giovedì 1 settembre 2016

Wu Ming - L'invisibile ovunque

Ammettendo il mio colpevole ritardo (il libro è uscito a novembre dell’anno scorso, e io l’ho comprato ma lasciato lì fino a ora), ho finalmente letto L’invisibile ovunque, ultima fatica narrativa del collettivo Wu Ming a pieno organico (nel frattempo i nostri da quattro sono passati a tre) e prima opera dopo la decisione dei nostri di non occuparsi più di romanzoni storici come in passato (Q54ManituanaAltaiL’armata dei sonnambuli). Di storico questo libro ha ancora la tematica, cioè la Prima Guerra Mondiale, ma non si tratta di un romanzo, bensì di una raccolta di quattro racconti (genere purtroppo disprezzato da molti che lo considerano “leggero”), indipendenti l’uno dall’altro ma ovviamente legati tra loro da rimandi, parallelismi e giustapposizioni, in pieno stile Wu Ming, spiazzante e complesso. Quattro racconti che, come hanno detto gli stessi autori, sono il loro modo di non celebrare il centenario della Grande Guerra (1914-18, 1915-18 nel caso dell’Italia), ma anzi ne mettono in luce l’orrore, la follia e l’insensatezza, attraverso la storia di quattro uomini che cercano, in modi diversi, di sfuggire in modi diversi al destino bellico pur senza ricorrere alla diserzione. Il primo, Adelmo Cantelli, si arruola per sfuggire all’insopportabile vita contadina e poi entra negli Arditi per scappare alla vita di trincea (gli Arditi vivevano nelle retrovie e venivano impiegati nelle missioni suicide); il secondo, Giovanni Mizzoli, simula la follia e si trova ad affrontare la trafila clinica di chi veniva considerato matto (i manicomi, le procedure, le terapie, i rapporti dei medici); il terzo, Jacques Vaché, giovane interprete morto a guerra finita in circostanze mai chiarite (overdose d’oppio insieme a un commilitone, nudo in una camera d’albergo), è ricordato dall’amico André Breton come iniziatore del movimento surrealista per aver saputo trarre dall’esperienza bellica la capacità critica verso il mondo contemporaneo e la mentalità militaresca; il quarto, Francesco Paolo Bonamore, pittore che si ispira al cubismo, mette a punto la divisa mimetica e il tessuto camouflage, prima delle macchine e poi degli uomini, per proteggere i fanti dall’inutile mattanza alla quale vengono esposti. Nei quattro racconti c’è veramente di tutto, a livello contenutistico, linguistico e formale: il primo è canonico, il secondo comincia a cambiare il punto di vista (narrazione in prima e in terza persona) e inserisce tutta una serie di documenti medici d’archivio (che divengono parte integrante della narrazione), ma è con il terzo che le cose cominciano a farsi difficili. Tutto il racconto è un immaginario dialogo tra André Breton e Marie Louise, la sorella di Jacques Vaché, che nemmeno sapeva dell’esistenza del fratello che è morto quando lei aveva due anni, in un continuo e libero scambio di ricordi, pensieri e sensazioni che si sovrappongono e si confondono, proprio come l’ambiente in cui il racconto si svolge, l’atelier-museo di André Breton: è questo ambiente, pieno di oggetti strani e parlanti, disposti in base a strani rapporti e legami, a essere il vero protagonista della storia, l’unico in cui l’immaginario dialogo potrebbe svolgersi. Il quarto racconto poi è talmente magistrale che si collega direttamente all’ultimo atto dell’Armata dei sonnambuli, apparendo sotto la forma di un saggio di storia dell’arte che mescola realtà e fiction, vero, non vero e verosimile: parte anch’esso dal tema dell’arte ma, a differenza del surrealismo (fortemente antibellicista), lo declina in senso funzionale allo sforzo bellico, anche se non comprensibile per lo Stato Maggiore e i suoi schemi logici di eroismo “ascensionale” (bisogna andare all’assalto della cima, non nascondersi come codardi), tanto da venire rimosso dalla celebrazione postuma e dalla memoria collettiva («Per loro nessuna “epica gara coi fanti”, niente “sacrifici ed eroismo per la grandezza della Patria”. Affinché la storia facesse il suo giro nella direzione voluta doveva essere scritta con il sangue dei nemici e degli eroi sepolti nei sacrari monumentali, non con l’inchiostro simpatico di invisibili artisti-guerrieri»). E proprio su questo tema dell’invisibilità si gioca tutto il libro, a partire dal titolo che cita una poesia di Yvan Goll (Requiem per i morti d’Europa), per sottolineare la pervasività della Grande Guerra, capace di uccidere senza accorgersene e senza vedere mai il nemico («Non si avanza di un passo. Si muore. Quello è il meno. Avevo fatto amicizia con un toscano. È arrivata una granata e gli ha portato via mezza faccia. È ancora vivo, per sfortuna. Rimani senza un occhio, la mano, tutte e due le gambe. Se ti piglia il cecchino [...] sei fortunato»); ma per sottolineare anche che la Prima Guerra Mondiale è stata la prima guerra a essere combattuta con strumenti tecnologici moderni e con turni alienanti e spersonalizzanti da fabbrica («La vita di trincea era divenuta insopportabile. La cosa che pesava di più non era rischiare la morte, ferite orrende, la mutilazione, e nemmeno l’assurdità della situazione sul campo, che non gli sfuggiva. Si sentiva solo un volto tra la folla inesorabilmente uguale a sé stessa, che andava a morire»), insomma una guerra ben diversa da quella eroica della formazione classica (e non è un caso che nel secondo racconto ci sia un rimando ai miti di Ulisse e Achille nell’epica omerica, imparati dal protagonista ai tempi della scuola). L’invisibilità rimanda però anche alla capacità della Grande Guerra di perdurare alla sua fine nelle stesse modalità dal punto di vista politico (per esempio, nell’odio etnico dopo l’occupazione italiana di Pola nel primo racconto, o nelle cause che portarono alla Seconda Guerra Mondiale nel secondo) e del costume (l’arte e l’abbigliamento nel secondo e nel terzo), tanto da essere divenuta una condizione esistenziale difficilmente avvertibile anche da chi l’ha vissuta («La cera della memoria s’è fatta dura come granito, e il massacro non lascia tracce evidenti. La guerra, che prima era un luogo, il fronte, ed era immagini di corpi, odori di fiamme e carogna, fragori d’esplosione, ora è invisibile, ovunque, e nessuna cerimonia riesce a estirparla»). Un libro da leggere, insieme a quel capolavoro che è Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, per celebrare sul serio il centenario di quell’orrore.

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