venerdì 30 settembre 2016

Joël Dicker - La verità sul caso Harry Quebert

Ennesimo bestseller, ennesimo caso letterario e fenomeno di vendite tradotto in 30 lingue: La verità sul caso Harry Quebert è un bel thrillerone di quasi 800 pagine da più parti acclamato come capolavoro e scritto da un giovane svizzero di madrelingua francese, Joël Dicker, che crede profondamente nella letteratura e per questo non può che starci simpatico. Ambientato nel 2008, alla vigilia delle elezioni presidenziali statunitensi nelle quali avrebbe vinto Obama, inizia un po’ a rilento e presenta il narratore, Marcus Goldman, giovane scrittore di successo autore di un romanzo che gli ha dato celebrità: dovrebbe scriverne un altro, ma è colpito dal famigerato blocco dello scrittore (e perseguitato da una madre pressante che riversa sul figlio tutte le sue ansie). Passano i mesi e non riesce a produrre nulla, mentre si avvicina inesorabile la scadenza imposta dal suo editore (che gli ha già pagato l’anticipo e lo minaccia di denuncia per inadempimento contrattuale), e così decide di chiamare il suo amico e mentore, Harry Quebert, anche lui scrittore di successo, che l’ha reso l’uomo e lo scrittore che è (gli ha insegnato a tirare di boxe, a sfogare la sua tensione ma soprattutto a crescere e maturare). Marcus quindi lascia New York e va nella casa di questi ad Aurora (New Hampshire), dove scopre un segreto che Harry gli ha sempre taciuto: all’età di 34 anni, nell’estate del 1975, Harry ha avuto una storia d’amore con una ragazza quindicenne (!), Nola, che poi è scomparsa lasciando un vuoto incolmabile nella sua vita. Senonché il cadavere di Nola viene trovato proprio nel giardino di casa di Harry insieme al manoscritto (con tanto di dedica simile a una confessione) battuto a macchina del romanzo Le origini del male, il capolavoro che ha dato fama letteraria a Harry: ovviamente, quest’ultimo viene arrestato e sembra spacciato, è additato come assassino e pedofilo, addirittura il suo libro viene ritirato dal mercato. Vedendo la distruzione che regna attorno al suo migliore amico, Marcus decide di aiutarlo e per questo torna ad Aurora, scoprendo la verità su Nola e i segreti legati alla sua scomparsa. La storia ci verrà svelata attraverso gli occhi di Harry che racconta a Marcus i ricordi di quei giorni del 1975, ma anche attraverso gli occhi degli altri abitanti della cittadina che hanno avuto a che fare con la vicenda, e soprattutto attraverso la finzione letteraria, perché tutto il libro è anche un libro nel libro, il romanzo che Marcus si trova a scrivere da un lato per riabilitare Harry e dall’altro per ottemperare ai suoi impegni contrattuali con il suo odioso editore affamato di denaro (gli editori, si sa, sono sempre malvagi). Il fatto poi che questo sia il secondo romanzo di Marcus, proprio come per Joël Dicker, fa sì che l’identificazione tra l’autore e il suo personaggio sia totale; siccome poi gli scrittori del romanzo sono due, allora l’autore si permette molte divagazioni letterarie, abbondando di consigli logorroici e di banalità a mio giudizio evitabili («Il primo capitolo è fondamentale», «I libri sono come la vita, Marcus. Non finiscono mai del tutto»). In realtà Dicker costruisce la vicenda in maniera magistrale mescolando flashback, narrazione in presa diretta e ripetizioni da punti di vista diversi (aspettatevi più di un colpo di scena, se è questo che vi interessa); qua e là ha qualche problema di ritmo (non condivido chi parla di pura adrenalina letteraria) ma azzecca tutti i personaggi, da quelli più stereotipati a quelli più iperbolici (come lo sfigurato e inquietante Luther Caleb), e soprattutto l’ambiente, la cittadina di Aurora, la grande provincia americana sonnolenta e moralista. Il suo è un thriller che è anche e soprattutto un romanzo d’amore e sull’amore, con tutte le derive a esso connesse (l’ambiguità, l’ossessione, il possesso, l’invidia, il sacrificio); ma è anche un’analisi del crollo delle proprie certezze, della scoperta che le persone che riteniamo fondamentali hanno le proprie ombre e possono deluderci. Da qui a definirlo un capolavoro però ce ne passa. Curioso che i capitoli siano costruiti all’incontrario: si parte con il 31 e si finisce con l’1, come una specie di conto alla rovescia.

