mercoledì 27 aprile 2016

Silvia Avallone - Acciaio

Un padre che si eccita guardando da lontano la figlia in spiaggia il cui costume trattiene a stento la sua prorompente fisicità di adolescente che sta diventando donna: questo l’inquietante inizio di Acciaio di Silvia Avallone, esordio letterario con tutti i limiti del caso che, qualche anno fa, l’industria culturale ha misteriosamente trasformato nell’ennesimo “caso” editoriale. Il romanzo è ambientato a Piombino nell’estate del 2001, quella che segue la fine delle scuole medie e precede l’inizio delle superiori di Anna e Francesca, due ragazzine tredicenni che vivono in Via Stalingrado, in un complesso di case popolari costruito in riva al mare (con sporcizia ovunque e gente che orina sulle scale). Sono piene di vita, di sogni, di voglia di divertirsi e ballare: purtroppo, in città c’è solo la fabbrica di acciaio, la Lucchini, in crisi e prossima alla chiusura, dove lavorano tutti i personaggi di contorno, tra i quali Alessio, il fratello di Anna, e il padre di Francesca: proprio la fabbrica fa da sfondo e da filo conduttore di tutta la vicenda, rappresentazione simbolica della fine di ogni sogno, la chiusura di ogni via d’uscita e la negazione di ogni redenzione. Ovviamente, alle due ragazze non resta che vivere illusoriamente la loro bellezza come un passaporto per il mondo adulto, che già di per sé è un inferno: basta vedere la loro vita familiare, fatta di casalinghe sfatte e padri violenti (il padre di Francesca) o con il vizio del gioco (il padre di Anna), ma anche il resto dell’umanità ritratta è avvilente. La Avallone accumula tanti, troppi temi: la scoperta del corpo, della sessualità (Anna perde la verginità) e dei sentimenti (Francesca si è innamorata di Anna), la violenza sulle donne, la criminalità organizzata, la droga, l’omosessualità, la vita delle periferie, i locali di lap dance, il gioco d’azzardo, lo scontro di classe (il metalmeccanico Alessio e l’ex fidanzata borghese Elena, ora con un ruolo direttivo nell’acciaieria), l’industria, gli scioperi, la delocalizzazione, gli incidenti sul lavoro. Il tutto alla luce di un moralismo di fondo addirittura fastidioso, che vorrebbe essere il perfetto ritratto dell’Italia di oggi dannata e perdente, rovinata dalla televisione berlusconiana delle veline: il suo 2001 è una data simbolica che prende la vittoria di Berlusconi alle politiche e la fa coincidere con crisi di un mondo operaio che si è lasciato irretire da sogni di ricchezza materiale e non di giustizia sociale, fino all’11 settembre e il crollo delle Torri Gemelle, fatto spartiacque che tocca solo marginalmente la vita della piccola comunità locale di Piombino. È un peccato perché, con il suo linguaggio molto diretto e scarno, la Avallone riesce in alcuni momenti a cogliere il modo di ragionare degli adolescenti («Quelle due stronze di merda, che quando gli veniva il ciclo sembrava che ce l’avevano solo loro. E Maria, e Jessica, e quell’altra idiota di Sonia: piselli di qui e di là, pompini di qui e di là. Pompini? Non sapeva neanche cosa fossero ’sti famosi pompini. Sapeva soltanto che non era giusto. Che nel mondo c’è chi ha tutto e chi non ha niente. Niente di niente»). Certo è che, a furia di leggere descrizioni del fisico perfetto delle due giovani protagoniste, viene il sospetto di essere trattati come dei pedofili da un libro che fa della sessualizzazione della società una sua caratteristica. Insomma, non mi è piaciuto, ma forse sono stato solo condizionato dal ricordo che ho passato l’estate 2001 a curarmi una terribile verruca a un piede. Altro che esuberanti adolescenti…

