venerdì 14 ottobre 2016

Paul McCartney (con Paul Du Noyer) - La versione di Paul

Paul McCartney è uno dei miei eroi. Dei Beatles è sempre stato quello più romantico e pop, quello più tranquillo e amichevole, quello che parlava di più con i fan, e soprattutto ha realizzato decine e decine di capolavori. È stato la mente dietro l’idea di Sgt. Pepper e del Magical Mystery Tour, è stato quello che ha più lavorato per tenere insieme il gruppo quando si stava sfaldando e, paradossalmente, è stato anche quello che l’ha materialmente sciolto. Nonostante la mediocrità della sua carriera solista ad alto tasso di melassa, premiata dalle vendite ma condannata dalla critica, certe sue canzoni o album sono quanto di più beatlesiano sia stato fatto dopo il 1970: Paul è il vero ambasciatore dei Beatles nel mondo, il più indulgente alla nostalgia, ai buoni ricordi, a rendere favolosi anche momenti e anni che probabilmente non lo sono stati. A celebrarlo arriva questo libro di Paul Du Noyer (anche se McCartney viene spacciato come autore) che mette insieme le interviste avvenute tra i due e le riordina in un’unica narrazione, cronologica nella prima parte e tematica nella seconda, e chiude con un elenco delle 50 canzoni preferite da Du Noyer. Una leggenda della musica disponibile che si racconta a un giornalista talmente adorante da definirsi con orgoglio suo amico: cosa può volere di più un fan? McCartney si dimostra un navigatissimo volpone nel gestire i giornalisti, ma allo stesso tempo è sempre attento ad apparire disponibile e alla mano. Forse il ritratto che emerge dalle pagine è quello che lui stesso vuole dare, ma ribadisce i tratti noti del suo carattere: la volontà di essere uno qualunque, l’etica del lavoro, il perfezionismo, la presunta avarizia, il disprezzo per il lusso, la bonaria tranquillità anche quando prende posizione in campo sociale o politico («È raro che Paul si mostri aggressivo o energico, anche sul tema a cui tiene di più. [...] La protesta esplicita non è il suo modo preferito di fare musica»). Non si vergogna della sua fama di sentimentalone (d’altra parte, raccontare l’amore sentimentale è una delle cose che gli riesce meglio, assieme alle storie dell’uomo comune emarginato dalla società), riconosce che gran parte dei pezzi incisi da solista non sono granché ma non esclude che possano trovare un pubblico di estimatori, ma rivendica la sua propensione per la musica sperimentale di Cage e Stockhausen, l’avanguardia e il movimento underground che lo portarono a condurre esperimenti sonori (come i loop di Tomorrow Never Knows) da inserire nei dischi tradizionali dei Beatles; addirittura nel 1967, durante le sessioni di registrazione di Penny Lane, incise Carnival Of Lights, brano considerato troppo estremo e destrutturato per il grande pubblico e rimasto per questo inedito. Amante del rock, è stato tra i primi a rendersi conto che questo genere poteva diventare arte e cultura e non solo una moda chiassosa e commerciale; inoltre è sempre stato sensibile anche al prestigio della cultura alta, trovando qualcosa di buono in quasi tutti i generi musicali, anche i più tradizionali o sorpassati (il vaudeville suonato da suo padre, per esempio). È di Paul l’idea di creare per Sgt. Pepper degli alter ego per i Beatles, che deriva dalla volontà di essere un’altra band, inventata e imprevedibile, da mandare in tour al posto della band vera e capace di far emergere la creatività invece di soddisfare i desideri del marketing; allo stesso modo avvertiva il desiderio di cambiare e destrutturare le regole stabilite della forma canzone, come nel caso di Hey Jude allungata nel finale per andare nella direzione di Bob Dylan la cui Like A Rolling Stone durava sei minuti e mezzo («Cominciavi ad abbattere i confini, a mettere in discussione vecchie regole»), in un panorama globale