mercoledì 14 settembre 2016

Paula Hawkins - La ragazza del treno

Caso editoriale del 2015, ha venduto milioni di copie nel mondo e sta per essere portato al cinema: tutti crimini da lavare col sangue, soprattutto in Italia, dove avere successo è una colpa e guadagnare è un reato. Ecco quindi il critico del “Corriere della Sera” Antonio D’Orrico che lo ha giudicato scontato, brutto e di parte (i maschi non ci fanno effettivamente una grande figura), e centinaia di recensori e youtubers che si sono affrettati a unirsi alle critiche (con la classica frase: “È una delusione, ha ingannato anche me! Me lo dovevo aspettare!”). Per me invece La ragazza del treno, esordio letterario di Paula Hawkins, è veramente un grande libro, capace di lasciarmi molto di più di altri romanzi con ambizioni maggiori. Racconta una vicenda che ha luogo tra il luglio e l’agosto del 2015 e vede come protagonista Rachel, trentenne lasciata dal marito Tom e per questo caduta in una spirale di tristezza, depressione e alcolismo: prende ogni giorno il treno per Londra dal sobborgo in cui vive per andare a lavorare (ma solo inizialmente, perché poi viene licenziata ma continua a prendere il treno per non farlo scoprire alla coinquilina) e ogni volta, quando il treno si ferma, si trova a osservare le case vicine ai binari. In particolare la sua attenzione è attratta da una casa (clone della casa in cui lei viveva con Tom) abitata da un uomo e una donna che Rachel inizia a idealizzare come la coppia perfetta, simbolo di quella felicità che a lei è stata portata via, e si immagina la loro possibile vita e le rispettive professioni, fino a dare loro dei nomi fittizi. Un giorno però vede che la donna si sta baciando con qualcun altro che non è il marito, e il suo mondo crolla: qualche giorno dopo, la donna (che si chiama Megan) addirittura scompare, e Rachel pensa sia successo qualcosa e comincia a indagare a modo suo, pur passando per una squilibrata ubriacona molestatrice del vicinato (fa scenate alla nuova moglie del marito, Anna, e va in casa del marito di Megan, Scott). Soprattutto, è sicura di aver visto qualcosa, ma era ubriaca e non se lo ricorda. La narrazione procede in prima persona attraverso l’ipotetico diario di tre donne legate tra di loro: oltre a Rachel, che ha lo spazio principale, ci sono anche i punti di vista di Megan e di Anna, mentre gli uomini (tutti orribili) sono solo raccontati in ottica femminile. Il punto di partenza potrebbe quasi essere definito hitchcockiano (donna che viaggia sul treno e assiste involontariamente a un delitto) ma poi lo svolgimento è quello di un thriller psicologico dalla trama ben strutturata (come ha scritto “Il Foglio”, «un pregio non da poco, in tempi in cui si fatica a trovare trame sensate che reggano per più di qualche capitolo»), tra rivelazioni e menzogne, con personaggi ambigui al punto giusto e l’eccezionale espediente di utilizzare il punto di vista spiazzante di una protagonista fragile e alcolizzata che ha buchi di memoria causati dal bere e che quindi deve tentare di ricostruire quello che ha già vissuto (e il lettore tende quindi naturalmente a identificarsi con lei). Molti l’hanno trovata una persona insopportabile, io invece l’ho amata profondamente, con i suoi lunghi sproloqui depressi e pieni di autocommiserazione sulla sua infelicità e sui suoi sogni spezzati. La brevità dei capitoli che incoraggiano a procedere nella lettura e la scansione temporale sfasata (i capitoli di Megan avvengono prima di quelli di Rachel e Anna che procedono invece parallelamente, ma vengono inseriti nella narrazione) indicano che la Hawkins, oltre a saper scrivere molto bene, è stata ben assistita nella stesura dell’opera. Un successo meritato, checché ne dicano quelli che la sanno lunga.