martedì 19 aprile 2016

Roberto Arduini, Cecilia Barella, Saverio Simonelli - La biblioteca di Bilbo

«Un libro è sempre un’occasione, uno spunto di viaggio. Il libro letteralmente schiude panorami, avvia percorsi, conduce lontano». Per quanto banale, questa è una grande verità, specie se il libro in questione è un libro di Tolkien (Lo Hobbit o Il Signore degli Anelli, fate voi, non è importante), nella cui concezione “fondamentalmente cristiana” il viaggio diventa motore del mondo, scoperta e confronto con il Mistero, il dolore e la morte. A ricordarlo è questo volumetto di Roberto Arduini, Cecilia Barella e Saverio Simonelli che racchiude diversi saggi ma soprattutto prende spunto dall’opera tolkieniana per dialogare (attraverso una specifica sezione alla fine di ogni capitolo) con altri autori e altri libri, classici o meno, di diverse epoche e destinazione, indirizzandosi a bambini, ragazzi e giovani adulti, un po’ come avvenuto nel notevole (e ormai introvabile) Gli Anelli della fantasia, scritto da Andrea Monda e lo stesso Simonelli, che già conduceva alla scoperta di altre saghe e altri autori che prendevano spunto dall’idea tolkieniana dell’edificazione di mondi fantastici. I tre autori (mai riconoscibili, visto che i vari saggi non sono firmati) partono dalla volontà di far uscire di casa il lettore proprio come Tolkien fa con il suo protagonista, uno hobbit, digiuno di esperienze e ignaro del mondo («Le prime pagine de Lo Hobbit sono i gradini di accesso per il lettore al modo di vivere la fantasia, per un rinnovato patto di finzione; di fatto l’unico che autore e lettore possono stipulare nel mondo contemporaneo, in cui certamente risulta poco credibile l’eroe senza macchia e senza paura se non sia accompagnato da tratti decisamente condivisibili, come la goffaggine, la pigrizia, lo stomaco insaziabile di queste creature alte poco più di un metro») ma catapultato in un immaginario fantastico fatto di troll, orchi, orsi mutanti e draghi: un immaginario che affonda le sue radici nel mondo della fiaba e della mitologia nordica e si abbina alla passione tolkieniana di costruire la profondità storica, «trovare cioè improvvise allusioni a vicende più antiche rispetto al piano della narrazione e a personaggi che ne sanno più del lettore perché hanno vissuto vicende precedenti e il cui spessore quindi cresce come per rivelazioni progressive». Questa dinamica riguarda a loro volta anche i personaggi che entrano in contatto con gli hobbit e che prima ignoravano la loro esistenza (re Theoden, Barbalbero), facendo immediato riferimento al loro bagaglio di conoscenze, storie e racconti, e realizzando in questo modo la dimensione dell’incontro con l’altro da sé. I vari capitoli del volumetto sono molto interessanti e affrontano vari personaggi dell’opera tolkieniana, come Aragorn figura del re guaritore (I re taumaturghi dello storico Marc Bloch) e Gandalf guida e consigliere, ma anche tematiche meno frequentate come il carattere dei personaggi femminili (Tolkien è stato a lungo considerato uno scrittore poco attento alla sfera femminile) in Eowyn, Arwen, Galadriel e il ragno Shelob (riandando al mito di Aracne, si nota che «nell’immaginario letterario chi tesse non può che essere una femmina, positiva o negativa che sia di volta in volta la connotazione del personaggio»). Molto spazio è dedicato all’amore di Tolkien per gli alberi (i molti episodi ambientati nei boschi e nelle foreste) e per la natura («Non molti critici hanno messo in evidenza la capacità di Tolkien di descrivere un paesaggio, le diverse ore del giorno, il susseguirsi delle stagioni senza il bisogno di dirlo in maniera esplicita, ma tramite l’uso del linguaggio della Natura»), alla sua polemica anti-industriale e alla sua avversione per la civiltà delle macchine, di cui il simbolo è Saruman ma anche la terra di Mordor, simbolo della natura devastata ai fini bellici (il regno dell’Oscuro Signore è uno stato-caserma dove migliaia di soldati possono sopravvivere solo in virtù di un’economia di guerra ma dove sono assenti una popolazione e una società civile, e che quindi deve trarre sostentamento dallo sfruttamento di altre regioni); su questo si innesta l’esperienza personale vissuta da Tolkien in guerra, tanto che Mordor ha tutte le caratteristiche della “terra di nessuno” che si stendeva tra le trincee anglo-francesi e quelle tedesche, attraversata da esalazioni tossiche (i gas venefici) e da cadaveri insepolti (come quelli che Frodo e Sam vedono nelle Paludi Morte); anche lo sguardo fugace che Sam volge al cielo durante il suo viaggio verso Monte Fato e la visione che coglie di una stella sono la «trascrizione letteraria di un gesto normale per chi si trovava in trincea, dal fondo della quale il mondo esterno si riduceva al cielo». Mica male per un libro che potrebbe essere frettolosamente accantonato come superfluo.

