mercoledì 26 ottobre 2016

Michael Moynihan, Didrik Søderlind - Lords Of Chaos. La storia insanguinata del metal satanico

Quando Norvegia non è solo sport invernali, vichinghi e salmoni: questo l’insuperabile titolo di una recensione su Amazon a proposito di Lords Of Chaos, libro-inchiesta sugli efferati delitti del black metal norvegese di inizio anni Novanta, quando la nera fiamma di questo genere musicale fu alimentata in Europa e nel mondo grazie a una lunga scia di fuoco e sangue, tra chiese incendiate, suicidi e omicidi. Oggi, grazie a internet, tutti sanno più o meno di cosa si sta parlando, ma il libro di Michael Moynihan e Didrik Søderlind (del 1998, poi riveduto e ampliato nel 2003, in Italia pubblicato da Tsunami) è stato il primo a cercare di sviscerare fatti che per un certo periodo hanno occupato le pagine di cronaca dei giornali, intendendo i quotidiani e non solo le riviste musicali. Attraverso le parole degli stessi protagonisti, i due autori cercano di mettere in prospettiva le varie vicende e di fornire numerosi approfondimenti di tipo filosofico e culturale nel tentativo di inquadrare seriamente i riferimenti e le correnti di pensiero da cui prendono le mosse certe frange del genere, nato sul finire degli anni Ottanta come estremizzazione del concetto di thrash e death metal. Al centro di tutto, un gruppo di giovanissimi (i Mayhem, i Darkthrone, gli Immortal, gli Emperor) che, vestiti di nero con la faccia pitturata da panda, unirono alla musica pratiche occulte e dichiaratamente sataniche e intenti sovversivi, fondando un movimento culturale che era anche una forma di vita e di ribellione alla società e alla morale costituita. È divertente pensare a tutti quelli che ancora perdono tempo a cercare messaggi occulti e satanici nascosti nella musica rock quando per cinque anni un intero movimento ha inciso dischi che inneggiavano dichiaratamente a Satana, vomitavano odio e predicavano la distruzione del cristianesimo: tutte cose che il genere black fa ancora, per carità, ma ormai è un cliché, uno stereotipo di genere. All’epoca questi invasati ci credevano sul serio, e univano le parole ai fatti: non si contano i roghi delle stavkirke, le chiese in legno del medioevo scandinavo, oggetto della crociata bandita contro il cristianesimo per “risvegliare le coscienze” e vendicare il perduto passato pagano. I fatti fondamentali sono tre: il suicidio di Dead, l’omicidio di un omosessuale da parte di Bård “Faust” Eithun e l’omicidio di Euronymous (Øystein Aarseth) da parte di Varg Vikernes. Nomi che al non addetto ai lavori risulteranno sconosciuti, ma che sono leggendari per ogni metallaro che si rispetti. Dead era il cantante dei Mayhem: giovane introverso e disadattato affascinato dalla morte, un bel giorno decise di spararsi in testa. Euronymous, leader-dittatore dei Mayhem, dopo averlo trovato, pensò bene di correre a prendere la macchina fotografica per farne delle fotografie e di raccogliere pezzi di cranio per farne dei monili. Bård “Faust” Eithun era il batterista degli Emperor e una sera uccise un omosessuale che aveva cercato di abbordarlo a Lillehammer: il suo racconto è veramente agghiacciante per come faccia risalire il suo atto alla curiosità (cosa si prova a uccidere una persona?) ma allo stesso tempo dica di non ricordarsi molto perché gli era sembrato di assistere alla scena da esterno e in una sorta di trance. Euronymous è invece il vero centro propulsore di tutta la vicenda, il vero creatore dello stile e dell’iconografia black metal, patrocinatore di gruppi e gestore del negozio Helvete a Oslo che fu un faro per tutto il movimento (anche se, bisogna dirlo, si dimostrò un pessimo uomo d’affari): estremista per scelta, fu abilissimo a sfruttare ogni possibile elemento per alimentare la sua leggenda maledetta e a promuovere la causa, soprattutto presso la stampa, in una guerra permanente contro tutto e tutti. Insieme a lui Varg Vikernes, leader del progetto Burzum e personaggio altrettanto carismatico: inizialmente furono