mercoledì 2 novembre 2016

Philip Roth - Pastorale americana

Non ho visto il film Pastorale americana che è da poco uscito al cinema, ma devo dire di ammirare Ewan McGregor. Il suo film sarà anche una delusione, come molti hanno detto, ma apprezzo il coraggio di un attore che esordisce alla regia con un film tratto da uno dei più importanti romanzi americani della seconda metà del Novecento, vincitore del premio Pulitzer nel 1997 e autentico cult. McGregor dev’essere un pazzo incosciente, perché portare sullo schermo la complessità di Pastorale americana richiede un alto tasso di follia. Ma soprattutto gli devo dire grazie, perché è riuscito a farmi scoprire un libro che altrimenti difficilmente avrei preso in considerazione (ce l’avevo in casa, preso abbinato a Repubblica, e l’avevo sempre ignorato). È bene chiarire subito che non si tratta di una lettura facile, né per la tematica affrontata né per la struttura. Pastorale americana di Philip Roth è l’analisi di come l’irrazionale piombi nella vita dell’uomo comune e la distrugga, suonando allo stesso tempo come un destino ineluttabile per ogni essere umano e un amaro e disilluso atto d’accusa nei confronti dell’America, che non si è accorta di aver covato al suo interno i germi del disagio che l’avrebbero condotta alla fine. L’eroe di questa vicenda è Seymour Levov, detto lo Svedese, ebreo di Newark (New Jersey), biondo, figlio di una famiglia benestante che possiede una fabbrica di guanti, campione sportivo e idolatrato da tutta la comunità ebraica della zona che, negli anni Quaranta, proietta su di lui tutte le proprie speranze: eredita l’azienda di famiglia, ha una posizione rispettabile e si sposa con un’irlandese cattolica ex reginetta di bellezza, Dawn. Un ebreo che sposa una non ebrea, evento che potrebbe sembrare un’ulteriore emancipazione e affermazione sociale, ma che in realtà è una mera illusione. La sua è una vita ordinaria, e quindi perfetta, fatta di ordine, famiglia, dedizione e lavoro, in linea con l’American Dream («La vita di Levov lo Svedese, per quanto ne sapevo io, era stata molto semplice e molto comune, e perciò bellissima, perfettamente in linea con i valori dell’America»). Dal matrimonio nasce una figlia, Merry, che all’inizio denota un difetto fisico (è balbuziente), poi inizia a frequentare persone contrarie alla guerra in Vietnam e viene coinvolta al punto da diventare una terrorista, arrivando a commettere un attentato dinamitardo vicino all’ufficio postale in cui muore una persona, e quindi si dà alla macchia. Questo evento spalanca un vuoto, sgretola la famiglia e manda all’aria l’intera “pastorale americana”: lo Svedese vorrebbe capire come dalla perfetta armonia della sua vita si sia potuti passare a questo, passa in rassegna i suoi gesti, cerca le cause razionali di qualcosa che razionale non è, si dibatte senza riuscire a capire («Non aveva mai potuto sradicare la cosa inaspettata. La cosa inaspettata lo attendeva lì, invisibile, maturando col passare degli anni, pronta a esplodere, un millimetro dietro ogni altra cosa»). Quando ritrova la figlia, scopre che è divenuta una giainista, vive nell’indigenza e nella sporcizia, ha subito degli abusi fisici ma è serena e addirittura è guarita dalla balbuzie. La supplica di rivelargli che cosa le è mancato, l’origine della sua rabbia, ma non ottiene risposta. Alla fine l’evento rivela i risvolti oscuri di molte esistenze (tutti sono bugiardi, opportunisti, malati, pieni di segreti e miserie nascoste), in un quadro desolante privo di verità e di speranza, come se la perdizione e la dannazione fossero iscritte nel destino di chiunque. La stessa Dawn, che non ha mai voluto essere conosciuta per la sua bellezza e il suo passato di Miss New Jersey e per questo si è dedicata all’allevamento, in seguito alla tragedia ricorre alla chirurgia plastica (quasi per riprendersi quella bellezza che aveva rifiutato) e incomincia a tradire il marito, tanto che si arriverà al divorzio. La struttura del romanzo è molto complessa e stratificata, procede non in modo lineare ma per blocchi che saltano avanti e indietro nel tempo, e tutto viene rivelato sin da subito (lo svedese è morto, ha divorziato, la sua vita è stata distrutta dall’attentato della figlia). Non a caso, il fulcro della vicenda si colloca molto chiaramente nel periodo di tempo che va dalla presidenza di Lyndon Johnson allo scandalo Watergate (gli anni delle proteste per i diritti civili, il Vietnam, la contestazione), e tutto, prima e dopo, deriva da quello. La storia è genialmente fatta raccontare a Nathan Zuckerman, ebreo che conosce e venera da sempre lo Svedese, che ricostruisce intere esistenze mescolando testimonianze e invenzioni, flusso di coscienza e recriminazioni personali, apre finestre che poi non chiude (chi è Rita Cohen?) e confonde il lettore che non sa più che cosa è vero e cosa è falso, con un linguaggio ora aulico ora crudo. Roth scrive benissimo e per tutta la durata del romanzo si ha la sensazione di trovarsi veramente di fronte a Letteratura con la L maiuscola.

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