lunedì 11 aprile 2016

Nick Hornby - Shakespeare scriveva per soldi

Secondo volume che raccoglie gli articoli scritti da Nick Horby per la rivista americana “Believer” (il primo era Una vita da lettore) con le recensioni dei libri da lui letti per un periodo che va dal 2006 al 2008, con il titolo Shakespeare scriveva per soldi che deriva dalla risposta che lo stesso Hornby dà alla domanda “cosa spinge gli scrittori a scrivere?” e cioè che Shakespeare scriveva per soldi, per mantenere una famiglia e un teatro (e questa era la ragione per cui era così prolifico). Insomma, il classico libro che il lettore medio trova noioso, precludendosi così la sagacia e l’intelligenza tipiche di Hornby (che dal canto suo fa di tutto per irridere gli snob, pur mantenendo lui per primo notevoli vette di snobismo). La struttura è la stessa: all’inizio di ogni capitolo ci sono due liste, quello che lui ha comprato e quello che ha effettivamente letto, e questo permette (per chi ne ha voglia e tempo, o apprezza queste cose) di confrontare, mese per mese, quanto ha effettivamente letto in relazione a quanto ha comprato (e di realizzare che ogni lettore compulsivo compra molti più libri di quelli che riuscirà mai a leggere in una singola vita). Tornano anche i Polysyllabic Spree, il gruppo di entità quasi soprannaturali che dirige il “Believer” costituito da un numero imprecisato e variabile di uomini e donne che in questo caso hanno ripreso Hornby confinandolo nelle segrete del loro quartier generale sui monti Appalachi e obbligandolo a consumare letteratura vera («ho nascosto sotto la lingua tutti i romanzi sperimentali sloveni senza vocali che cercavano di farmi leggere e dopo li ho sputati»). L’idea alla base delle recensioni è che la lettura chiama nuova lettura, cioè un libro ne suggerisce un altro, e quindi la nostra lista dei libri da leggere continua ad aumentare invece che diminuire, tanto che è impossibile terminare la lettura di ogni articolo mensile senza avere la voglia di leggere uno dei titoli di cui parla Hornby. Il processo di scelta dei titoli è assolutamente caotico e dipendente dal sentimento, dal caso, dal gusto personale («un bel romanzo è un romanzo che ti fa correre al computer a cercare foto di prostitute su Internet»), da un avvenimento, dagli interessi o da una semplice curiosità, senza distinzioni tra cultura alta e bassa ma anzi con un’incrollabile fiducia nella letteratura e nella narrazione: l’esatto opposto a ogni ragionamento programmatico di libri come I 1001 libri da leggere prima di morire («senza fare nomi, devo dire che il compito imposto dal titolo è impossibile per definizione, visto che almeno quattrocento dei libri indicati ucciderebbero comunque»). In questo caso, Hornby scopre un’insospettabile passione per i romanzi adolescenziali, ingiustamente sottovalutati, che «non sono leggeri nel senso che sono usa e getta o da dimenticare: anzi, tutti, senza eccezioni, mostrano intelligenza, complessità, profonda partecipazione e profonde intenzioni. Sono leggeri nel senso che non sono concepiti per opporre resistenza all’interesse del lettore: vogliono essere letti velocemente e senza fatica. […] Ignorare i libri per adolescenti perché non si è adolescenti è un po’ come rifiutarsi di guardare i thriller perché non si è poliziotti o pericolosi criminali». A quanti poi lo accusano di essere destinato a sparire nel giro di un quarto di secolo per la sua caratteristica di utilizzare nelle sue opere rimandi alla cultura popolare, l’autore dà un consiglio: «Non leggete gli scrittori che pensano ai posteri. Quelle sono persone serie e i loro libri, se li leggeste adesso, li banalizzereste. E poi a loro i soldi non interessano. È gente superiore». Per il resto, torna la sua fissa per la musica e il calcio (suoi veri marchi di fabbrica), con riflessioni semiserie sulla simulazione e l’antisportività («Il momento più triste di questi Mondiali è stato vedere Thierry Henry, mio modello di vita e mio eroe, l’uomo che sia io sia mia moglie avremmo voluto come padre dei nostri figli, coprirsi la faccia dopo aver ricevuto un colpo al petto. Tu quoque, Thierry?»).