amici, poi litigarono per questioni di leadership e di denaro, e finì che Varg accoltellò Euronymous a domicilio beccandosi la condanna a 21 anni di reclusione, la più lunga comminabile in Norvegia. Oggi Varg è un uomo libero, vive in Francia con la moglie e i numerosi figli, è un personaggio a suo modo caratteristico, fa lo youtuber e produce con cadenza giornaliera video in cui parla di cospirazioni mondialiste, di survivalismo e di odalismo, propaganda il suo gioco di ruolo MYFAROG, attacca il capitalismo ma ricorre ad Amazon per vendere il suddetto gdr, nuota con l’armatura, cambia l’olio alle sue macchine, indossa buffi copricapi, dà consigli su come trovare una moglie e mostra con orgoglio il suo wc pagano senza acqua corrente che serve per concimare il prato. Si è sempre professato innocente riguardo ai roghi delle chiese (anche se tutto porta ad affermare il contrario) e invoca ancora oggi la legittima difesa nei confronti dell’omicidio di Euronymous. È proprio lui a occupare gran parte del libro (viene intervistata perfino sua mamma!), per le sue dichiarazioni, la sua faccia di bronzo, il suo carisma e la sua furbizia: nella sua carriera è sempre riuscito a sguazzare nel suo ruolo di nemico pubblico numero uno, a cambiare la sua posizione, a ribaltare i ruoli, a passare per vittima, a disconoscere il suo passato. Tra le altre cose, ha detto di non voler suonare più black in quanto genere dipendente dalla chitarra che è uno strumento negroide, e di non aver mai fatto musica satanica perché i suoi dischi erano musica concepita come colonna sonora dei giochi di ruolo. Durante il suo soggiorno nelle patrie galere si è appassionato di esoterismo e di ufologia, è diventato un divulgatore della mitologia vichinga e un ideologo di estrema destra, nemico in ugual misura di cristiani ed ebrei. Al di là delle lungaggini dedicate alla spiegazione del Varg-pensiero, del libro mi hanno colpito due cose: la prima è che, riparlando di quei fatti, la quasi totalità dei protagonisti appare estranea e distaccata, come se si trattasse di qualcosa di marginale; la seconda è che questi pazzoidi che bruciavano chiese e si atteggiavano a demoni tornavano sempre a casa dalla mamma: perfino Euronymous chiuse il negozio dietro decisione dei genitori. Adesso quei protagonisti sono cambiati, hanno abbandonato gli eccessi e si sono dedicati, come nel caso di Ihsahn degli Emperor, a un satanismo di tipo filosofico e intellettuale. Ecco quindi che Moynihan e Søderlind provano a indagare più a fondo i legami con il satanismo, intervistando psicologi e sedicenti esperti, e addirittura Anton LaVey, il celebre fondatore della Chiesa di Satana, convinti che tra lui e il black metal ci fosse un legame; la cosa però non è chiara, né da parte dei musicisti dell’epoca né da parte dello stesso LaVey, che ne prendeva le distanze e li irrideva (ovviamente, anche Varg ha sconfessato del tutto il libro, accusandolo di essere fazioso e mistificatorio). Nel finale, molto spazio è dedicato al racconto di quello che, sulle ali dell’entusiasmo, accadde nel resto d’Europa, specie in Germania con la folle storia degli Absurd, band implicata nell’omicidio di un coetaneo e che poi virò verso la scena black metal nazionalsocialista. Purtroppo, di musica si parla poco per non dire niente. Certo, non si pretende un trattato di analisi e compendio musicale del black metal, ma alla fine i protagonisti di quegli anni, che ancora oggi sono delle leggende per l’intero movimento, risultano solo dei poveri malviventi invasati, disagiati e ideologizzati, e non si capisce perché la gente avrebbe dovuto seguirli. Lo stesso Varg ha prodotto dischi eccezionali con il marchio Burzum (ricordo il mio preferito, Hvis Lyset Tar Oss), ma questo è un aspetto del tutto ignorato da Moynihan e Søderlind, forse più interessati a una cronaca sensazionalistica dei fatti e a inquadrare il fenomeno in una chiave abbordabile per il grande pubblico. Comunque resta un buon punto di partenza, pieno zeppo di illustrazioni.

