lunedì 23 maggio 2016

William Shakespeare - Riccardo II

Bene o male tutti sanno che il 2016 coincide con il 400° anniversario della morte di Shakespeare, e moltissime nel mondo sono le celebrazioni e le iniziative volte a commemorare il genio e l’attualità del bardo di Stratford-upon-Avon. Che poi, si sa, non è mai esistito, visto che la storia è un florilegio di studiosi, dietrologi e investigatori dilettanti che hanno cercato di dimostrare che il più grande drammaturgo di tutti i tempi in realtà era Christopher Marlowe, Francis Bacon, qualche nobile della corte elisabettiana e addirittura un siciliano emigrato a Londra (si sono scritti addirittura tre libri sull’argomento), perché, come ha scritto Mariarosa Mancuso sul “Foglio” in occasione dell’uscita del film Anonymous di qualche anno fa, «gli Shakespeare scrivono AmletoRomeo e GiuliettaFalstaff; gli uomini colti passano l’esistenza a congetturare che William non era William». A mio modo ho deciso di omaggiare la ricorrenza anche io, dedicandomi alla lettura non delle solite opere note (quello lo sanno fare tutti), bensì delle tragedie sui re inglesi, quell’infinito corteo di Riccardi ed Enrichi alle prese con complotti e tradimenti: un’iniziativa perfetta, se si pensa che Shakespeare è nato e morto lo stesso giorno, il 23 aprile, che è la festa di San Giorgio, patrono d’Inghilterra. Un predestinato, insomma. Ho deciso di partire con Riccardo II, dedicato alla figura dell’ultimo re plantageneto, capace di perdere il trono e di estinguere la sua dinastia mettendo sul trono i Lancaster. La tragedia comincia con la contesa tra due nobili che forse congiurano contro il re e si accusano reciprocamente della morte del duca di Gloucester, Bolingbroke e Norfolk. I due vengono esiliati: il primo, alla testa di una potente fazione, torna dall’esilio per reclamare i beni di suo padre, il saggio John di Gaunt, che gli sono stati ingiustamente confiscati dal re; Riccardo viene catturato e deposto, e Bolingbroke gli succede con il nome di Enrico IV. Il re deposto, rinchiuso nella Torre, muore lottando contro i suoi carcerieri, mentre le parole del vescovo di Carlisle già prefigurano le future sventure della Guerra delle Due Rose («Lasciatemi profetizzare che il sangue di inglesi concimerà la terra, ed età future gemeranno per questo. […] Il disordine, l’orrore, la paura e la ribellione abiteranno qui, e questa terra sarà chiamata il campo di Golgota e dei teschi dei morti»). Tra richiami patriottici e strazianti addii alla patria, Shakespeare ragiona sulla natura illusoria del potere («Perché dentro la vuota corona che circonda le tempie mortali di un Re, tiene la sua corte la morte; e qui siede il buffone, irridendo al suo stato e schernendo la sua pompa») e ritrae un re sensibile e raffinato, meditativo e dubbioso, in qualche modo un precursore di Amleto che preferirebbe evadere e ritirarsi in eremitaggio e che quindi è inadatto al suo ruolo: convinto di essere nel giusto fino alla fine in quanto re per mandato divino, si scontra con una nuova concezione del potere rappresentata dal passionale Bolingbroke, contrapposto a lui anche sul piano dialettico e verbale. E la vera tragedia è che per il pubblico è dannatamente difficile schierarsi con l’uno o con l’altro.

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