martedì 13 settembre 2016

Hilaire Belloc - La Rivoluzione francese

Altro libro di Hilaire Belloc a essere ripescato da Fede & Cultura dopo decenni dalla sua scomparsa dal mercato italiano, questa volta nientemeno che sulla Rivoluzione francese. Come Elisabetta regina delle circostanze, è un saggio parecchio complesso, in alcuni casi addirittura pedante e logorroico, che sembra presupporre che tutti conoscano a menadito l’argomento e sappiano di cosa si sta parlando, ma ha alcuni punti a suo favore, che raramente vengono affrontati sulle pubblicazioni più famose. A differenza di Elisabetta, comunque, ha meno divagazioni sociali, artistiche e letterarie, e resta maggiormente concentrato sull’argomento. Ecco la mia introduzione al volume (sì, ho addirittura scritto un’introduzione):

È possibile essere cattolici e ammirare la Rivoluzione francese? Sì, sembra dire in questo saggio Hilaire Belloc, nonostante la condanna radicale da parte della Chiesa dei principi del 1789 (capaci di germogliare e produrre numerosi frutti nel corso dell’Ottocento): anzi, lo storico e letterato inglese si definisce subito “cattolico e, nelle sue simpatie, fortemente attaccato alla teoria politica della Rivoluzione”, premettendo che questa sua personale caratteristica gli permette di giudicare il problema come o forse meglio di altri. Pur senza dimenticare le migliaia di morti ghigliottinati, le stragi, la guerra in Vandea, le rivolte delle città di Lione, Tolone e Marsiglia, Belloc sostiene non c’è alcun conflitto tra i principi cui si rifaceva la Rivoluzione e quelli della Chiesa cattolica, anzi, semmai i problemi cominciarono solo da un certo punto in poi, per difformità di vedute e di interessi e per impreparazione delle due parti in causa. Così come il Terrore, la persecuzione della Chiesa (iniziata dall’imposizione della Costituzione civile del clero) è la necessaria conseguenza della necessità di trovare un nemico di fronte a una guerra che andava male e al pericolo di un’invasione straniera, i cui effetti durano ancora oggi. Vale a dire: il punto di partenza era buono, gli esiti sono stati nefasti per la singolare capacità dell’uomo di combinare disastri. Da storico competente, e quindi attento agli antefatti, Belloc è altresì convinto che i problemi incontrati dalla Chiesa davanti alla Rivoluzione francese derivino direttamente dai problemi della Chiesa gallicana, che fin dal secolo precedente si era legata troppo strettamente all’assolutismo regio francese e si era resa subalterna alla nobiltà (con una certa mondanizzazione e corruzione della gerarchia ecclesiastica e l’accettazione delle disuguaglianze e delle ingiustizie sociali). Il modo di procedere dell’Autore è chiaro sin dal principio: come lui stesso precisa, il suo non è un racconto della Rivoluzione, ma un’analisi generale che presuppone una conoscenza dell’argomento quasi enciclopedica. Storico sincero ed entusiasta, ammiratore di Rousseau e del suo Contratto sociale (alla base dello Stato moderno), sensibile al concetto di rappresentanza ma acerrimo nemico del parlamentarismo moderno (verso cui non evita di lanciare invettive), Belloc ricostruisce a grandi linee le fasi rivoluzionarie e traccia il profilo dei grandi protagonisti dell’epoca. Robespierre, Danton e Marat rivivono nelle sue pagine insieme a personaggi meno noti come Mirabeau, Carnot e La Fayette: di ognuno mette in luce pregi e difetti, passioni e contraddizioni, aspirazioni ideali e debolezze umane. Non ci si deve meravigliare se Robespierre e Danton ne escono sotto una luce diversa rispetto alla vulgata rivoluzionaria: il primo non sarebbe il promotore del Terrore ma una sua vittima, il secondo è invece il grande artefice della creazione del Comitato di salute pubblica, organo che fu in grado di dare un centro alla caotica azione rivoluzionaria. Neppure i sovrani si sottraggono alla sua analisi: Luigi XVI viene tratteggiato come un uomo onesto e pio sprovvisto di capacità di analisi, Maria Antonietta come una sovrana incauta ma volitiva e calunniata, ed entrambi pagarono a caro prezzo problematiche che si trascinavano colpevolmente da troppo tempo. Agli occhi del lettore moderno, l’opera potrebbe sembrare involuta e, in alcuni casi, di difficile lettura: lo stile di Belloc, strutturato e pieno di subordinate, risente dell’epoca in cui fu scritto (1915). Non lo è invece dal punto di vista contenutistico: il capitolo L’aspetto militare della Rivoluzione affronta una tematica fondamentale ma spesso trascurata come quella della guerra che la neonata Repubblica francese si trovò a gestire contro gli altri Stati europei. Con la sua analisi di fronti, battaglie e armate Belloc dimostra quanto la storiografia miliare anglosassone sia sempre stata all’avanguardia.