lunedì 24 ottobre 2016

Hilary Mantel - La storia segreta della Rivoluzione. Prima Parte

Due volte vincitrice del Booker Price tra il 2009 e il 2012 per i suoi romanzi sull’era Tudor, all’inizio degli anni Novanta Hilary Mantel si è cimentata con la Rivoluzione francese dedicandole un romanzone intitolato A Place of Greater Safety e incentrato su tre delle sue figure principali: Maximilien Robespierre, George Danton e Camille Desmoulins. L’opera, portata in Italia da Fazi, è stata divisa in tre parti per evidenti ragioni editoriali (scarse vendite a fronte di un elevato impegno economico per un romanzo storico su un periodo poco conosciuto) e intitolata La storia segreta della Rivoluzione. Questo primo volume inizia con la nascita dei nostri tre eroi e arriva fino alla convocazione degli Stati Generali e alla presa della Bastiglia, quando cioè in Francia «nelle casse dello Stato c’erano entrate erariali sufficienti a coprire un quarto delle spese di un solo giorno». Insomma, non bisogna aspettarsi il Terrore e la ghigliottina, almeno in questa fase. Piuttosto, qui la Mantel cerca di spiegare chi erano gli artefici della Rivoluzione, raccontandone la nascita, l’infanzia e la giovinezza: Desmoulins a Guide in Piccardia, Danton a Arcis-sur-Aube e Robespierre ad Arras. Robespierre e Desmoulins studiano al collegio Louis-Le-Grand di Parigi, visitato da un Luigi XVI che non ha nemmeno la pazienza di far terminare il discorso pronunciato dal piccolo Robespierre. Ritroviamo Desmoulins e Danton a Parigi a fare politica presso rinomati avvocati («la legge è un’arma»): il primo, balbuziente, giornalista provocatore e sospettato di essere omosessuale, finisce per chiedere in moglie Lucile, la figlia della sua amante; il brutto ma affascinante Danton invece si sposa. Desmoulins e Robespierre si ritroveranno quindi rappresentanti del Terzo Stato agli Stati Generali, proprio mentre sta per deflagrare la violenza popolare (la decapitazione del governatore della Bastiglia per mezzo di un coltellino viene descritta nei minimi dettagli). La Mantel non spiega i suoi personaggi ma preferisce mostrarli in movimento, facendo emergere dai loro gesti i tratti (anche meno noti) del loro carattere, le paure e le ambizioni che ne condizionano i comportamenti; abbatte il confine tra pubblico e privato, fa smarrire il lettore saltando da un personaggio all’altro, usa il flusso di coscienza che trasforma le descrizioni in brani inseriti tra le riflessioni di un personaggio e una discussione. Ne risultano tre personalità ambigue e complesse, che passano da modeste ambizioni di provinciali giunti a Parigi per fare carriera a un impegno politico sempre più idealista: contraddistinti da uno spirito ribelle e da una certa insofferenza all’ordine costituito, in lotta con la propria classe sociale, il proprio carattere e le proprie famiglie (con conflitti irrisolti con l’autorità paterna), tutti e tre vengono dalla borghesia di provincia e sono costretti a muoversi entro i limiti angusti e marginali delle carriere e delle professioni riservate loro dall’Ancient regime, che ancora vive del riflesso della corte di Versailles. Sognano di nobilitarsi attraverso il lavoro e il matrimonio (non è un caso che cambino anche le grafie dei loro cognomi, Danton che diventa d’Anton o D’Anton, Robespierre che diventa de Robespierre), si scontrano con la pletora di profittatori e opportunisti che sono lo specchio di una società marcia (vengono mostrati gli egoismi di un’aristocrazia arrogante e la miseria del popolo), cominciano a mettere in dubbio le regole su