sabato 9 aprile 2016

Philip Pullman - Jack il Diavolo a molla

Spring-Heeled Jack è un personaggio del folklore inglese divenuto famoso nel corso dell’Ottocento perché avvistato da più parti ma soprattutto grazie ai penny dreadful, pubblicazioni a puntate simili ai feuilleton o ai romanzi d’appendice che venivano pagate un tanto al chilo ad autori sconosciuti e abbondavano di sangue ed emozioni forti (altri capostipiti del genere sono Varney il vampiro e Sweeney Todd). Da noi è stato tradotto “Jack il saltatore” o “Jack dai tacchi a molla”, ma non ha mai ottenuto la fama che avrebbe meritato. Per fortuna ci pensa questo eccezionale libretto di Philip Pullman (autore della blasonata trilogia Quelle oscure materie, quella della Bussola d’oro per intenderci) che, pur mantenendone l’aura di mistero, ne fa un supereroe dei fumetti («In epoca vittoriana, prima che si sentisse parlare di Batman e Superman, c’era un altro eroe che salvava la gente e catturava i criminali. Era Jack il Diavolo a molla») che aiuta tra fratelli, Rose, Lily e Ned, a scappare e a ricongiungersi con il padre perduto. I tre sono in fuga da un orfanotrofio (“La Medaglia di Latta”) e portano con sé un prezioso ciondolo che pensano di vendere per racimolare i soldi per imbarcarsi e lasciare Londra. Sul loro cammino si imbattono nel ferocissimo Mack Coltello, l’uomo più malvagio della città, che vuole impossessarsi del medaglione e per questo rapisce Ned; nel frattempo, a inseguirli ci pensano anche i lugubri proprietari dell’orfanotrofio, la Signorina Tenaglia e il Signor Guastafeste, che intendono anche loro mettere le mani sul medaglione ma soprattutto intendono riportare i tre bambini indietro in quanto ricevono i contributi pubblici esclusivamente nel caso in cui l’orfanotrofio sua pieno di bambini fino al suo limite. La vicenda è destinata a complicarsi ancora di più con l’entrata in scena del marinaio semplice Jim Bowling e della sua fidanzata la Signorina Polly Sottaceti, oltre al malvivente Filthy il Lercio che è continuamente messo in crisi dalla sua coscienza che gli ronza intorno a mo’ di angelo svolazzante di seconda mano. Come si può facilmente capire, il tono è scanzonato, arguto e divertente, tra fughe, inseguimenti, luridi scantinati e cucine di alberghi di lusso, e non si prende mai sul serio. La cosa interessante è che non solo il volumetto è illustrato, ma il testo è intervallato continuamente da vignette a fumetti (realizzate, come le illustrazioni, da David Mostyn) che sostituiscono per un attimo la narrazione, che poi riprende a essere semplicemente testuale (un po’ l’uso che fa delle immagini Brian Selznick, autore de La straordinaria invenzione di Hugo Cabret): un espediente riuscito, che esprime bene l’ironia e l’azione che contraddistingue l’opera. Da segnalare anche l’uso delle citazioni che danno il titolo ai capitoli e sono usate direttamente anche come parte del testo stesso, e dove, al capitolo 11, Pullman si diverte a citare se stesso.