mercoledì 7 settembre 2016

Eric J. Leed - Terra di nessuno

Cento anni dalla Prima Guerra Mondiale: se c’è ancora qualcuno intenzionata a celebrare la ricorrenza in pompa magna consiglio la lettura di questo classico di Eric J. Leed, Terra di nessuno, saggio che analizza la Grande Guerra da un punto di vista psicologico. Niente cronologia, niente cause o descrizioni di battaglie, solo analisi dell’immaginario personale ed emotivo attraverso le testimonianze dei protagonisti (spesso intellettuali e uomini di lettere). Già dal titolo il volume fa riferimento al non-luogo più celebre, lo spazio tra le trincee che ha rappresentato l’incubo di chi quella guerra l’ha combattuta e ha costituito la linea di demarcazione tra ciò che stava al di qua del reticolato (il noto, il familiare, l’amico) e ciò che stava al di là (l’ignoto, il perturbante), vero e proprio rito di iniziazione per un’intera generazione che spesso proveniva direttamente dai banchi di scuola. Tanto che questa “terra di nessuno” venne a crearsi anche nell’animo di chi ci si trovò dentro. E dire che la guerra nel 1914 era iniziata romanticamente carica di utopie e speranze, innanzitutto quella di una rigenerazione e rivoluzione della società moderna e della morale borghese, di una liberazione dall’industrializzazione e dallo sfruttamento economico, realizzando virtù ormai obsolete e sfuggendo a una carriera che non si era scelta; sogni che cozzarono subito con una realtà del tutto diversa, quella della guerra di logoramento, della vita di trincea e del tritacarne meccanizzato (la Prima Guerra Mondiale fu la prima guerra tecnologica della storia, che dimostrò la schiacciante superiorità dei mezzi sugli uomini) e spersonalizzò completamente l’individuo, ridotto in rifugi angusti e invivibili, integrato in una massa anonima perennemente a contatto con i cadaveri, il sudiciume, il fango, i topi, i parassiti. Costringendo i soldati a farsi invisibili per sfuggire a un nemico invisibile, il fronte rappresentò il confondersi della linea di demarcazione tra la vita e la morte, con la vita di trincea che equivaleva a una sospensione della vita e la sensazione di vivere in un’allucinante precarietà che produceva confusione ed esaurimento psichico e che trovava espressione nella metafora del labirinto (quello delle trincee, costruite, sconvolte, riparate, cancellate e di nuovo ricostruite); senza dimenticare che la vita di trincea richiedeva che i soldati si facessero operai per svolgere mansioni contrassegnate da fatica, sporco e costrizione, con il conseguente declassamento e l’accettazione di divenire uno qualsiasi nella meccanica quotidianità di una vita industrializzata (si facevano i turni come in fabbrica). In questo modo la guerra si concretizzò in una proletarizzazione forzata ed «eclissò ogni tipo di dignità e valore e precipitò il soldato in un mondo senza possibili uscite che non fossero le ferite, la morte, o la nevrosi». Anche il cameratismo, visto nelle intenzioni come fattore in grado di disgregare le differenze sociali per una nuova eroica realtà, in realtà livellò verso il basso le classi rendendo tutti uguali e sottomessi all’autorità («l’uguaglianza della truppa, l’uniformità di condizioni, la proletarizzazione assoluta del soldato non nascevano certo da una presa di coscienza di classe, bensì dalla marginalità del soldato stesso e dalla sua totale impotenza nei confronti dell’autorità e