mercoledì 13 luglio 2016

Ransom Riggs - La casa per bambini speciali di Miss Peregrine

Il tema della diversità, unitamente a quello della tolleranza, è ormai abbastanza diffuso e sviscerato nella letteratura e nel cinema, non solo a livello sociale, ma anche a livello fantastico: basti pensare a Tim Burton, uno che ha costruito la sua poetica sul mostro gentile, diverso e malinconico, e che ha utilizzata in chiave sarcastica e dissacrante per stigmatizzare l’ipocrisia, la stupidità e il perbenismo della società contemporanea razionalista. Sulle stesse coordinate si muove questo La casa per bambini speciali di Miss Peregrine, sorprendente debutto letterario dell’americano Ransom Riggs che, guarda caso, sarà portato al cinema proprio da Tim Burton il prossimo Natale. Racconta la storia di Jacob, un adolescente della Florida cresciuto con le storie di suo nonno, storie che tutti reputano assurde e inverosimili e che raccontano di quando, bambino ebreo scampato dalla Polonia occupata dai nazisti, si era rifugiato in un orfanotrofio situato in un isolotto del Galles e abitato da bambini dai poteri speciali. Lo stesso Jacob, che da piccolo ci ha sempre creduto, crescendo ha incominciato a dubitarne: la prova dell’esistenza di questi bambini è data solo dalle foto in bianco e nero in possesso del nonno che sono le stesse che ritroviamo a corredo del libro (veramente affascinanti, anche se un po’ disturbanti per la loro natura freak, ma fondamentali per dare ancora più profondità alla storia). Dopo la morte misteriosa e cruenta del nonno, Jacob entra in terapia da uno psichiatra perché crede di aver visto un mostro (ma nessuno gli crede) finché, entrato in possesso di una lettera e di alcuni indizi lasciatigli dal nonno, non decide di partire per l’orfanotrofio del Galles gestito dalla misteriosa Miss Peregrine. Ad accompagnarlo sull’isolotto (dove sono tutti rissosi, zoticoni e ubriaconi) c’è il padre, un ornitologo po’ fallito e incapace di terminare un libro, che non ci prova nemmeno a venire incontro alle stramberie del figlio (in questo tipo di romanzi c’è sempre un baratro insormontabile che divide il grigio mondo degli adulti da quello poetico dell’infanzia). Sull’isola Jacob trova l’orfanotrofio, ci si ritrova dentro nel 1940, e conosce i suoi abitanti: una bambina dalla forza smisurata, una bambina che bisogna tenere legata altrimenti spicca il volo, un’altra bambina che ha la bocca dietro la testa, un bambino invisibile. Insomma, gli stessi delle storie del nonno, che mantengono l’aspetto di bambini anche se hanno più di 80 anni. Infatti scopre che, proprio grazie a Miss Peregrine, si tratta di un luogo protetto e magico che memorizza le ultime 24 ore e le ripete in un loop temporale facendo rimanere i suoi abitanti in uno stato perenne protratto all’infinito (salvandosi così dall’esplosione di una bomba tedesca). Lasciata la casa, però, Jacob può tornare tranquillamente nel presente, dove scopre che la situazione è ben più complessa di quel che pensava: infatti, c’è qualcuno disposto a tutto pur di trovare il rifugio dei bambini speciali per un determinato scopo (forse garantirsi la vita eterna), e Jacob dovrà decidere cosa fare, se restare o ritornare, nella consapevolezza che in ogni caso dovrà combattere i mostri (ci sono i Vacui, i rinnegati che voglio uccidere gli speciali, e gli Spettri, gli umani aiutanti dei Vacui). Ci si metteranno in mezzo anche il destino e l’amore. Riggs non brilla certo per originalità: la sua divisione tra “normali” e “diversi” richiama in qualche modo quella tra “babbani” e “maghi” di Harry Potter, e l’idea della casa di Miss Peregrine ricorda molto la scuola del professor Xavier degli X-Men, con una sfumatura da Bimbi Sperduti di Peter Pan (che tra l’altro non crescono mai), mentre alcuni particolari possono far tornare alla mente Big Fish di Tim Burton (le mirabolanti storie del padre a cui il figlio non ha mai voluto credere). In questo caso, però, Miss Peregrine non insegna niente di particolare ai suoi alunni ma si limita a difendere strenuamente l’idea che i diversi siano considerati una minaccia dal resto del mondo e che quindi si debbano autoescludere e condannarsi alla ghettizzazione nei confronti dell’esterno. Dove Riggs davvero convince è piuttosto nella creazione di atmosfere gotiche avvolgenti ma non invasive e nella capacità di far crescere la tensione, soprattutto nella pirotecnica seconda parte (la prima parte è più introduttiva). Ottimi i personaggi, a partire da Jacob che è un adolescente credibile nel suo itinerario di formazione, ma anche gli altri bambini sono tutti dotati di una propria personalità e quindi perfettamente riconoscibili. Il finale aperto ci lascia con una serie di interrogativi, che si spera vengano chiariti nel sequel (Hollow City). Veramente curatissima la confezione, che ne fa una lettura consigliata anche agli adolescenti desiderosi di sfuggire all’asfittico panorama odierno di young adult distopici e vampiri emo.