lunedì 2 maggio 2016

Olivier Blanc - Parigi libertina

Chi non conosce Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, opera scandalosa che, attraverso i personaggi del visconte di Valmont e della marchesa di Merteuil, dava la parola ai libertini e permetteva loro di esprimere la loro filosofia di vita per pagine e pagine senza che il loro pensiero venisse messo in ridicolo? Proprio dall’opera di Laclos inizia questo bellissimo Parigi libertina di Olivier Blanc che, come tutti i buoni libri di storia, ci consegna uno spaccato di vita del passato in grado di farci comprendere come la realtà e la storia spesso sono più complessi, intricati e narrativamente interessanti di qualsiasi fiction. Oggetto della sua indagine è la Parigi della seconda metà del XVIII secolo, quella società narcisistica e brillante che viene ritratta ne Le relazioni pericolose e che verrà decapitata (in ogni senso) dalla Rivoluzione francese e stigmatizzata dalla storiografia moralizzatrice dei secoli XIX e XX, ma che è alla base di molte conquiste rivoluzionarie (il matrimonio dei preti e delle suore dopo la Costituzione Civile del clero e la soppressione degli ordini monastici, la legge che autorizzava il divorzio): la maggior parte dei libertini non era legata al vecchio ordinamento, anzi, erano spesso massoni e partigiani di idee nuove, libertarie e tolleranti, in opposizione al vecchio ordine feudale e all’oscurantismo (e facevano parte della stessa cerchia della regina Maria Antonietta), tanto da venire pesantemente avversati da Luigi XVI, che non nascose mai la sua riprovazione e la sua avversione per tutto ciò che metteva in pericolo l’ordine coniugale e familiare nella sua definizione cattolica. Spesso brillanti e ironici (il marchese di Genlis, a cui viene attribuita la battuta: «Ho avuto due volte Mme de…, la prima volta per me, la seconda per lei. In seguito non vi sono più tornato, non v’era più nessuno a cui far cosa gradita»), rifiutavano gli amori furtivi e clandestini, disdegnavano le case di tolleranza e ci tenevano che nessuno ignorasse i loro amori con persone che, come loro, erano spesso già sposate. «Una visione d’insieme dell’ultimo quarto del XVIII secolo – scrive Blanc – mostra come il libertinaggio si stesse conquistando il diritto all’indifferenza. Mostra anche come il modo di vestire in città, sia maschile che femminile, illustrava il cambiamento dei costumi dei contemporanei. Poco a poco esso si liberò delle costrizioni sociali, tendendo all’unificazione – i cortigiani si vestivano da borghesi quando andavano a passeggio a Parigi – e progredì fino alla Rivoluzione a livello di seduzione e di semplicità». Ovviamente questo atteggiamento non riguardava tutte le classi sociali: benestanti e privilegiati della nobiltà e della grande borghesia potevano ostentare impunemente i loro amori, mentre la piccola borghesia urbana e il mondo contadino no. L’adulterio veniva severamente represso (specie quello femminile) e l’omosessualità veniva punita, a livello popolare, anche con il rogo (e accolta con riprovazione, perché attirava l’attenzione pubblica su un crimine contro natura). Era però un’epoca in cui molti processi di separazione si concludevano con l’indipendenza sessuale e finanziaria della donna, che fino a questo momento era formata in convento e attendeva che la famiglia scegliesse per lei un pretendente, e questa era la ragione delle molte libertine donne che affollavano la società dell’epoca. Il libro fa quindi un’analisi dei nuovi spazi pubblici e nei luoghi di convivialità in cui si esercitava il libertinaggio e che favorivano il rimescolamento sociale e la mescolanza dei sessi: i caffè, i salotti, concerti, i teatri (dove spesso venivano messi in scena testi licenziosi o critici verso il potere), che aprivano le loro porte all’élite intellettuale o artistica, indipendentemente dalla nascita o dal censo, ma riferendosi al talento, allo spirito e alla bellezza. Nella seconda parte, Blanc traccia un profilo di molti libertini dell’epoca, uomini e donne, omosessuali e lesbiche, spesso anche uomini di Chiesa (l’abate di Bourbon, colto in flagrante con la sua amante dal marito di questa, giustificandosi di non poter fare di meglio che seguire l’esempio di altri prelati, si sentì rispondere dal ministro: «Certo che potevate! Aspettate di essere vescovo!»), dai cui profili e dalle cui storie emerge una società in cui il sesso era quasi sempre utilizzato in chiave politica e di vantaggio personale (e, vista l’estrema propensione di queste donne all’intrigo e ai sotterfugi per avere vantaggi nelle varie situazioni, si capisce i sospetti che cadevano su di loro durante il Terrore), segno che certe cose in politica, ben prima di Berlusconi, anche se molti sembrano dimenticarlo, sono sempre esistite e sempre esisteranno.

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