cui quella società si fonda e a sognare un mondo più giusto («Chiunque, un chiunque qualsiasi a cui non piacete e vi vuole togliere di mezzo può andare dal re con un documento – “firmate qui, Vostra Minchioneria” – ed ecco fatto, in catene nella Bastiglia»). In fin dei conti, siamo ancora in pieno assolutismo, un sistema sociale in cui, come ricorda la Mantel, il re era il centro dello spettacolo della corte e «ogni evacuazione, ogni atto sessuale, ogni respiro era passato al vaglio pubblicamente». L’autrice tratteggia piuttosto bene Luigi XVI («Rifiutandosi di prendere delle decisioni, sperava di evitare gli errori; pensava che se non s’intrometteva, le cose sarebbero andate avanti come sempre») e regala una riflessione non banale sulla fame nella dinamica rivoluzionaria: «L’essenziale è capire il pane: epicentro della speculazione, cibo su cui si fondano tutte le teorie di quel che avverrà poi. A quindici anni di distanza, il giorno in cui cadrà la Bastiglia, a Parigi il prezzo del pane sarà il più alto degli ultimi sessant’anni. Dopo vent’anni (quando sarà finito tutto) una donna della capitale dirà: “Sotto Robespierre scorreva il sangue ma la gente aveva il pane. Forse per avere il pane è necessario spargere un po’ di sangue”». A sfilare, accanto ai tre personaggi principali, personaggi noti e meno noti, tra i quali Voltaire, Necker, Mirabeau e Laclos, l’autore delle Rivelazioni pericolose qui al seguito di Luigi Filippo duca d’Orléans.

martedì 18 ottobre 2016

Ernesto Assante, Gino Castaldo - Beatles

Serio, competente e appassionante. Tale è il viaggio compiuto da Ernesto Assante e Gino Castaldo, ferventi e instancabili divulgatori dell’opera beatlesiana, che hanno raccolto per iscritto le loro “lezioni” tenute all’Auditorium Parco della Musica di Roma sul quartetto di Liverpool e dato un ulteriore contributo alla sterminata bibliografia sull’argomento. Il libro ricalca la struttura delle “lezioni”, quindi ogni capitolo è dedicato a uno dei dodici album ufficiali (più il Magical Mystery Tour e Yellow Submarine, oggetti non ben identificati del catalogo) composti tra il 1963 e il 1969: ogni brano (anche i singoli) viene analizzato e presentato in base al suo significato, alla sua genesi e alla sua evoluzione, e soprattutto nel complesso dell’economia di ogni album, tanto che viene voglia di approfondire, aprire nuove finestre, cercare su YouTube canzoni, filmati e frammenti di quegli anni. Insomma, saperne di più, e non è cosa da poco. Non bisogna aspettarsi dettagli nuovi o chissà quali incredibili rivelazioni, perché ai due autori importa soprattutto condurre il lettore in un viaggio nel decennio spartiacque degli anni Sessanta, riflettendo sul clima culturale, politico e stilistico dell’epoca, mentre si affermavano nuovi idoli e modelli (Bob Dylan, i Rolling Stones, i Beach Boys). Non a caso Assante e Castaldo definiscono quella dei Beatles «la più grande storia della cultura popolare del XX secolo» le cui ripercussioni non sono ancora state del tutto sviscerate; una storia che risulta ancora più incredibile se pensiamo che proviene dalla Liverpool di inizio anni Sessanta, «ordinaria e fuligginosa città industriale, totalmente emarginata dal grande circuito dello spettacolo, che ai tempi passava solo per Londra, [...] un luogo talmente grigio e privo di speranza, però, da poter essere ridisegnato con colori completamente nuovi da un gruppo di ragazzi che pensa in grande e che incarna fin da subito il sogno della rinascita». I Beatles infatti rappresentano «un fenomeno capace di cambiare alla radice il