sabato 2 gennaio 2016

Michail Bulgakov - Il Maestro e Margherita

In un mondo che è sempre pronto a sdoganare e rivalutare qualcosa, Il Maestro e Margherita di Bulgakov ha addirittura subito il percorso inverso, tanto che da più parti leggo o sento di persone che lo bollano come lettura noiosa, assurda e pesante (è un classico e quindi, per definizione, i classici sono pesanti). Io l’avrò letto ormai una decina di volte, e ogni volta mi appassiona come la prima volta, anzi forse di più, scoprendolo ogni volta diverso. Ne ho già parlato QUI ma vorrei aggiungere qualche riflessione dopo l’ennesima rilettura, questa volta nell’ottima traduzione di Claudia Zonghetti (che si differenzia per aver mantenuto i toponimi in russo). Innanzitutto la grandiosità dei personaggi, tragici e divertentissimi al tempo stesso (ci sono un sacco di scene esilaranti), e una narrazione che mescola perfettamente comicità e tragicità. Ma anche la grande satira sociale che Bulgakov fa della Mosca sovietica, dominata dalla paura dello straniero e da tutto ciò che è diverso (il terrore delle spie e del contrabbando di valuta straniera), ma soprattutto da delatori e profittatori disposti a tutto pur di avere un alloggio migliore e a qualunque sotterfugio per nascondere i propri intrallazzi economici o amorosi (quasi tutti hanno un’amante a cui provvedono dal punto di vista economico o lavorativo), tanto che si potrebbe dire che il denaro sia l’unica preoccupazione collettiva («Sono uomini!» dice Woland. «Amano il denaro, è sempre stato così… L’umanità ama i soldi, di qualsiasi cosa siano fatti: pelle, carta, rame o oro. È gente sconsiderata…». E viene detto ancora: «Un bambino, una lettera anonima, un proclama, una bomba a orologeria, e altro ancora, ma nessuno oserebbe mai abbandonare quattrocento dollari, poiché in natura non esiste un idiota simile»). C’è il problema della macchina della burocrazia sovietica (ci sono i circoli dei letterati e solamente se si è membri di uno di questi circoli in possesso di una tessera si possono avere speranze di essere pubblicati sulle loro riviste), della censura (il Maestro ha bruciato il suo manoscritto, cioè la società l’ha costretto ad autocensurarsi) e della deportazione dei dissidenti: si accenna al campo di concentramento di Solovki nel Mar Bianco, dove Ivan Bezdomny vorrebbe mandare Kant e al quale sono dedicate le prime righe dell’ultimo capitolo («Come sono misteriose le brume sulle paludi. Chi tra quelle brume ha vagato, chi ha molto sofferto prima di morire, chi ha volato sulla terra carico di un fardello troppo gravoso, lo sa. Lo sa chi è stanco. E senza rimpianto lascia le brume della terra, le sue paludi e i suoi fiumi, e si concede a cuor leggero alle braccia della morte, conscio che solo lei potrà dargli la quiete»). Romanzo simbolista e religioso, Il Maestro e Margherita è un romanzo pasquale, che sovrappone la storia della Passione (Yeshua-Gesù e Ponzio Pilato) alla vicenda del presente (Ivan viene arrestato il mercoledì che precede Pasqua), sovrapponendo la Pasqua cristiana al pagano (il gran ballo di Satana a cui partecipa Margherita si tiene nel plenilunio di primavera) e ha il suo epilogo proprio il mattino del giorno di Pasqua. Quello che stupisce in questa vicenda è il ruolo ambiguo del male, introdotto dall’epigrafe tratta dal Faust di Goethe (di cui Bulgakov riprende il patto col diavolo e il nome di Margherita) “Sono una parte di quella forza che vuole perennemente il Male e permanentemente compie il Bene”. Un male che compie il bene, quindi, tanto che il Vangelo (la narrazione del romanzo scritto dal Maestro) viene raccontato dal diavolo e solo in seguito dal Maestro, e un male che è allo stesso tempo mescolanza di luce e tenebra (Woland ha un occhio nero e vuoto ma l’altro cambia colore e ha una scintilla di luce). Questo introduce all’altro grande tema del romanzo: la mediazione. È stato analizzato che la struttura e i personaggi del romanzo funzionano esclusivamente in chiave di mediazione, cioè entrano in relazione con qualcuno sempre attraverso qualcun altro: il Maestro con il diavolo attraverso Margherita, Margherita con il Maestro attraverso il diavolo, la stessa Margherita ci viene presentata dal Maestro e compare solo all’inizio della seconda parte (il Maestro, dal canto suo, entra in scena solo al tredicesimo capitolo della prima parte). Anche il bene, che di per sé è piuttosto banale (l’insegnamento di Yeshua si limita a un semplice «Tutti gli uomini sono buoni»), si capisce solo attraverso questa mediazione («L’umanità guarderà al sole attraverso un cristallo trasparente»). Dice Woland a Levi Matteo: «Hai pronunciato le tue parole come se non ammettessi l’esistenza delle tenebre e tanto meno del male. Ma vuoi avere la compiacenza di riflettere su una cosa: che cosa sarebbe il tuo bene se il male non esistesse? E che aspetto avrebbe la terra se sparissero le ombre? Le ombre sono generate dalle persone e dalle cose. Guarda, ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono anche quelle degli alberi e degli esseri viventi. Vorresti forse scorticare l’intero pianeta, sradicando tutti gli alberi e quanto c’è di vivo, per il tuo stupido capriccio di godere della luce nuda? Sei uno sciocco». È un bene che rinuncia a imporsi, irrazionale e adogmatico, anch’esso ambiguo perché legato a una figura come quella di Yeshua che non è il Gesù dei Vangeli ma piuttosto il Gesù concepito dallo storicismo di metà Ottocento (ha 27 anni, è siriano, non ha conosciuto i suoi genitori), e che allo stesso tempo è da vivere solo in chiave esperienziale, un incontro che cambia la vita anche di chi ne viene toccato solo in parte. È abbastanza chiara la contrapposizione tra sole e luna che fa Bulgakov in tutto il romanzo, con il rifiuto del primo, presenza negativa e soffocante (Pilato soffre di emicrania a causa di esso), e l’esaltazione della seconda, costante presenza e richiamo all’interiorità e alla complessità. Solo l’arte, sembra dire Bulgakov, può spiegare la vera natura di bene e male, e non è un caso che questa missione sia affidata dall’alto al Maestro, che nel suo nome già è portatore di una valenza religiosa, in contrapposizione all’arte finta e artificiosa di regima rappresentata da Ivan: è lui l’unico sopravvissuto che rimane alla fine, quando decide di non scrivere più poesie perché conscio della sua inadeguatezza, diventa professore e cambia nome in Ponyrëv, destinato a rivivere ogni volta la sua eccezionale esperienza di travaglio nelle notti di luna piena.

Nessun commento:

Posta un commento