sabato 23 gennaio 2016

Luca Manes - Made in England. Luci e ombre del football dei Maestri

Il calcio inglese! Quel meraviglioso mondo dall’atmosfera unica che quelli come me cresciuti a Subbuteo e Guerin Sportivo hanno imparato ad amare fin dall’infanzia sognando di poter vivere in un Paese come l’Inghilterra dove si è considerati eccentrici se si ignora il calcio e non se ci si dedica la propria intera esistenza! Ora quel mondo per pochi eletti, grazie all’avvento delle tv, dei soldi e delle wags, è diventato un prodotto completamente diverso, pulito, rassicurante, mondato dalla piaga degli hooligans, per famiglie e soprattutto esportabile per aumentare i profitti di chi governa il calcio. Certo, restiamo comunque ben lontani dalla tristezza del calcio italiano, ma molta dell’atmosfera di un tempo se ne è andata per non tornare mai più, come spiega questo bel libro di Luca Manes che analizza il calcio inglese a 360 gradi, tenendosi lontano da pregiudizi e falsi miti. Ovviamente si parte dalla fine, ovvero dall’avvento del corporate football, dalla pioggia di sterline piovute con la creazione della Premier League nel 1992 e l'avvento delle televisioni come Sky (nel 2010 i club hanno raggiunto l'incredibile guadagno di 2,7 miliardi di sterline), attraverso una formula che ha reso certe squadre sempre più ricche (anche grazie ai fondi addizionali per le squadre di Premier che retrocedono) e ha portato molti uomini d'affari (russi, americani, arabi, thailandesi) a scegliere di entrare prepotentemente nel nuovo Eldorado del calcio, per non parlare del merchandising che fa da solo un terzo delle entrate, soprattutto grazie al mercato orientale. Un successo crescente che si accompagna a un crescente disagio da parte dei tradizionali fruitori del football, appartenenti alla middle e woking class, mesi alla berlina come minacce per la società e scontenti per un rincaro dei biglietti ai limiti del ridicolo (+600% rispetto al 1989) e regole comportamentali sempre più rigide: le ground rules proibiscono agli spettatori di restare in piedi, di fumare, di portare aste di bandiera, di bere alcolici se non presso i chioschi presenti all’interno dello stadio, e se si accede con le parolacce o con atteggiamenti considerati intimidatori si può essere sbattuti fuori. Manes enuclea i fatti chiave degli anni Ottanta (il rogo di Bradford del 1985 e la tragedia di Hillsborough del 1989) che hanno portato al modello attuale e ne spiega le ragioni (mancanza di sicurezza di impianti antecedenti alla Seconda Guerra Mondiale, presenza barriere di ferro e pessima gestione dell’ordine pubblico a causa dell’incubo hooligans): il Taylor Report, così chiamato dal nome del giudice dell’Alta Corte inglese, Lord Peter Taylor of Gosforth, che presiedette la Commissione per fare luce sui fatti di Hillsborough (da quelle parti le commissioni funzionano!), stabilì una massiccia ristrutturazione degli stadi, la presenza di soli posti a sedere e l’abolizione delle terraces, le gradinate dove i tifosi assistevano alle partite in piedi pigiati come sardine. I vecchi stadi, in cui i giocatori si allenavano, spesso correndo sulle gradinate con un sacco di sabbia sulle spalle o appendendosi alle transenne (i più giovani della rosa in estate spesso dipingevano le tribune o davano una passata di cemento alle gradinate), hanno quindi subito dal 1990 un mostruoso processo di adeguamento o rinnovamento (addirittura un quarto degli stadi originari è stato demolito), con l’edificazione di nuove strutture spesso scollegate dal tessuto urbano delle città ma decentrare in aree postindustriali e periferiche (che costano meno e permettono la costruzione di parcheggi e migliori vie di accesso), spesso venendo battezzati con il nome di un munifico sponsor (Emirates Stadium, Reebok Stadium, JJB Stadium) secondo il principio del naming rights, ovvero “io ti do tanti soldi e tu battezzi il tuo stadio per tot anni con il nome della mia compagnia”, pratica che si sta affermando sempre di più nelle divisioni minori. Per non parlare dell’onta della diffusione dei corporate boxes, i palchi per ricconi o società private che si possono trovare in tutti gli impianti per svariate migliaia di sterline. Insomma, il calcio è diventato rispettabile e un nuovo pilastro dello show business, capace di attrarre molti membri dell’alta e media borghesia e di una crescente fetta di turisti stranieri disposti a spendere, con una repressione più soft ed economica degli hooligans, grazie all’utilizzo di telecamere a circuito chiuso (si calcola che sul territorio britannico ce ne siano oltre quattro milioni, una per ogni 14 abitanti: facile pensare che, dall’uscita del libro a oggi, siano ancora di più) e all’inasprimento delle misure giudiziarie (carcere e divieto di entrare negli stadi) nei confronti dei facinorosi. Anche i disordini legati alla Nazionale, durati fino agli Europei del 2000, hanno portato all’introduzione del Football Disorder Act, che ha attirato su di sé critiche da parte di esperti del diritto per i poteri troppo estesi conferiti alla polizia, la presunzione di colpevolezza basata su prove a volte poco incisive e il ritiro preventivo del passaporto, quasi un sacrilegio in un Paese dove la libertà di movimento è ritenuta uno dei cardini del vivere civile. Restano molti interrogativi (cosa succederà nel caso in cui un grande club, con investimenti colossali, dovesse fallire l'obiettivo Champions League? Le società sono tutte destinate a essere sconnesse dal tessuto territoriale e sociale che hanno rappresentato per deceni?), ma qualche elemento di rassicurazione c’è, soprattutto se paragonato al nostro calcio. Innanzitutto, quello che stupisce è che anche società di dimensioni medio-piccole sono oggi dotate di impianti ultramoderni, dotati di una sicurezza e di un comfort impensabili nelle divisioni minori di tanti altri Paesi dell’Europa occidentale (per non parlare dell’Italia, dove il discorso è estendibile a molti impianti di Serie A). Inoltre, anche in Inghilterra ci sono numerosi casi di cattiva gestione (molti club hanno fatto il passo più lungo della gamba, indebitandosi fino al collo per raggiungere la Premier o usando male i fondi addizionali una volta retrocessi, ritrovandosi con ingaggi milionari da onorare), ma chi ha difficoltà finanziarie non la passa liscia, pagando l’entrare in amministrazione controllata con dieci punti di penalizzazione in classifica in automatico. Per non parlare di quando Rupert Murdoch, proprietario del network Sky, si vide rifiutare da parte della Commissione di Controllo sulla concorrenza la proposta di acquisto del Manchester United in quanto si sarebbe creato un forte conflitto d’interesse per la vendita dei diritti televisivi della Premier: cosa può suggerire una cosa del genere a noi italiani? A conclusione di questo lungo e completo excursus, Manes dedica spazio al fenomeno delle associazioni di tifosi e dei football trust, capaci di salvare più di una società grazie all’azionariato popolare, quando addirittura i tifosi non hanno fondato delle nuove società come nel caso dell’FC United of Manchester e l’AC Wimbledon, pronte a ripartire dai bassifondi delle leghe dilettantistiche piuttosto che subire una squadra ormai internazionale (il Manchester United degli americani Glazer) oppure una sradicata dal suo luogo di origine e per giunta con un nome diverso (il Milton Keynes Dons). Esperimenti che nessuno può guardare con antipatia, almeno per solidarietà con chi cerca di dare una risposta al calcio inteso solo come business e spettacolo.

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