mercoledì 14 settembre 2016

Paula Hawkins - La ragazza del treno

Caso editoriale del 2015, ha venduto milioni di copie nel mondo e sta per essere portato al cinema: tutti crimini da lavare col sangue, soprattutto in Italia, dove avere successo è una colpa e guadagnare è un reato. Ecco quindi il critico del “Corriere della Sera” Antonio D’Orrico che lo ha giudicato scontato, brutto e di parte (i maschi non ci fanno effettivamente una grande figura), e centinaia di recensori e youtubers che si sono affrettati a unirsi alle critiche (con la classica frase: “È una delusione, ha ingannato anche me! Me lo dovevo aspettare!”). Per me invece La ragazza del treno, esordio letterario di Paula Hawkins, è veramente un grande libro, capace di lasciarmi molto di più di altri romanzi con ambizioni maggiori. Racconta una vicenda che ha luogo tra il luglio e l’agosto del 2015 e vede come protagonista Rachel, trentenne lasciata dal marito Tom e per questo caduta in una spirale di tristezza, depressione e alcolismo: prende ogni giorno il treno per Londra dal sobborgo in cui vive per andare a lavorare (ma solo inizialmente, perché poi viene licenziata ma continua a prendere il treno per non farlo scoprire alla coinquilina) e ogni volta, quando il treno si ferma, si trova a osservare le case vicine ai binari. In particolare la sua attenzione è attratta da una casa (clone della casa in cui lei viveva con Tom) abitata da un uomo e una donna che Rachel inizia a idealizzare come la coppia perfetta, simbolo di quella felicità che a lei è stata portata via, e si immagina la loro possibile vita e le rispettive professioni, fino a dare loro dei nomi fittizi. Un giorno però vede che la donna si sta baciando con qualcun altro che non è il marito, e il suo mondo crolla: qualche giorno dopo, la donna (che si chiama Megan) addirittura scompare, e Rachel pensa sia successo qualcosa e comincia a indagare a modo suo, pur passando per una squilibrata ubriacona molestatrice del vicinato (fa scenate alla nuova moglie del marito, Anna, e va in casa del marito di Megan, Scott). Soprattutto, è sicura di aver visto qualcosa, ma era ubriaca e non se lo ricorda. La narrazione procede in prima persona attraverso l’ipotetico diario di tre donne legate tra di loro: oltre a Rachel, che ha lo spazio principale, ci sono anche i punti di vista di Megan e di Anna, mentre gli uomini (tutti orribili) sono solo raccontati in ottica femminile. Il punto di partenza potrebbe quasi essere definito hitchcockiano (donna che viaggia sul treno e assiste involontariamente a un delitto) ma poi lo svolgimento è quello di un thriller psicologico dalla trama ben strutturata (come ha scritto “Il Foglio”, «un pregio non da poco, in tempi in cui si fatica a trovare trame sensate che reggano per più di qualche capitolo»), tra rivelazioni e menzogne, con personaggi ambigui al punto giusto e l’eccezionale espediente di utilizzare il punto di vista spiazzante di una protagonista fragile e alcolizzata che ha buchi di memoria causati dal bere e che quindi deve tentare di ricostruire quello che ha già vissuto (e il lettore tende quindi naturalmente a identificarsi con lei). Molti l’hanno trovata una persona insopportabile, io invece l’ho amata profondamente, con i suoi lunghi sproloqui depressi e pieni di autocommiserazione sulla sua infelicità e sui suoi sogni spezzati. La brevità dei capitoli che incoraggiano a procedere nella lettura e la scansione temporale sfasata (i capitoli di Megan avvengono prima di quelli di Rachel e Anna che procedono invece parallelamente, ma vengono inseriti nella narrazione) indicano che la Hawkins, oltre a saper scrivere molto bene, è stata ben assistita nella stesura dell’opera. Un successo meritato, checché ne dicano quelli che la sanno lunga.

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