della tecnologia»). In alcuni casi, anzi, il cameratismo fece deflagrare gli odi di classe e il razzismo endemici nella società borghese: è il caso (diffuso soprattutto nell’esercito tedesco) dei volontari altoborghesi presi di mira dal resto della truppa per la loro provenienza e la loro idea di autorealizzarsi attraverso la virtù e il sacrificio nel corpo collettivo della nazione (mentre per il soldato-operaio del popolo la guerra era un qualcosa a cui bisognava cercare di sopravvivere). Tutti questi fattori fecero sì che i soldati in licenza non riuscissero a spiegare e raccontare la guerra a chi a casa non la viveva, e questo atteggiamento durò fino alla Grande Depressione, quando la memorialistica di guerra divenne un genere estremamente popolare: la Depressione aveva fatto sì che la popolazione fosse vittima e ridotta a un livello di abiezione e miseria con cui l’ex soldato poteva immediatamente identificarsi. La guerra difensiva (combattuta sempre in linea) produsse in chi la combatté una personalità difensiva, modellata sull’identificazione con le vittime di aggressori impersonali come le granate e i gas; ben presto, inoltre, si scoprì che il nemico disumanizzato dalla propaganda era uguale a sé, e si registrarono molti casi di empatia e taciti accordi reciproci di coesistenza nella vita di trincea e di temporanea cessazione delle ostilità, forse risultato di una solidarietà umana ma anche dell’alienazione e della percezione di una mancanza di scopo. Leed analizza poi il mito, le fantasie, le leggende create dalla guerra, interpretandole alla Malinowski come funzionali a certe esigenze della realtà sociale e culturale, ma soprattutto alla Lévi-Strauss, per cui i miti alleviano le contraddizioni ristrutturando gli elementi di conflitto della realtà: in questo caso, il mito sarebbe servito per colmare il gap fra le aspettative iniziali e la sconcertante realtà di fatto della guerra. Segnala quindi l’alternanza di temi bucolici e tecnologici, entrambi positivi e negativi, a seconda che si fosse in prima linea o nelle retrovie, e le fantasie legate al cielo, unica fonte di fuga, al volo e agli aeroplani, che permettevano il recupero di quelle aspettative di avventura, distinzione personale e liberazione che la guerra aveva frustrato («Gli aviatori apparivano come antichi cavalieri che, attraverso il loro rapporto privilegiato con le macchine, avevano riguadagnato l’antico status elitario e la loro superiorità sulla massa pidocchiosa delle trincee»); ma furono soprattutto la violenza e l’imprevisto a portare i combattenti verso forme di pensiero e di comportamento magiche, irrazionali e scaramantiche, che non di rado degenerarono in patologie e nevrosi, che il più delle volte venivano curate in chiave punitiva che incolpava il soldato di essere venuto meno al suo dovere. Da segnalare infine l’ultimo capitolo sui reduci che, bombardati per quattro anni dal nazionalismo, alla fine della guerra abbandonarono un fronte isolato che rivendicava il titolo di “nazione” per fare ritorno in un paese che aveva abbandonato quegli ideali, non riuscendo mai a reinserirsi pienamente o prendere posizione dal punto di vista politico, ma continuando a subire le decisioni di altri e trovando nel ricorso alla violenza l’unico modo per essere ascoltati. Un libro che è un bel pugno nello stomaco per tutti, soprattutto per chi si riempie ancora la bocca di retorica patriottarda.

