venerdì 29 gennaio 2016

Howard Phillips Lovecraft - La cosa sulla soglia

«È vero che ho spedito sei pallottole nella testa del mio migliore amico, tuttavia spero che con questo mio resoconto riuscirò a dimostrare che non sono il suo assassino». Se poi l’amico in questione ti si rivolge esclamando «Kamog! Kamog!... Il pozzo degli Shoggoth... Iä! Shub-Niggurath! Il Capro Nero dai Mille Cuccioli!», si capisce che forse facevi bene a preoccuparti. Questo l’incredibile incipit del racconto La cosa sulla soglia di H.P. Lovecraft, in cui il narratore della storia, Daniel Upton, arrestato dalla polizia, ricostruisce i fatti che lo hanno portato a uccidere Edward Derby, o almeno quello che si presume essere tale (il che non è affatto scontato). Come sempre, Lovecraft è un assoluto maestro nel creare una storia malsana e morbosa senza dilungarsi troppo, ponendosi dal punto di vista dell’uomo comune (Daniel Upton) che rimane sconvolto dall’irrompere dell’orrore cosmico («Esistono cupe zone d’ombra accanto ai nostri sentieri quotidiani, e prima o poi un essere malefico riesce ad aprirsi un varco in uno di essi. E quando ciò avviene, l’uomo sa che ha il dovere di colpire prima ancora di calcolare le conseguenze del suo atto») per mezzo dell’amico Edward Derby, disadattato genialoide che si sposa con la misteriosa Asenath Waite, imparentata con una famiglia di Innsmouth (la città degli uomini pesce del fenomenale La maschera di Innsmouth) e figlia del sinistro Ephraim, studioso di arti magiche e morto pazzo in strane circostanze. Asenath, uno dei pochi personaggi femminili creati dal Solitario di Providence, comincia a controllare sempre di più il marito e a praticare su di lui esperimenti di mesmerismo telepatico e scambi di personalità, tanto da trasformarlo anche nella psiche e nel corpo («La figura che mi sedeva accanto somigliava sempre meno all’amico di sempre, per assumere i tratti di una mostruosa forza intrusa, giunta da uno spazio distante, una forza cosmica maligna e ignota»), ma è probabile che nemmeno Asenath sia quella che si crede. Come sempre, nella mitologia lovecraftiana, la pazzia e l’orrore si accompagnano alla lettura di libri proibiti (oltre al Necronomicon dell’arabo pazzo Abdul Alhazred, vengono nominati anche il terrificante Libro di Eibon e gli Unaussprechliche Kulte di von Juntz) e all’ambientazione, vero e proprio personaggio aggiunto, in questo campo «la leggendaria Arkham, maledetta da maghi e perseguitata da leggende occulte, Arkham il cui intrico di tetti aguzzi e le cui cadenti balaustrate georgiane rovinano sotto il peso dei secoli, lungo l’oscuro e sussurrante Miskatonic», per non parlare dei «terribili raduni in luoghi solitari» e delle «rovine ciclopiche nel cuore delle foreste del Maine, sotto le quali ampie scale scendevano fin negli abissi dei segreti più oscuri, […] labirintici meandri che attraverso muri invisibili conducevano ad altre dimensioni dello spazio e del tempo, e a orripilanti scambi di personalità che consentivano esplorazioni di luoghi remoti e proibiti, su altri mondi e in diverse dimensioni spazio-temporali».

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