volto stesso della musica popolare», ma soprattutto di un’intera generazione, quella nata dopo la guerra, «che di colpo non aveva più barriere geografiche e si scopriva planetaria, mondializzata attraverso riferimenti culturali e politici che superavano censure e negazioni, animata dalle stesse proiezioni desideranti, dagli stessi sogni collettivi». I Fab Four hanno rivoluzionato l’idea stessa di divo (non più un modello lontano e irraggiungibile, ma uno stile di vita da adottare), hanno stabilito uno standard estetico con il loro abbigliamento e il loro taglio di capelli («i capelli lunghi diventano la carta d'identità di chi ha deciso che il futuro è altrove, che il mondo va cambiato, che la realtà può essere modificata»), in definitiva hanno cambiato il modo di pensare di una generazione. Non hanno occupato uno spazio, ma ne hanno creato uno che non esisteva, stabilendo tutta una serie di canoni (i concerti dal vivo, gli album in studio, le copertine) che poi sarebbero arrivati fino a noi e avrebbero generato innumerevoli omaggi e imitazioni (il concerto sul tetto della Apple). Sono stati i primi a capire che la musica poteva essere arte e non semplice intrattenimento, i primi a dimostrare che si poteva fare arte di gruppo e i primi a rompere la tradizione che la musica incisa fosse riproducibile dal vivo chiudendosi nello studio di registrazione per sfruttarne tutte le possibilità (con loro lo studio divenne un nuovo strumento, un mezzo creativo in sé). Il tutto sull’onda di una continua spinta a migliorarsi, senza mai accontentarsi: a partire dai primi modelli di riferimento (non il blues, ma il rock’n’roll e la soul music più pop) la loro storia si è svolta nell’arco di sette-otto anni, con una progressione fulminante e delle tempistiche inimmaginabili per oggi, con musicisti che ci mettono quattro anni per produrre un album che spesso è una copia scolorita di quello precedente. In tre anni passarono da She Loves You a Tomorrow Never Knows e subito dopo a Strawberry Fields Forever, cioè musica che non si era mai ascoltata prima; il lungo medley nella seconda facciata di Abbey Road di fatto anticipò le lunghe suite che avrebbero caratterizzato gran parte della produzione rock degli anni Settanta. Ma anche a livello di testi il cambiamento fu eccezionale, inglobando suggestioni e tematiche molteplici e arrivando allo scardinamento del senso della canzone (I Am The Walrus ha un testo volutamente senza senso, Glass Onion gioca sui significati nascosti e le autocitazioni dimostrando che, al di là di tutte le interpretazioni che si possono fare, la realtà è invece trasparente e alla luce del sole). Di bassa estrazione sociale, i Beatles fecero tesoro di quello che altri permisero loro di vedere e di imparare (fondamentale il ruolo del produttore George Martin), e crebbero e migliorarono al punto da diventare degli uomini di cultura: basti pensare a McCartney con la musica colta, a Harrison con l’India e la spiritualità orientale, a Lennon con le istanze di pace universale. Inevitabile che la loro musica sia diventata fortemente simbolica e quindi politica, in anni in cui nell’America del Vietnam convivevano il Ku Klux Clan e i nuovi ideali del flower power, nella convinzione che si potesse cambiare il mondo attraverso una protesta non violenta e che la musica fosse effettivamente un linguaggio unico, condiviso e universale che riusciva a unire tutti i giovani del mondo. Chissà che da qui si possa ripartire, nell’attuale sfacelo della musica di oggi, e mostrare che un altro futuro (al di là dei talent) è possibile.