martedì 6 settembre 2016

Phil Sutcliffe - Queen. La storia illustrata dei re del rock

In un’epoca in cui la musica è solo un sottofondo da consumare in fretta e senza attenzione su internet o un ingrediente di qualche talent show, ripercorrere la storia dei gruppi che hanno fatto la storia del rock grazie a dei libri seri e ben fatti è gradevole e soprattutto utile, figuriamoci poi se il libro in questione è dedicato a una delle mie band preferite di sempre, i Queen (l’ho già detto numerose volte, ma non mi stancherò mai di ripeterlo). E che libro! Pubblicato in Italia da Il Castello, è un volume che ricostruisce la storia del gruppo con l’ausilio di foto fantastiche (come quella in copertina), programmi, volantini locandine, biglietti, pass per il backstage, dischi e memorabilia, insomma una gioia per gli occhi del fan incallito. In aggiunta, ogni album è presentato da un diverso critico musicale e praticamente ogni pagina è corredata da qualche parere o ricordo di qualche rockstar contemporanea, ovviamente sempre adorante nei confronti dei Queen (per esempio, Rob Halford dei Judas Priest dice la sua su Freddie Mercury, o Slash parla di cosa significhi per lui Brian May). Certo, ormai sull’argomento si sa praticamente tutto, ma è bello leggere qualcosa che va al di là delle solite banalità e permette di capire come sia stato possibile che, dalla morte del carismatico frontman, gli altri superstiti non siano più stati capaci di produrre una nota degna della loro storia, ma anzi si siano persi in una serie di progetti nocivi e imbarazzanti (il tour e il disco con Paul Rodgers, i concerti con Adam Lambert): Mercury ne esce come il catalizzatore assoluto, quello che riusciva a far confliggere gli altri (il tranquillo Deacon, l’irrequieto Taylor e il puntiglioso con tendenze depressive May, talmente attento ai dettagli da perdere di vista il quadro generale) e a spingerli a produrre musica. Fin da subito attenti a ogni dettaglio, al business e alle questioni di marketing, con una spiccata propensione per l’eccesso, il pacchiano e lo stravagante (ovunque andassero erano accompagnati da una strana corte dei miracoli di nani e ballerine), i Queen riuscirono a sopravvivere indenni attraverso due decadi, cambiando look e generi, per poi sfociare nel mito: non avranno inventato niente di nuovo ma hanno avuto il merito di unire l’heavy rock e il glam, il vaudeville e le canzoni d’amore, le operette con armonie vocali al balletto, creando uno stile assolutamente unico e distinguibile che guardava a modelli altrettanto eterogenei (la copertina di Queen II ispirata a un ritratto di Marlene Dietrich, Killer Queen che si rifaceva a Cabaret con Liza Minnelli). Il tutto grazie al talento istrionico di Freddie Mercury (uno che, per intenderci, era in grado di dichiarare: «Tesoro, i soldi mi escono dalle orecchie! Sarà volgare, ma è meraviglioso!», e che alla domanda di un agente: «Lei assume droghe, signor Mercury?», fu capace di rispondere: «Non sia impertinente, stupido ometto!»), perfezionista ed esibizionista, convinto dell’efficacia delle luci, del suono e dei vestiti, ma soprattutto della necessità di farla finita con i riff blues per adottare invece un approccio “architettonico” ai pezzi; senza dimenticare la grandezza di un chitarrista da partitura come Brian May, che, come spiega Andrew Earles, è stato il vero iniziatore dell’heavy metal («Tramite un uso massiccio dell’overdubbing, May creava da solo il sound di due chitarre con l’accordatura distanziata di un’ottava: gli assoli suonano come accordi di quinta, e gli accordi di quinta sono arricchiti dallo spessore melodico di un assolo»). Il libro ripercorre tutte le tappe della loro leggenda, i trionfi, i tour e gli imprevisti (a Puebla in Messico nel 1981 vennero bersagliati da scarpe, bottiglie e pentolame da parte di un’orda di fan ubriachi, ricevendo assicurazioni sul fatto che da quelle parti quel tipo di accoglienza indicava apprezzamento), la leggerezza nel trattare la politica internazionale (la cena di May con il generale Videla o Viola nel 1981 in Argentina, o la decisione del gruppo di suonare a Sun City in Sudafrica nel 1984 nonostante fosse una specie di sostegno dato all’apartheid), i continui problemi con la stampa («I Queen – ricorda Harry Doherty – adoravano essere amati dai media, ma non adoravano guadagnarsi quell’amore; […] tolleravano la stampa solo come tramite per raggiungere i fan e gli acquirenti di dischi: Mercury avrebbe adorato vivere in quest’epoca in cui YouTube permette di bypassare i giornalisti»), la malattia di Mercury, la difficile eredità e i (penosi) tentativi di rimettersi in pista. Veramente un grande libro: se siete fan, dovete farlo vostro.

