martedì 19 aprile 2016

Roberto Arduini, Cecilia Barella, Saverio Simonelli - La biblioteca di Bilbo

«Un libro è sempre un’occasione, uno spunto di viaggio. Il libro letteralmente schiude panorami, avvia percorsi, conduce lontano». Per quanto banale, questa è una grande verità, specie se il libro in questione è un libro di Tolkien (Lo Hobbit o Il Signore degli Anelli, fate voi, non è importante), nella cui concezione “fondamentalmente cristiana” il viaggio diventa motore del mondo, scoperta e confronto con il Mistero, il dolore e la morte. A ricordarlo è questo volumetto di Roberto Arduini, Cecilia Barella e Saverio Simonelli che racchiude diversi saggi ma soprattutto prende spunto dall’opera tolkieniana per dialogare (attraverso una specifica sezione alla fine di ogni capitolo) con altri autori e altri libri, classici o meno, di diverse epoche e destinazione, indirizzandosi a bambini, ragazzi e giovani adulti, un po’ come avvenuto nel notevole (e ormai introvabile) Gli Anelli della fantasia, scritto da Andrea Monda e lo stesso Simonelli, che già conduceva alla scoperta di altre saghe e altri autori che prendevano spunto dall’idea tolkieniana dell’edificazione di mondi fantastici. I tre autori (mai riconoscibili, visto che i vari saggi non sono firmati) partono dalla volontà di far uscire di casa il lettore proprio come Tolkien fa con il suo protagonista, uno hobbit, digiuno di esperienze e ignaro del mondo («Le prime pagine de Lo Hobbit sono i gradini di accesso per il lettore al modo di vivere la fantasia, per un rinnovato patto di finzione; di fatto l’unico che autore e lettore possono stipulare nel mondo contemporaneo, in cui certamente risulta poco credibile l’eroe senza macchia e senza paura se non sia accompagnato da tratti decisamente condivisibili, come la goffaggine, la pigrizia, lo stomaco insaziabile di queste creature alte poco più di un metro») ma catapultato in un immaginario fantastico fatto di troll, orchi, orsi mutanti e draghi: un immaginario che affonda le sue radici nel mondo della fiaba e della mitologia nordica e si abbina alla passione tolkieniana di costruire la profondità storica, «trovare cioè improvvise allusioni a vicende più antiche rispetto al piano della narrazione e a personaggi che ne sanno più del lettore perché hanno vissuto vicende precedenti e il cui spessore quindi cresce come per rivelazioni progressive». Questa dinamica riguarda a loro volta anche i personaggi che entrano in contatto con gli hobbit e che prima ignoravano la loro esistenza (re Theoden, Barbalbero), facendo immediato riferimento al loro bagaglio di conoscenze, storie e racconti, e realizzando in questo modo la dimensione dell’incontro con l’altro da sé. I vari capitoli del volumetto sono molto interessanti e affrontano vari personaggi dell’opera tolkieniana, come Aragorn figura del re guaritore (I re taumaturghi dello storico Marc Bloch) e Gandalf guida e consigliere, ma anche tematiche meno frequentate come il carattere dei personaggi femminili (Tolkien è stato a lungo considerato uno scrittore poco attento alla sfera femminile) in Eowyn, Arwen, Galadriel e il ragno Shelob (riandando al mito di Aracne, si nota che «nell’immaginario letterario chi tesse non può che essere una femmina, positiva o negativa che sia di volta in volta la connotazione del personaggio»). Molto spazio è dedicato all’amore di Tolkien per gli alberi (i molti episodi ambientati nei boschi e nelle foreste) e per la natura («Non molti critici hanno messo in evidenza la capacità di Tolkien di descrivere un paesaggio, le diverse ore del giorno, il susseguirsi delle stagioni senza il bisogno di dirlo in maniera esplicita, ma tramite l’uso del linguaggio della Natura»), alla sua polemica anti-industriale e alla sua avversione per la civiltà delle macchine, di cui il simbolo è Saruman ma anche la terra di Mordor, simbolo della natura devastata ai fini bellici (il regno dell’Oscuro Signore è uno stato-caserma dove migliaia di soldati possono sopravvivere solo in virtù di un’economia di guerra ma dove sono assenti una popolazione e una società civile, e che quindi deve trarre sostentamento dallo sfruttamento di altre regioni); su questo si innesta l’esperienza personale vissuta da Tolkien in guerra, tanto che Mordor ha tutte le caratteristiche della “terra di nessuno” che si stendeva tra le trincee anglo-francesi e quelle tedesche, attraversata da esalazioni tossiche (i gas venefici) e da cadaveri insepolti (come quelli che Frodo e Sam vedono nelle Paludi Morte); anche lo sguardo fugace che Sam volge al cielo durante il suo viaggio verso Monte Fato e la visione che coglie di una stella sono la «trascrizione letteraria di un gesto normale per chi si trovava in trincea, dal fondo della quale il mondo esterno si riduceva al cielo». Mica male per un libro che potrebbe essere frettolosamente accantonato come superfluo.

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