martedì 18 ottobre 2016

Ernesto Assante, Gino Castaldo - Beatles

Serio, competente e appassionante. Tale è il viaggio compiuto da Ernesto Assante e Gino Castaldo, ferventi e instancabili divulgatori dell’opera beatlesiana, che hanno raccolto per iscritto le loro “lezioni” tenute all’Auditorium Parco della Musica di Roma sul quartetto di Liverpool e dato un ulteriore contributo alla sterminata bibliografia sull’argomento. Il libro ricalca la struttura delle “lezioni”, quindi ogni capitolo è dedicato a uno dei dodici album ufficiali (più il Magical Mystery Tour e Yellow Submarine, oggetti non ben identificati del catalogo) composti tra il 1963 e il 1969: ogni brano (anche i singoli) viene analizzato e presentato in base al suo significato, alla sua genesi e alla sua evoluzione, e soprattutto nel complesso dell’economia di ogni album, tanto che viene voglia di approfondire, aprire nuove finestre, cercare su YouTube canzoni, filmati e frammenti di quegli anni. Insomma, saperne di più, e non è cosa da poco. Non bisogna aspettarsi dettagli nuovi o chissà quali incredibili rivelazioni, perché ai due autori importa soprattutto condurre il lettore in un viaggio nel decennio spartiacque degli anni Sessanta, riflettendo sul clima culturale, politico e stilistico dell’epoca, mentre si affermavano nuovi idoli e modelli (Bob Dylan, i Rolling Stones, i Beach Boys). Non a caso Assante e Castaldo definiscono quella dei Beatles «la più grande storia della cultura popolare del XX secolo» le cui ripercussioni non sono ancora state del tutto sviscerate; una storia che risulta ancora più incredibile se pensiamo che proviene dalla Liverpool di inizio anni Sessanta, «ordinaria e fuligginosa città industriale, totalmente emarginata dal grande circuito dello spettacolo, che ai tempi passava solo per Londra, [...] un luogo talmente grigio e privo di speranza, però, da poter essere ridisegnato con colori completamente nuovi da un gruppo di ragazzi che pensa in grande e che incarna fin da subito il sogno della rinascita». I Beatles infatti rappresentano «un fenomeno capace di cambiare alla radice il volto stesso della musica popolare», ma soprattutto di un’intera generazione, quella nata dopo la guerra, «che di colpo non aveva più barriere geografiche e si scopriva planetaria, mondializzata attraverso riferimenti culturali e politici che superavano censure e negazioni, animata dalle stesse proiezioni desideranti, dagli stessi sogni collettivi». I Fab Four hanno rivoluzionato l’idea stessa di divo (non più un modello lontano e irraggiungibile, ma uno stile di vita da adottare), hanno stabilito uno standard estetico con il loro abbigliamento e il loro taglio di capelli («i capelli lunghi diventano la carta d'identità di chi ha deciso che il futuro è altrove, che il mondo va cambiato, che la realtà può essere modificata»), in definitiva hanno cambiato il modo di pensare di una generazione. Non hanno occupato uno spazio, ma ne hanno creato uno che non esisteva, stabilendo tutta una serie di canoni (i concerti dal vivo, gli album in studio, le copertine) che poi sarebbero arrivati fino a noi e avrebbero generato innumerevoli omaggi e imitazioni (il concerto sul tetto della Apple). Sono stati i primi a capire che la musica poteva essere arte e non semplice intrattenimento, i primi a dimostrare che si poteva fare arte di gruppo e i primi a rompere la tradizione che la musica incisa fosse riproducibile dal vivo chiudendosi nello studio di registrazione per sfruttarne tutte le possibilità (con loro lo studio divenne un nuovo strumento, un mezzo creativo in sé). Il tutto sull’onda di una continua spinta a migliorarsi, senza mai accontentarsi: a partire dai primi modelli di riferimento (non il blues, ma il rock’n’roll e la soul music più pop) la loro storia si è svolta nell’arco di sette-otto anni, con una progressione fulminante e delle tempistiche inimmaginabili per oggi, con musicisti che ci mettono quattro anni per produrre un album che spesso è una copia scolorita di quello precedente. In tre anni passarono da She Loves You a Tomorrow Never Knows e subito dopo a Strawberry Fields Forever, cioè musica che non si era mai ascoltata prima; il lungo medley nella seconda facciata di Abbey Road di fatto anticipò le lunghe suite che avrebbero caratterizzato gran parte della produzione rock degli anni Settanta. Ma anche a livello di testi il cambiamento fu eccezionale, inglobando suggestioni e tematiche molteplici e arrivando allo scardinamento del senso della canzone (I Am The Walrus ha un testo volutamente senza senso, Glass Onion gioca sui significati nascosti e le autocitazioni dimostrando che, al di là di tutte le interpretazioni che si possono fare, la realtà è invece trasparente e alla luce del sole). Di bassa estrazione sociale, i Beatles fecero tesoro di quello che altri permisero loro di vedere e di imparare (fondamentale il ruolo del produttore George Martin), e crebbero e migliorarono al punto da diventare degli uomini di cultura: basti pensare a McCartney con la musica colta, a Harrison con l’India e la spiritualità orientale, a Lennon con le istanze di pace universale. Inevitabile che la loro musica sia diventata fortemente simbolica e quindi politica, in anni in cui nell’America del Vietnam convivevano il Ku Klux Clan e i nuovi ideali del flower power, nella convinzione che si potesse cambiare il mondo attraverso una protesta non violenta e che la musica fosse effettivamente un linguaggio unico, condiviso e universale che riusciva a unire tutti i giovani del mondo. Chissà che da qui si possa ripartire, nell’attuale sfacelo della musica di oggi, e mostrare che un altro futuro (al di là dei talent) è possibile.

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