venerdì 2 settembre 2016

Martin Martin, Maria Rita Zibellini, Roberto Rossi - Uomini delle Highlands

Operazione intelligente questa del Cerchio che ripropone una selezione commentata (con competenza) di alcune parti della Description of the Western Islands of Scotland, scritta intorno al 1695 dallo scozzese Martin Martin come se fosse una relazione scientifica sulle isole Ebridi: ecco quindi la descrizione del territorio, del clima, della flora, delle usane, del vestiario (ben distante dall’immagine stereotipata e romantica dell’highlander in kilt derivata dall’iconografia vittoriana), delle credenze, delle malattie, rimedi metodi di cura (soprattutto a base di erbe, quando non di brandy, usato per curare la scarlattina), senza formulare giudizi di tipo etico o confronti con le abitudini inglesi. Purtroppo, da un libro che si intitola Uomini delle Highlands ci si aspetterebbe una descrizione della vita dell’intera regione scozzese, e invece Martin parla solo delle Ebridi, che hanno sempre rappresentato una realtà a sé stante anche dopo l’annessione al regno di Scozia, in quanto territorio abitato da genti celto-norvegesi (e quindi di etnia diversa) e risultato di un’originale fusione di due culture (anche dal punto di vista linguistico). Se si passa sopra questo particolare (ovviamente un titolo come Uomini delle Highlands attira molto di più che citare solo le Ebridi), il libro è molto godibile e descrive un’antica società guerriera basata sulle prove di forza e sulle razzie di bestiame, con particolari notevoli come l’uso di bere fino a crollare come segno di virilità (due uomini con la carriola erano sempre pronti per caricare gli ubriachi e condurli al proprio letto) e di considerare il bagno caldo non una pratica igienica ma una terapia, per non parlare dell’educazione delle donne (le quali «erano anticamente impedite all’uso della scrittura sulle isole, per prevenire intrighi amorosi: le famiglie ritenevano che la natura fosse già troppo solerte in questo caso e non ci fosse bisogno di aiuto nella loro educazione»). Martin mantiene sempre uno sguardo esterno e scientifico e, da bravo protestante, bolla come superstizione le pratiche della dottrina cattolica (come l’uso dell’acqua benedetta), ma poi curiosamente prende come fatto reale il taish, la seconda vista o chiaroveggenza (che annovera visioni su fatti tragici e luttuosi ma anche l’arrivo di un visitatore, un matrimonio o la costruzione di una casa), i riti druidici, la divinazione e le credenze del Piccolo Popolo (in grado di rapire bambini e partorienti e di rimpiazzarli con immagini sostitutivi, oltre che di rubare il latte delle mucche a distanza). In chiusura è posta un’interessante appendice sulla storia dei clan più importanti.

