lunedì 14 marzo 2016

Patrizia Runfola - Mucha

Altra pubblicazione dedicata a uno dei miei artisti preferiti, Alfons Mucha, questa volta della collana Art Dossier della Giunti ma molto simile al volumetto multilingue della Vitalis da me comprato a Praga. Questa volta a scriverlo è Patrizia Runfola che ha il pregio di essere esauriente nella sua brevità (il volume ha una cinquantina di pagine, anche se di grandi dimensioni) e, soprattutto, pieno di foto scintillanti che rendono giustizie all’opera dell’artista ceco. Il racconto è organizzato per aree tematico-cronologiche, cosa facile per Mucha dal momento che le fasi della sua carriera sono essenzialmente due anche se dislocate idealmente nelle tre tappe fondamentali della sua vita (Parigi, gli Stati Uniti, la neonata Cecoslovacchia): partendo dalla produzione di locandine per l’attrice Sarah Bernhardt, al cui nome Mucha è inevitabilmente legato, l’autrice indaga le sue più svariate influenze: i preraffaelliti inglesi come William Morris per la loro rivalutazione delle arti applicate e i loro progetti sulle vetrate; il pittore viennese Hans Markart, dal quale imparò il gusto teatrale e la scelta dei soggetti femminili e della flora, oltre che l’utilizzo della fotografia per fissare le composizioni; le stampe giapponesi per l’uso dei contorni marcati e stilizzati accompagnati al disegno realista, oltre che per le linee stilizzate dell’acqua che ritroviamo nel motivo ondeggiante delle chiome femminili; l’arte bizantina (che Mucha amava per motivi patriotici) per i mosaici dei fondi, l’abitudine ieratica di certe figure, il gusto per gli abiti sontuosi e pesanti e i gioielli fastosi; l’arte iberica per i motivi ad arco, i cerchi e i dettagli ornamentali. Mucha fu l’artista che diede il maggiore impulso all’Art Nouveau, quello in grado di interpretare con uno stile efficace e personale le nuove tendenze del gusto contemporaneo, ma la ragione del suo successo sta anche nell’aver intrapreso la carriera di cartellonista in anni e in luoghi (la Parigi frenetica della Belle Époque) in cui un genere come il manifesto godeva di un favore crescente. Schierato, come molti altri artisti suoi contemporanei, a favore di un’arte sociale alla portata di tutti, il suo stile unico e riconoscibile (che diede origine a molte imitazioni, anche grossolane) si dimostrò adatto per essere applicato a una grande varietà di contesti: poster, decorazioni di interni, pubblicità per ogni tipo di prodotto, dai biscotti allo champagne, dalle sigarette alla cioccolata, produzioni teatrali, opere architettoniche e gioielleria (creò gioielli per Georges Fouquet e arredò il suo negozio a Parigi, il cui interno è oggi in parte ricostruito al Musée Carnavalet di Parigi). Insieme al successo arrivò l’insoddisfazione, causata dalla sensazione di sprecare il suo talento dietro la frivolezza, la bellezza e la mondanità: Mucha sentiva il desiderio di trasmettere, con la propria arte, il messaggio di un ideale elevato e di un insegnamento morale, cosa che si vede nella sua trasferta negli Stati Uniti, dove voleva cambiare genere ma in realtà (oltre a realizzare ritratti per alcune delle migliori famiglie della società) fu continuamente invitato a replicare le sue celebri affiches parigine per pubblicità o attrici desiderose di emulare Sarah Bernardt, decorò interni di grandi alberghi e case private e si occupò di scenografie e costumi per il German Theater. Nell’ultima parte della sua carriera queste ansie si concretizzarono nella produzione patriottica per la nuova Cecoslovacchia (già all’Esposizione Universale di Parigi del 1900 decorò il padiglione della Bosnia-Erzegovina con una grande pittura parietale ispirata a episodi storici e mitici della nazione dove si fondevano pittura storica, maniera illustrativa e decorazione ornamentale): a Praga realizzò affreschi per il Nuovo Municipio, una vetrata per la Cattedrale di San Vito e una serie di banconote, ma soprattutto si dedicò alla realizzazione del grande ciclo dell’epopea slava, fatto di dipinti di grandi dimensioni che raccontano la storia tortuosa e tormentata del popolo slavo, in grado di riassumerne la tradizione e la cultura.

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