martedì 2 febbraio 2016

Teresa Radice, Stefano Turconi - Il porto proibito

La graphic novel che non ti aspetti. Soprattutto perché viene dall’Italia. Concepito e realizzato da Teresa Radice (testi) e Stefano Turconi (disegni), pubblicato dalla sempre eccellente BAO Publishing, Il porto proibito mi ha folgorato e commosso, tenendomi incollato alle pagine nonostante le notevoli dimensioni (oltre 300 pagine). Un’avventura alla Stevenson (citato nel cognome del protagonista, oltre che in un altro personaggio di nome Benbow, come la locanda de L’isola del tesoro) con atmosfere alla Master & Commander, ma che non è un racconto di avventura in senso classico. Ambientato nei primi anni del 1800, durante le guerre napoleoniche (il periodo d’oro della marina), racconta la storia di Abel, un ragazzino che ha perso la memoria e viene ripescato dall’HMS Explorer, una nave britannica, a bordo della quale conosce il capitano William Roberts e dimostra le sue doti nell’arte della navigazione. Tornati a Plymouth, Roberts gli trova una sistemazione nella casa delle figlie dell’ex capitano dell’Explorer, Abel Stevenson, che pare sia scappato dopo aver rubato il bottino della nave e aver ucciso delle guardie (Roberts mira a sposare proprio una delle figlie): le giovani si trovano in una situazione difficile dal punto di vista personale ed economico, in quanto credono innocente il padre e possiedono una locanda nella quale non vuole soggiornare nessuno per non contaminarsi con un traditore. Abel conosce Rebecca, una donna molto misteriosa e triste che esce molto raramente e che gestisce un bordello in città: entrambi condividono la capacità di vedere all’orizzonte un misterioso porto (il porto proibito cui allude il titolo) che nessun altro riesce a vedere. Dopo aver scoperto che Abel sa leggere, lo ospita tutti i giorni per farsi leggere da lui un libro: da questo momento i due formeranno una strana coppia che si aiuterà a vicenda nello scoprire la verità e il passato di entrambi, e la loro storia si intreccerà a quella del capitano Nathan MacLeod, innamorato perdutamente di Rebecca ma incapace di portarla via con sé per la ritrosia di lei e la volontà di lui di continuare ad andare per mare. Molti potrebbero rimanere delusi dalla mancanza di veri colpi di scena e dalla prevedibilità del finale, ma il tutto è trattato in maniera talmente malinconica e poetica da passarci volentieri sopra. L’espediente del viaggio per mare per ritrovare se stessi veicola temi adulti e complessi come l’amore (sia carnale sia parentale), la morte, il ricordo, la lontananza e le seconde possibilità che vengono concesse ad alcuni (Last Chance è l’emblematico nome della nave di Nathan McLeod), il tutto unito a un uso incredibile delle citazioni letterarie (oltre che bibliche) che pescano dichiaratamente a piene mani dai poetici romantici dell’Ottocento come Wordsworth, Byron, Blake e Coleridge, i cui versi si fondano con l’ambientazione e i personaggi e sono fondamentali per la formazione della propria persona (i libri servono a Rebecca per spiegare ad Abel che cosa sta vivendo): nel caso della Ballata del Vecchio Marinaio si tratta di una presenza costante e addirittura si fonde con la vicenda di Abel diventandone la chiave di lettura. Tutto questo fa sì che, se proprio volessimo trovare un difetto all’opera, in certi punti il tono sia troppo romantico, troppo letterario, quasi autocompiaciuto, ma raramente mi sono imbattuto in un simile trasporto verso il mondo culturale di riferimento (per dire, perfino i quattro atti di cui si compone l’opera sono introdotti ciascuno da un frontespizio stile libro d’epoca). L’amore per il mare è genuino, le battaglie e le tempeste avvincono, i marinai intonano vere canzoni marinare, le storie che raccontano affascinano, Plymouth è ricreata in maniera credibile. E i disegni? Capisco che per alcuni il fatto che i due autori (marito e moglie) siano già stati autori di storie per Topolino costituisca già di per sé un sufficiente elemento di condanna, ma Turconi ci delizia con il suo delicato tratto a matita in bianco e nero, dai contrasti poco accentuati, che conferisce plasticità e grazia a tutti i personaggi e ricrea alla perfezione l’ambientazione navale (le corde, le vele, i cannoni, i vestiti dei marinari). Se non è un capolavoro poco ci manca.

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