giovedì 1 settembre 2016

Wu Ming - L'invisibile ovunque

Ammettendo il mio colpevole ritardo (il libro è uscito a novembre dell’anno scorso, e io l’ho comprato ma lasciato lì fino a ora), ho finalmente letto L’invisibile ovunque, ultima fatica narrativa del collettivo Wu Ming a pieno organico (nel frattempo i nostri da quattro sono passati a tre) e prima opera dopo la decisione dei nostri di non occuparsi più di romanzoni storici come in passato (Q54ManituanaAltaiL’armata dei sonnambuli). Di storico questo libro ha ancora la tematica, cioè la Prima Guerra Mondiale, ma non si tratta di un romanzo, bensì di una raccolta di quattro racconti (genere purtroppo disprezzato da molti che lo considerano “leggero”), indipendenti l’uno dall’altro ma ovviamente legati tra loro da rimandi, parallelismi e giustapposizioni, in pieno stile Wu Ming, spiazzante e complesso. Quattro racconti che, come hanno detto gli stessi autori, sono il loro modo di non celebrare il centenario della Grande Guerra (1914-18, 1915-18 nel caso dell’Italia), ma anzi ne mettono in luce l’orrore, la follia e l’insensatezza, attraverso la storia di quattro uomini che cercano, in modi diversi, di sfuggire in modi diversi al destino bellico pur senza ricorrere alla diserzione. Il primo, Adelmo Cantelli, si arruola per sfuggire all’insopportabile vita contadina e poi entra negli Arditi per scappare alla vita di trincea (gli Arditi vivevano nelle retrovie e venivano impiegati nelle missioni suicide); il secondo, Giovanni Mizzoli, simula la follia e si trova ad affrontare la trafila clinica di chi veniva considerato matto (i manicomi, le procedure, le terapie, i rapporti dei medici); il terzo, Jacques Vaché, giovane interprete morto a guerra finita in circostanze mai chiarite (overdose d’oppio insieme a un commilitone, nudo in una camera d’albergo), è ricordato dall’amico André Breton come iniziatore del movimento surrealista per aver saputo trarre dall’esperienza bellica la capacità critica verso il mondo contemporaneo e la mentalità militaresca; il quarto, Francesco Paolo Bonamore, pittore che si ispira al cubismo, mette a punto la divisa mimetica e il tessuto camouflage, prima delle macchine e poi degli uomini, per proteggere i fanti dall’inutile mattanza alla quale vengono esposti. Nei quattro racconti c’è veramente di tutto, a livello contenutistico, linguistico e formale: il primo è canonico, il secondo comincia a cambiare il punto di vista (narrazione in prima e in terza persona) e inserisce tutta una serie di documenti medici d’archivio (che divengono parte integrante della narrazione), ma è con il terzo che le cose cominciano a farsi difficili. Tutto il racconto è un immaginario dialogo tra André Breton e Marie Louise, la sorella di Jacques Vaché, che nemmeno sapeva dell’esistenza del fratello che è morto quando lei aveva due anni, in un continuo e libero scambio di ricordi, pensieri e sensazioni che si sovrappongono e si confondono, proprio come l’ambiente in cui il racconto si svolge, l’atelier-museo di André Breton: è questo ambiente, pieno di oggetti strani e parlanti, disposti in base a strani rapporti e legami, a essere il vero protagonista della storia, l’unico in cui l’immaginario dialogo potrebbe svolgersi. Il quarto racconto poi è talmente magistrale che si collega direttamente all’ultimo atto dell’Armata dei sonnambuli, apparendo sotto la forma di un saggio di storia dell’arte che mescola realtà e fiction, vero, non vero e verosimile: parte anch’esso dal tema dell’arte ma, a differenza del surrealismo (fortemente antibellicista), lo declina in senso funzionale allo sforzo bellico, anche se non comprensibile per lo Stato Maggiore e i suoi schemi logici di eroismo “ascensionale” (bisogna andare all’assalto della cima, non nascondersi come codardi), tanto da venire rimosso dalla celebrazione postuma e dalla memoria collettiva («Per loro nessuna “epica gara coi fanti”, niente “sacrifici ed eroismo per la grandezza della Patria”. Affinché la storia facesse il suo giro nella direzione voluta doveva essere scritta con il sangue dei nemici e degli eroi sepolti nei sacrari monumentali, non con l’inchiostro simpatico di invisibili artisti-guerrieri»). E proprio su questo tema dell’invisibilità si gioca tutto il libro, a partire dal titolo che cita una poesia di Yvan Goll (Requiem per i morti d’Europa), per sottolineare la pervasività della Grande Guerra, capace di uccidere senza accorgersene e senza vedere mai il nemico («Non si avanza di un passo. Si muore. Quello è il meno. Avevo fatto amicizia con un toscano. È arrivata una granata e gli ha portato via mezza faccia. È ancora vivo, per sfortuna. Rimani senza un occhio, la mano, tutte e due le gambe. Se ti piglia il cecchino [...] sei fortunato»); ma per sottolineare anche che la Prima Guerra Mondiale è stata la prima guerra a essere combattuta con strumenti tecnologici moderni e con turni alienanti e spersonalizzanti da fabbrica («La vita di trincea era divenuta insopportabile. La cosa che pesava di più non era rischiare la morte, ferite orrende, la mutilazione, e nemmeno l’assurdità della situazione sul campo, che non gli sfuggiva. Si sentiva solo un volto tra la folla inesorabilmente uguale a sé stessa, che andava a morire»), insomma una guerra ben diversa da quella eroica della formazione classica (e non è un caso che nel secondo racconto ci sia un rimando ai miti di Ulisse e Achille nell’epica omerica, imparati dal protagonista ai tempi della scuola). L’invisibilità rimanda però anche alla capacità della Grande Guerra di perdurare alla sua fine nelle stesse modalità dal punto di vista politico (per esempio, nell’odio etnico dopo l’occupazione italiana di Pola nel primo racconto, o nelle cause che portarono alla Seconda Guerra Mondiale nel secondo) e del costume (l’arte e l’abbigliamento nel secondo e nel terzo), tanto da essere divenuta una condizione esistenziale difficilmente avvertibile anche da chi l’ha vissuta («La cera della memoria s’è fatta dura come granito, e il massacro non lascia tracce evidenti. La guerra, che prima era un luogo, il fronte, ed era immagini di corpi, odori di fiamme e carogna, fragori d’esplosione, ora è invisibile, ovunque, e nessuna cerimonia riesce a estirparla»). Un libro da leggere, insieme a quel capolavoro che è Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, per celebrare sul serio il centenario di quell’orrore.