lunedì 4 aprile 2016

Ives Coassolo - Gandalf visto da Tolkien

Dopo il volumetto dedicato agli hobbit (Gli Hobbit visti da Tolkien), Ives Coassolo riprende la formula del saggio di piccol(issim)e dimensioni (accompagnato dalle belle illustrazioni di Valentina Carbone) dedicando un libro a Gandalf, personaggio fondamentale nell’opera di Tolkien che, come ricorda Paolo Gulisano nella presentazione, «attraversa l’epica dell’Anello dall’inizio alla fine: lo troviamo nelle prime pagine – quando giunge nella Contea a trovare Bilbo per il suo compleanni, e in realtà per chiamare Frodo alla sua tremenda missione – e lo troviamo alla fine, a congedarsi ai Porti Grigi dagli amici tanti cari». Anche in questo caso Coassolo si basa quasi esclusivamente sulle riflessioni di Tolkien presenti nelle lettere comparse nel libro La realtà in trasparenza (dove Gandalf è il personaggio più citato) e segue un’impostazione dichiaratamente cattolica, leggendo Il Signore degli Anelli come un’opera religiosa, «consapevole del dramma della caduta, del peccato, ma anche della potenza della Grazia che salva». Il che è innegabile, ma poi va un po’ al di là seguendo la chiave allegorico-catechetica e facendo propria l’interpretazione di Franco Manni e Andrea Monda secondo cui Frodo incarnerebbe la figura del Cristo sacerdote, Aragorn quella del Cristo Re e Gandalf quella del Cristo profeta. Per il resto la sua trattazione è piena di buoni spunti: spiega i molti nomi del personaggio (Gandalf il grigio, Mithrandir il grigio pellegrino, Olorin il Maia), il suo ruolo all’interno del legendarium tolkieniano (è un emissario dalla natura angelica venuto nella Terra di Mezzo incarnandosi per sconfiggere il male rappresentato da Sauron) e le sue caratteristiche di perfetto “direttore spirituale”, capace di far uscire di casa uno hobbit per fargli vivere un’avventura, di utilizzare il suo potere per incoraggiare, sostenere, infondere speranza e vigore (l’episodio di re Theoden o dei soldati terrorizzati dai Nazgul), far emergere il meglio delle persone che incontra, sebbene anche lui a volte sbagli nei giudizi. Su questo si innesta una bella riflessione sulla magia in Tolkien, molto diversa da quella a cui si pensa di solito in quanto magia che trae la sua origine dalla forza delle parole, quasi un richiamo biblico alla potenza del nome (Gandalf utilizza le parole come se fossero incantesimi); oppure un ragionamento sul potere, che in Tolkien è sempre dato e amministrato. Chi lo detiene e lo esercita lo fa come servizio alla collettività, con parsimonia (perfino gli Ent per esercitarlo devono venire “risvegliati”), come fa Gandalf, che nasconde o limita il proprio potere per esprimerlo al momento opportuno lasciando spazio agli altri, richiamando in questo (secondo Coassolo) la riflessione teologica di Hans Jonas, filosofo ebreo contemporaneo, sul male e l’agire di Dio (Che, proprio perché buono, riduce la sua potenza per rispettare la libertà dell’uomo, anche dell’uomo che sceglie volontariamente il male). È proprio sull’acquisizione del potere che l’Anello esercita una tentazione (nel Signore degli Anelli c’è l’idea che la debolezza del potente stia nella sua paura di perdere il potere): Gandalf è saggio perché è colui che sa guidare e aiutare senza dominare e senza costringere, è conscio del suo potere ma anche dei suoi limiti e per questo ne teme le conseguenze (rifiuta l’Anello sapendo che, usandolo per fare il bene, renderebbe il bene detestabile rendendolo simile al male), è pronto a sacrificarsi per gli altri (l’episodio del Balrog) e per questo viene rimandato indietro più forte di prima per concludere la sua missione (con un’allusione ai Vangeli quando Aragorn, Legolas e Gimli lo incontrano nella foresta di Fangorn ma non lo riconoscono, come Cristo non viene riconosciuto dagli apostoli quando appare loro dopo la resurrezione). Insomma, un saggio carino e militante, che si legge rapidamente ma che, a conti fatti, poteva essere approfondito maggiormente.

