martedì 6 settembre 2016

Phil Sutcliffe - Queen. La storia illustrata dei re del rock

In un’epoca in cui la musica è solo un sottofondo da consumare in fretta e senza attenzione su internet o un ingrediente di qualche talent show, ripercorrere la storia dei gruppi che hanno fatto la storia del rock grazie a dei libri seri e ben fatti è gradevole e soprattutto utile, figuriamoci poi se il libro in questione è dedicato a una delle mie band preferite di sempre, i Queen (l’ho già detto numerose volte, ma non mi stancherò mai di ripeterlo). E che libro! Pubblicato in Italia da Il Castello, è un volume che ricostruisce la storia del gruppo con l’ausilio di foto fantastiche (come quella in copertina), programmi, volantini locandine, biglietti, pass per il backstage, dischi e memorabilia, insomma una gioia per gli occhi del fan incallito. In aggiunta, ogni album è presentato da un diverso critico musicale e praticamente ogni pagina è corredata da qualche parere o ricordo di qualche rockstar contemporanea, ovviamente sempre adorante nei confronti dei Queen (per esempio, Rob Halford dei Judas Priest dice la sua su Freddie Mercury, o Slash parla di cosa significa per lui Brian May). Certo, ormai sull’argomento si sa praticamente tutto, ma è bello leggere qualcosa che va al di là delle solite banalità e permette di capire come sia stato possibile che, dalla morte del carismatico frontman, gli altri superstiti non siano più stati capaci di produrre una nota degna della loro storia, ma anzi si siano persi in una serie di progetti nocivi e imbarazzanti (il tour e il disco con Paul Rodgers, i concerti con Adam Lambert): Mercury ne esce come il catalizzatore assoluto, quello che riusciva a far confliggere gli altri (il tranquillo Deacon, l’irrequieto Taylor e il puntiglioso con tendenze depressive May, talmente attento ai dettagli da perdere di vista il quadro generale) e a spingerli a produrre musica. Fin da subito attenti a ogni dettaglio, al business e alle questioni di marketing, con una spiccata propensione per l’eccesso, il pacchiano e lo stravagante (ovunque andassero erano accompagnati da una strana corte dei miracoli di nani e ballerine), i Queen riuscirono a sopravvivere indenni attraverso due decadi, cambiando look e generi, per poi sfociare nel mito: non avranno inventato niente di nuovo ma hanno avuto il merito di unire l’heavy rock e il glam, il vaudeville e le canzoni d’amore, le operette con armonie vocali al balletto, creando uno stile assolutamente unico e distinguibile che guardava a modelli altrettanto eterogenei (la copertina di Queen II ispirata a un ritratto di Marlene Dietrich, Killer Queen che si rifaceva a Cabaret con Liza Minnelli). Il tutto grazie al talento istrionico di Freddie Mercury (uno che, per intenderci, era in grado di dichiarare: «Tesoro, i soldi mi escono dalle orecchie! Sarà volgare, ma è meraviglioso!», e che alla domanda di un agente: «Lei assume droghe, signor Mercury?», fu capace di rispondere: «Non sia impertinente, stupido ometto!»), perfezionista ed esibizionista, convinto dell’efficacia delle luci, del suono e dei vestiti, ma soprattutto della necessità di farla finita con i riff blues per adottare invece un approccio “architettonico” ai pezzi; senza dimenticare la grandezza di un chitarrista da partitura come Brian May, che, come spiega Andrew Earles, è stato il vero iniziatore dell’heavy metal («Tramite un uso massiccio dell’overdubbing, May creava da solo il sound di due chitarre con l’accordatura distanziata di un’ottava: gli assoli suonano come accordi di quinta, e gli accordi di quinta sono arricchiti dallo spessore melodico di un assolo»). Il libro ripercorre tutte le tappe della loro leggenda, i trionfi, i tour e gli imprevisti (a Puebla in Messico nel 1981 vennero bersagliati da scarpe, bottiglie e pentolame da parte di un’orda di fan ubriachi, ricevendo assicurazioni sul fatto che da quelle parti quel tipo di accoglienza indicava apprezzamento), la leggerezza nel trattare la politica internazionale (la cena di May con il generale Videla o Viola nel 1981 in Argentina, o la decisione del gruppo di suonare a Sun City in Sudafrica nel 1984 nonostante fosse una specie di sostegno dato all’apartheid), i continui problemi con la stampa («I Queen – ricorda Harry Doherty – adoravano essere amati dai media, ma non adoravano guadagnarsi quell’amore; […] tolleravano la stampa solo come tramite per raggiungere i fan e gli acquirenti di dischi: Mercury avrebbe adorato vivere in quest’epoca in cui YouTube permette di bypassare i giornalisti»), la malattia di Mercury, la difficile eredità e i (penosi) tentativi di rimettersi in pista. Veramente un grande libro: se siete fan, dovete farlo vostro.

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