che attraverso la musica parlava un’unica lingua. Tutto questo fa di McCartney un personaggio contradittorio, conservatore per temperamento, liberal tollerante per convinzione e radicale per curiosità artistica, ma forse proprio questa contraddizione ad averlo reso quello che è, come scrive Du Noyer scrive: «Forse Paul è stato la perfetta incarnazione di quegli adolescenti ribelli che furono il tipico prodotto della sua generazione. Ma nel profondo non è mai stato un iconoclasta. Questa contraddizione è rimasta in tutta la sua musica, ed è la causa del disprezzo di certi critici per la sua produzione. In realtà, è una chiave della sua grandezza». Ovviamente il pezzo forte del libro, quello che tutti vogliono leggere, è la parentesi beatlesiana con tutti gli aneddoti connessi (spassoso quello di quando i quattro Beatles, portati da Brian Epstein a provare i vestiti per la loro prima apparizione televisiva, si tolsero gli stivaletti causando un odore così tremendo che fu necessario sottoporre a fumigazione il negozio), soprattutto per la magia che solo McCartney riesce a evocare: un esempio per tutti, il suo modo positivo e solare di ricordare la beatlesmania (le urla, gli svenimenti, la scorta della polizia), molto differente della visione più cupa di George Harrison o dei racconti sensazionalistici di John Lennon. C’è poi spazio per i litigi sull’assunzione di Allen Klein come manager, le registrazioni di Let It Be che misero a nudo le crepe nelle fondamenta del gruppo, il periodo con gli Wings (“le celeberrime porcate con le ali”, come ho trovato scritto genialmente su un sito), oggetti di critiche globali al punto da generare qualche dubbio anche nello stesso Paul («Abbiamo vissuto nella paranoia, tutti quegli anni, convinti che quel che stavamo facendo non andasse bene. Davamo ascolto ai critici. Non abbiamo mai pensato di valere qualcosa, ed è un peccato, perché c’era del buono in quel che facevamo»), periodo durante il quale il nostro aveva paura a eseguire i pezzi dei Beatles dal vivo («Pensavo: non posso restare ancorato al mio passato»). Paul parla anche del prosieguo della sua carriera solista (quando, con il passare degli anni, nell’immaginario britannico, cominciò a trasformarsi «da rock star in una combinazione tra un vecchio statista e uno zio bonario», una specie di contraltare della regina Elisabetta che ha visto passare tutti i primi ministri britannici da Winston Churchill in poi), delle sue collaborazioni (famose quelle con Michael Jackson e Stevie Wonder), della sua attività di produttore, del processo creativo delle sue canzoni (spesso nate come singoli spezzoni) e della sua predilezione per le linee discendenti («Se mai deciderai di scrivere una canzone di successo, non vergognarti, scegli una linea di basso discendente. Lo consiglio a tutti, funziona sempre»). Quindi, ancora, racconta i tentativi di cimentarsi con il cinema (ricordiamo che i Beatles recitarono in alcuni film e ne produssero altri) e la musica classica (Liverpool Oratorio), la vita on the road, la passione per i concerti dal vivo, il suo sodalizio di vita e d’arte con l’incompresa Linda (fondamentale per gran parte delle composizioni di McCartney e per le armonizzazioni vocali dei suoi dischi), il rapporto di stima e amicizia con John (mantenuto anche quando Lennon lo attaccava con la velenosa How Do You Sleep? e McCartney gli rispondeva con la conciliante Dear Friend): se c’è una cosa su cui Paul è chiaro è che nessuno può dire di sapere come andavano le cose tra i due, complementari al punto da continuare a cercarsi e pungolarsi a vicenda, fino alla fine. E, anche se John è diventato un mito soprattutto per la fine violenta che ha fatto, Paul, con i suoi capelli tinti, le sue rughe e il suo basso a violino, resterà sempre il mio preferito.

Nessun commento:

Posta un commento