lunedì 17 ottobre 2016

Silvia Avallone - Marina Bellezza

Reduce dal (per me inspiegabile) trionfo di Acciaio, romanzo con pochi pregi e molti difetti trasformato dall’industria editoriale italiana nell’ennesimo “caso letterario”, Silvia Avallone si ripete con Marina Bellezza, passando da Piombino alla natia Biella. Sarà riuscita a migliorarsi? No. Se possibile, è riuscita addirittura a fare di peggio. L’eroina della nostra storia, che dà addirittura il titolo al romanzo, Marina Bellezza, è bella, anzi bellissima (la bellezza la contiene già nel cognome) e biondissima, ha un fisico mozzafiato e un grande talento vocale, è cresciuta con il mito di Non è la Rai, da bambina ha cantato nella pubblicità del mobilificio Aiazzone, partecipa al talent show Cenerentola Rock su una TV locale, vuole sfondare in televisione perché è abituata a pensare che sia l’unico modo per affermare il proprio talento. Soprattutto, vuole andarsene da Biella, periferia dannata del mondo. È disinibita e disincantata, si spoglia con generosità ed è pronta a tutto, poi però scopriamo che è anche fragile ed è rimasta traumatizzata perché sua madre alcolizzata ha tentato di accoltellare il padre fedifrago che gioca d’azzardo. C’è poi l’eroe della vicenda, Andrea Caucino, l’eroe del romanzo, un ex studente di filosofia che fa il bibliotecario a progetto, ha problemi (anche lui) con il padre ex sindaco di Alleanza Nazionale (in passato ha anche preso a sassate la sede di AN per esprimere il suo disagio) e ha una grande vocazione: fare il margaro come suo nonno, allevare mucche e produrre formaggi DOP. Anche lui è segnato dalla vita (ha scoperto dalla madre di essere stato un incidente di percorso e vive il complesso di inferiorità nei confronti del fratello maggiore, che ha pure tentato di affogare da piccolo), è da sempre innamorato perso di Marina, è saggio e sa che il successo non dà la felicità («Quel mondo lì, quello di cui tu vuoi fare parte a tutti i costi, è vecchio. Rappresenta un Paese in cui la gente poteva credere negli anni Ottanta, negli anni Novanta, ma non adesso. Quel mondo lì, che piace a te, ti userà e ti butterà via dopo un paio di mesi»). Per 500 pagine la Avallone riesce nell’impresa di non raccontare niente, limitandosi a descrivere l’amore tra i due in un tira e molla estenuante: si rivedono, si rimettono insieme, si rilasciano, si rivedono e decidono di sposarsi, si rilasciano, si rimettono insieme, rivanno in crisi. Si accoppiano ferocemente, ubriachi oppure trasgressivi sul cofano di un’automobile. C’è poi la variante Elsa, la coinquilina di Marina, una che sta studiando Gramsci e sogna di costituire una lista civica, ma soprattutto è innamorata da sempre di Andrea: non si sa bene a cosa serva, se non a far sfogare sessualmente Andrea con lei senza amore nel suo massimo momento di frustrazione (mentre in parallelo Marina fa sesso con il suo agente, Donatello detto Tello, per semplice calcolo e ruffianeria). Gli ingredienti della Avallone sono più o meno gli stessi di Acciaio: una generazione a cui è stato strappato il futuro cresciuta con i falsi miti della televisione, l’Italia dannata di Berlusconi, questa volta con l’aggiunta della crisi (il vero mantra di tutto il libro), l’impossibilità del dialogo tra genitori e figli, personaggi in cerca di un nuovo inizio ai quali offre come soluzione il ritorno alla terra d’origine. Le città deludono (Marina giudica deludente Milano semplicemente vedendo per la prima volta i palazzi!), meglio tornare in provincia. E poi c’è il tema del west e della frontiera americana, su cui la Avallone plasma tutto il romanzo, nel titolo delle sezioni (Far WestCowboy vs CinderellaEldorado), nella descrizione del paesaggio (Biella come la prateria, addirittura il locale in cui i personaggi vanno è l’Old Wild West), nei dialoghi («Questo mondo è come il far west, tesoro, devi andare laggiù e conquistartene un pezzo»; «Loro erano Bonnie e Clyde, erano il Brutto e il Cattivo, il Cowboy e il Pellerossa»), addirittura Andrea ha un cane di nome Clint (come Eastwood) e il fratello si è trasferito in Arizona. Oltretutto, anche l’America delude, come prova il viaggio finale di Andrea e Marina. Per il resto, la solita lingua giovane e gergale, piena di metafore (il cervo ucciso all’inizio, Marina in crisi guida sempre di notte perché è ribelle) e di iperboli («Marina era figlia della sua epoca, di Ok, il prezzo è giusto! E di ‘TV Sorrisi e Canzoni’. Eppure possedeva anche quel principio di barbarie, quell’attitudine violenta all’agonismo, quell’ignoranza colossale e prepotente caratteristica degli Unni, degli Attila, dei Serse»). È tutto troppo parlato, spiegato, esibito: si tratta di personaggi che spiegano di avere problemi ma non riescono a risultare minimamente interessante. Peggio, sono inutili.