domenica 3 aprile 2016

Umberto Eco - Il nome della rosa

È morto Umberto Eco: non fiori ma penitenziagite!
Questo il più folgorante e geniale tweet da me letto apparso in occasione della scomparsa del titanico uomo di cultura, celebrato e compianto da quei social network che lo stesso Eco aveva dichiarato colpevoli di aver dato la parola a legioni di imbecilli e di aver promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità (stendiamo un pietoso velo sul triste spettacolo del suo funerale tramutato in uno show televisivo con la retorica un tanto al chilo, le celebrazioni personali e le presentazioni librarie). Un po’ mi è dispiaciuto perché, se è vero che Eco non azzeccava un romanzo da anni (Baudolino ormai è del 2000), è sempre triste perdere un personaggio del suo calibro che, come ricordato dal sito I 400 calci, era «un intellettuale simpaticamente antipatico, che ha sempre giocato con le sue regole e pisciato in testa agli snob, […] con il suo dialogo costante tra “alto” e “basso”». Ho quindi deciso di celebrarlo a modo mio, rileggendo quello che secondo me è il suo capolavoro, Il nome della rosa (di cui ho già trattato QUI molti anni fa), e che per lui invece era il peggiore dei suoi romanzi, perché si sa, di solito un autore odia la sua creatura più riuscita e di successo (come Conan Doyle odiava Sherlock Holmes e l’ha pure ucciso, a un certo punto). Ed è vero che spesso può risultare eccessivo, con dialoghi altisonanti, disquisizioni teologico-filosofiche, l’amore per la divagazione dotta e il gioco infinito dell’accumulo, ma proprio in questo sta il fascino di un libro che è a tutti gli effetti postmoderno nella concezione (un calderone di elementi presi ovunque a combinati insieme in una forma nuova: si prenda per esempio la descrizione dell’amplesso di Adso fatta con le parole del Cantico dei Cantici e di Hildegarda di Bingen) ma soprattutto è un giallo incentrato sui delitti di un’abbazia medievale che ruotano intorno a una biblioteca. Quindi, giustamente, è un libro che considera molto importanti le discussioni e le polemiche di «uomini che vivono tra i libri, coi libri, dei libri». Ci sono talmente tanti livelli di lettura che chiunque non può che rimanerne conquistato: è vero che si potrebbe leggerlo solo per la trama poliziesca (assolutamente verosimile: Eco ha scritto dopo aver studiato la mappa nei minimi dettagli), ma ci si priverebbe della maggior parte del piacere (ed è questa la ragione per cui lo si legge e lo si rilegge più volte, senza mai stancarsene). Oltretutto azzecca dei personaggi memorabili come il venerabile monaco cieco Jorge da Burgos, che fin dal nome cita Borges, o il mostruoso Salvatore, il frate dolciniano che parla come Jar Jar Binks di Star Wars e prende pezzi di frase da tutte le lingue con cui è entrato in contatto proprio come la sua faccia sembra essere composta di pezzi di altre facce, ricostituendo così, allegoricamente, l’unità linguistica precedente al crollo della Torre di Babele e alla dispersione delle lingue. I temi affrontati sono infiniti: le divisioni tra ordini religiosi, il conflitto tra Chiesa e Impero (l’abbazia, guarda caso, è il luogo deputato a un incontro tra le varie fazioni), lo scontro tra latino e lingue volgari, la preconizzazione delle nuove scoperte scientifiche inserite all’interno della volontà di Dio («un giorno per forza di natura si potranno fare strumenti di navigazione per cui le navi vadano unico homine regente, e ben più rapide di quelle spinte da vela o da remi; e vi saranno carri che si muoveranno velocemente senza che alcun animale li traini, e veicoli volanti guidati da un uomo che gli farà battere le ali come si trattasse di un uccello»), i bestiari, il millenarismo, la venuta dell’Anticristo, la differenza sottile che separa l’eresia dalla santità (spesso sono gli inquisitori a creare gli eretici), il dibattito tra fede e ragione (la ragione illumina la fede o viceversa?), i vizi e le virtù, la lussuria in tutte le sue forme (del piacere, del dolore, dell’adorazione, del sapere e addirittura dell’umiltà), l’interpretazione dei sogni  («Il sogno è un scrittura, e molte scritture non sono altro che sogni»), la polemica politico-economica (in Italia, diversamente dagli altri paesi dove il denaro serve per procurarsi beni, i beni servono per procurarsi il denaro, e quindi qui la ribellione al potere si manifesta come richiamo alla povertà), la questione della povertà della Chiesa («Ma la questione non è se Cristo fosse povero, è se debba essere povera la Chiesa. E povera non significa tanto possedere o no un palazzo, ma tenere o abbandonare il diritto di legiferare sulle cose terrene»). Senza saperlo, a volte Eco sembra preconizzare profeticamente l’oggi e le polemiche di certi ambienti ecclesiali su Papa Francesco in relazione alle dimissioni di Benedetto XVI («Bonifacio [VIII] fu l’Anticristo mistico, e l’abdicazione di Celestino [V] non fu valida, Bonifacio fu la bestia che viene dal mare le cui sette teste rappresentano le offese ai peccati capitali e le dieci corna le offese ai comandamenti, e i cardinali che lo attorniavano erano le locuste, il cui corpo è Appolyon!»), ma dove il semiologo eccelle è nel ragionamento sulla conoscenza (che gira intorno a un centro vuoto, il libro perduto della Poetica di Aristotele), il sapere e i suoi confini (la biblioteca-labirinto da mappare per potercisi orientare), le relazioni tra i libri («Spesso i libri parlano di altri libri. Spesso un libro innocuo è come un seme, che fiorirà in un libro pericoloso, o all’inverso, è il frutto dolce di una radice amara») e l’interpretazione della conoscenza («Il bene di un libro sta nell’essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto»). Forse non tutti sono attraversati da simili problematiche enciclopediche ma, in tempi di Wikipedia, non è roba da poco…