lunedì 4 aprile 2016

Ives Coassolo - Gandalf visto da Tolkien

Dopo il volumetto dedicato agli hobbit (Gli Hobbit visti da Tolkien), Ives Coassolo riprende la formula del saggio di piccol(issim)e dimensioni (accompagnato dalle belle illustrazioni di Valentina Carbone) dedicando un libro a Gandalf, personaggio fondamentale nell’opera di Tolkien che, come ricorda Paolo Gulisano nella presentazione, «attraversa l’epica dell’Anello dall’inizio alla fine: lo troviamo nelle prime pagine – quando giunge nella Contea a trovare Bilbo per il suo compleanni, e in realtà per chiamare Frodo alla sua tremenda missione – e lo troviamo alla fine, a congedarsi ai Porti Grigi dagli amici tanti cari». Anche in questo caso Coassolo si basa quasi esclusivamente sulle riflessioni di Tolkien presenti nelle lettere comparse nel libro La realtà in trasparenza (dove Gandalf è il personaggio più citato) e segue un’impostazione dichiaratamente cattolica, leggendo Il Signore degli Anelli come un’opera religiosa, «consapevole del dramma della caduta, del peccato, ma anche della potenza della Grazia che salva». Il che è innegabile, ma poi va un po’ al di là seguendo la chiave allegorico-catechetica e facendo propria l’interpretazione di Franco Manni e Andrea Monda secondo cui Frodo incarnerebbe la figura del Cristo sacerdote, Aragorn quella del Cristo Re e Gandalf quella del Cristo profeta. Per il resto la sua trattazione è piena di buoni spunti: spiega i molti nomi del personaggio (Gandalf il grigio, Mithrandir il grigio pellegrino, Olorin il Maia), il suo ruolo all’interno del legendarium tolkieniano (è un emissario dalla natura angelica venuto nella Terra di Mezzo incarnandosi per sconfiggere il male rappresentato da Sauron) e le sue caratteristiche di perfetto “direttore spirituale”, capace di far uscire di casa uno hobbit per fargli vivere un’avventura, di utilizzare il suo potere per incoraggiare, sostenere, infondere speranza e vigore (l’episodio di re Theoden o dei soldati terrorizzati dai Nazgul), far emergere il meglio delle persone che incontra, sebbene anche lui a volte sbagli nei giudizi. Su questo si innesta una bella riflessione sulla magia in Tolkien, molto diversa da quella a cui si pensa di solito in quanto magia che trae la sua origine dalla forza delle parole, quasi un richiamo biblico alla potenza del nome (Gandalf utilizza le parole come se fossero incantesimi); oppure un ragionamento sul potere, che in Tolkien è sempre dato e amministrato. Chi lo detiene e lo esercita lo fa come servizio alla collettività, con parsimonia (perfino gli Ent per esercitarlo devono venire “risvegliati”), come fa Gandalf, che nasconde o limita il proprio potere per esprimerlo al momento opportuno lasciando spazio agli altri, richiamando in questo (secondo Coassolo) la riflessione teologica di Hans Jonas, filosofo ebreo contemporaneo, sul male e l’agire di Dio (Che, proprio perché buono, riduce la sua potenza per rispettare la libertà dell’uomo, anche dell’uomo che sceglie volontariamente il male). È proprio sull’acquisizione del potere che l’Anello esercita una tentazione (nel Signore degli Anelli c’è l’idea che la debolezza del potente stia nella sua paura di perdere il potere): Gandalf è saggio perché è colui che sa guidare e aiutare senza dominare e senza costringere, è conscio del suo potere ma anche dei suoi limiti e per questo ne teme le conseguenze (rifiuta l’Anello sapendo che, usandolo per fare il bene, renderebbe il bene detestabile rendendolo simile al male), è pronto a sacrificarsi per gli altri (l’episodio del Balrog) e per questo viene rimandato indietro più forte di prima per concludere la sua missione (con un’allusione ai Vangeli quando Aragorn, Legolas e Gimli lo incontrano nella foresta di Fangorn ma non lo riconoscono, come Cristo non viene riconosciuto dagli apostoli quando appare loro dopo la resurrezione). Insomma, un saggio carino e militante, che si legge rapidamente ma che, a conti fatti, poteva essere approfondito maggiormente.

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