venerdì 14 ottobre 2016

Paul McCartney (con Paul Du Noyer) - La versione di Paul

Paul McCartney è uno dei miei eroi. Dei Beatles è sempre stato quello più romantico e pop, quello più tranquillo e amichevole, quello che parlava di più con i fan, e soprattutto ha realizzato decine e decine di capolavori. È stato la mente dietro l’idea di Sgt. Pepper e del Magical Mystery Tour, è stato quello che ha più lavorato per tenere insieme il gruppo quando si stava sfaldando e, paradossalmente, è stato anche quello che l’ha materialmente sciolto. Nonostante la mediocrità della sua carriera solista ad alto tasso di melassa, premiata dalle vendite ma condannata dalla critica, certe sue canzoni o album sono quanto di più beatlesiano sia stato fatto dopo il 1970: Paul è il vero ambasciatore dei Beatles nel mondo, il più indulgente alla nostalgia, ai buoni ricordi, a rendere favolosi anche momenti e anni che probabilmente non lo sono stati. A celebrarlo arriva questo libro di Paul Du Noyer (anche se McCartney viene spacciato come autore) che mette insieme le interviste avvenute tra i due e le riordina in un’unica narrazione, cronologica nella prima parte e tematica nella seconda, e chiude con un elenco delle 50 canzoni preferite da Du Noyer. Una leggenda della musica disponibile che si racconta a un giornalista talmente adorante da definirsi con orgoglio suo amico: cosa può volere di più un fan? McCartney si dimostra un navigatissimo volpone nel gestire i giornalisti, ma allo stesso tempo è sempre attento ad apparire disponibile e alla mano. Forse il ritratto che emerge dalle pagine è quello che lui stesso vuole dare, ma ribadisce i tratti noti del suo carattere: la volontà di essere uno qualunque, l’etica del lavoro, il perfezionismo, la presunta avarizia, il disprezzo per il lusso, la bonaria tranquillità anche quando prende posizione in campo sociale o politico («È raro che Paul si mostri aggressivo o energico, anche sul tema a cui tiene di più. [...] La protesta esplicita non è il suo modo preferito di fare musica»). Non si vergogna della sua fama di sentimentalone (d’altra parte, raccontare l’amore sentimentale è una delle cose che gli riesce meglio, assieme alle storie dell’uomo comune emarginato dalla società), riconosce che gran parte dei pezzi incisi da solista non sono granché ma non esclude che possano trovare un pubblico di estimatori, ma rivendica la sua propensione per la musica sperimentale di Cage e Stockhausen, l’avanguardia e il movimento underground che lo portarono a condurre esperimenti sonori (come i loop di Tomorrow Never Knows) da inserire nei dischi tradizionali dei Beatles; addirittura nel 1967, durante le sessioni di registrazione di Penny Lane, incise Carnival Of Lights, brano considerato troppo estremo e destrutturato per il grande pubblico e rimasto per questo inedito. Amante del rock, è stato tra i primi a rendersi conto che questo genere poteva diventare arte e cultura e non solo una moda chiassosa e commerciale; inoltre è sempre stato sensibile anche al prestigio della cultura alta, trovando qualcosa di buono in quasi tutti i generi musicali, anche i più tradizionali o sorpassati (il vaudeville suonato da suo padre, per esempio). È di Paul l’idea di creare per Sgt. Pepper degli alter ego per i Beatles, che deriva dalla volontà di essere un’altra band, inventata e imprevedibile, da mandare in tour al posto della band vera e capace di far emergere la creatività invece di soddisfare i desideri del marketing; allo stesso modo avvertiva il desiderio di cambiare e destrutturare le regole stabilite della forma canzone, come nel caso di Hey Jude allungata nel finale per andare nella direzione di Bob Dylan la cui Like A Rolling Stone durava sei minuti e mezzo («Cominciavi ad abbattere i confini, a mettere in discussione vecchie regole»), in