gennaio 2016

Elena Ferrante - Storia del nuovo cognome

Secondo capitolo per la saga dell’Amica geniale di Elena Ferrante, fenomeno letterario degli ultimi anni su cui mi sono già espresso in termini lusinghieri (da assoluto profano, non avendo letto né I giorni dell’abbandono né L’amore molesto, per citare altri titoli di questa autrice la cui identità resta misteriosa). Eravamo rimasti con le amiche Lila e Lenù diciassettenni e con la scena del matrimonio di Lila con Stefano Carracci (gestore di una redditizia salumeria), con la quale si era concluso il primo capitolo e incomincia ora questo Storia del nuovo cognome: purtroppo, ancora con l’abito da sposa addosso, alla fine del ricevimento, la ragazza si rende conto di chi è veramente suo marito, a causa di uno sgarbo fatto per non dispiacere i fratelli Solara, i furbetti camorristi del rione napoletano in cui è ambientata l’intera vicenda. Si sente utilizzata come merce di scambio e, alla prima notte di nozze, prova per il marito repulsione e non vuole saperne di concedersi a lui. Ed ecco allora che arrivano le mazzate, che saranno le caratteristiche dei loro primi tempi di matrimonio: quando Lila torna al rione con gli occhialoni per nascondere le percosse e il muso lungo, tutti la invidiano perché ha una casa nuova e arredata, lontano dalla miseria che ha contraddistinto la sua vita precedente. E Lenù? È in crisi, marina la scuola, si butta via attraverso mezzi rapporti sessuali con Antonio (che nella vita fa il benzinaio), è combattuta tra il desiderio di fuggire dalla mediocrità del rione e l’invidia per il destino dell’amica già sposa e, quindi, il richiamo a restare parte di quel mondo, arrendendosi. Questo movimento di avvicinamento e di allontanamento è la chiave del romanzo, perché riguarda in generale il rapporto con il rione ma anche nello specifico nei confronti di Lila (ora amica e confidente, ora scostante e respingente) e in quelli di Nino Sarratore, che a un certo punto si materializza nella vita di Lenù e potrebbe essere il grande amore della sua vita, ma a tratti si avvicina e poi si ritrae. Proprio lui è il protagonista di un’estate di passione a Ischia, dove mostra la sua reale passione per Lila, con la quale inizia una relazione tormentata destinata a fallire. I punti cardine del libro sono i medesimi: lo stupore di Lenù di fronte alle scelte dell’amica, che sciupa la sua intelligenza pur essendo molto più geniale di lei (da piccola ha scritto una bellissima favola, La fata blu, e pur non avendo mai letto pièce teatrali si mette a disquisire con incredibile acume di Beckett) con una vita mediocre e infelice (fa figli con due uomini diversi e finisce addirittura a lavorare in una degradante fabbrica di salumi); il costante sentimento di inadeguatezza che prova Lenù durante tutta la sua vita, sia al rione, sia in campo affettivo, sia all’università (si laurea alla Normale di Pisa, si mette insieme al figlio di un professore e pubblica pure un romanzo); un sesso quasi sempre squallido e mortificante (le terribili scene della prima notte di nozze tra Lila e Salvatore e l’amplesso sulla spiaggia tra Lenù e Donato Sarratore); la convinzione che lo studio sia l’unico modo per affrancarsi da una vita mediocre e povera e fuggire dalla presenza oppressiva del rione; il rione come realtà a sé stante, con leggi e rituali propri (perfino petulanza e sguaiataggine hanno un loro preciso significato), violento e spietato (fisicamente e verbalmente) ma allo stesso tempo meschino e perbenista. Purtroppo, devo ammettere di aver litigato a lungo con questo secondo capitolo della saga, trovandolo più indigesto del suo predecessore e, a volte, minato da un’eccessiva lunghezza e da divagazioni sentimentali: è scritto sempre benissimo e con profondità psicologica, ma si ha spesso l’impressione che la narratrice (il romanzo è scritto in prima persona da Lenù, come il primo capitolo) risulti più interessante quando parla dei fatti che riguardano Lila che dei suoi. Attenzione al linguaggio, in molti casi duro ed esplicito.

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