un panorama globale che attraverso la musica parlava un’unica lingua. Tutto questo fa di McCartney un personaggio contradittorio, conservatore per temperamento, liberal tollerante per convinzione e radicale per curiosità artistica, ma forse proprio questa contraddizione ad averlo reso quello che è, come scrive Du Noyer scrive: «Forse Paul è stato la perfetta incarnazione di quegli adolescenti ribelli che furono il tipico prodotto della sua generazione. Ma nel profondo non è mai stato un iconoclasta. Questa contraddizione è rimasta in tutta la sua musica, ed è la causa del disprezzo di certi critici per la sua produzione. In realtà, è una chiave della sua grandezza». Ovviamente il pezzo forte del libro, quello che tutti vogliono leggere, è la parentesi beatlesiana con tutti gli aneddoti connessi (spassoso quello di quando i quattro Beatles, portati da Brian Epstein a provare i vestiti per la loro prima apparizione televisiva, si tolsero gli stivaletti causando un odore così tremendo che fu necessario sottoporre a fumigazione il negozio), soprattutto per la magia che solo McCartney riesce a evocare: un esempio per tutti, il suo modo positivo e solare di ricordare la beatlesmania (le urla, gli svenimenti, la scorta della polizia), molto differente della visione più cupa di George Harrison o dei racconti sensazionalistici di John Lennon. C’è poi spazio per i litigi sull’assunzione di Allen Klein come manager, le registrazioni di Let It Be che misero a nudo le crepe nelle fondamenta del gruppo, il periodo con gli Wings (“le celeberrime porcate con le ali”, come ho trovato scritto genialmente su un sito), oggetti di critiche globali al punto da generare qualche dubbio anche nello stesso Paul («Abbiamo vissuto nella paranoia, tutti quegli anni, convinti che quel che stavamo facendo non andasse bene. Davamo ascolto ai critici. Non abbiamo mai pensato di valere qualcosa, ed è un peccato, perché c’era del buono in quel che facevamo»), periodo durante il quale il nostro aveva paura a eseguire i pezzi dei Beatles dal vivo («Pensavo: non posso restare ancorato al mio passato»). Paul parla anche del prosieguo della sua carriera solista (quando, con il passare degli anni, nell’immaginario britannico, cominciò a trasformarsi «da rock star in una combinazione tra un vecchio statista e uno zio bonario», una specie di contraltare della regina Elisabetta che ha visto passare tutti i primi ministri britannici da Winston Churchill in poi), delle sue collaborazioni (famose quelle con Michael Jackson e Stevie Wonder), della sua attività di produttore, del processo creativo delle sue canzoni (spesso nate come singoli spezzoni) e della sua predilezione per le linee discendenti («Se mai deciderai di scrivere una canzone di successo, non vergognarti, scegli una linea di basso discendente. Lo consiglio a tutti, funziona sempre»). Quindi, ancora, racconta i tentativi di cimentarsi con il cinema (ricordiamo che i Beatles recitarono in alcuni film e ne produssero altri) e la musica classica (Liverpool Oratorio), la vita on the road, la passione per i concerti dal vivo, il suo sodalizio di vita e d’arte con l’incompresa Linda (fondamentale per gran parte delle composizioni di McCartney e per le armonizzazioni vocali dei suoi dischi), il rapporto di stima e amicizia con John (mantenuto anche quando Lennon lo attaccava con la velenosa How Do You Sleep? e McCartney gli rispondeva con la conciliante Dear Friend): se c’è una cosa su cui Paul è chiaro è che nessuno può dire di sapere come andavano le cose tra i due, complementari al punto da continuare a cercarsi e pungolarsi a vicenda, fino alla fine. E, anche se John è diventato un mito soprattutto per la fine violenta che ha fatto, Paul, con i suoi capelli tinti, le sue rughe e il suo basso a violino, resterà sempre il mio preferito.