domenica 26 novembre 2017

L. Frank Baum, Eric Shanower, Skottie Young - Il meraviglioso Mago di Oz

Per chi conosce solo il film con Judy Garland, Il meraviglioso mago di Oz di Lyan Frank Baum resta un eminente sconosciuto: ottima soluzione per colmare questa lacuna è leggere l’adattamento a fumetti della Marvel a cura di Eric Shanower (testi) e Skottie Young (disegni), di cui ho già parlato QUI anni fa ma che ho riletto ora con l’intenzione di affrontare l’intera saga. Si tratta veramente di un’opera notevole, sia a livello di sceneggiatura che di illustrazioni, che riesce a trasportare il lettore in un altrove coerente e compiuto e lo fa perfino affezionare ai personaggi, a partire dalla piccola Dorothy che viaggia in lungo e in largo per il regno di Oz per tornare in Kansas seguendo il principio per cui «non c’è niente di meglio della propria casa». Si riesce ad amare perfino la Strega dell’Ovest, che possiede un solo occhio, acuto come un cannocchiale, e cammina sempre con un ombrello per paura di venire uccisa dall’acqua, l’unica arma in grado di distruggerla (e trasformarla in una poltiglia fangosa). La lezione di Baum è personale e spiazzante: alla fine Dorothy scopre che le scarpette (d’argento, non rosse come nel film) che ha sempre avuto ai piedi l’avrebbero potuta portare a casa dal giorno stesso del suo arrivo grazie ai loro poteri magici, ma si rende conto che in questo modo non avrebbe potuto aiutare i suoi amici. La stessa logica si vede anche negli altri suoi compagni: lo spaventapasseri non ha il cervello ma è intelligente e dà numerose prove del suo ingegno, in quanto l’intelligenza si forma con l’esperienza («Ogni giorno impari qualcosa di nuovo, no? Solo l’esperienza porta alla conoscenza, e più il tempo passa, più l’esperienza cresce», spiega il Mago); il boscaiolo di stagno non ha un cuore ma mostra comunque i suoi sentimenti e il leone codardo trova il coraggio dentro di sé. Per avere una cosa e per essere se stessi non c’è bisogno di quella cosa specifica, in quanto si riesce comunque a esprimere la propria personalità, e infatti i rimedi che il Mago fornisce per garantire ai nostri quello che chiedo sono solo dei placebo; la stessa soluzione di partire con Dorothy su un pallone aerostatico per ritrovare il Kansas si dimostra fallimentare. Bellissimo e particolare anche l’episodio del paese delle bamboline di porcellana dove tutti vivono nel terrore di andare in pezzi (e sembrano aver ragione, visto che l’arrivo di Dorothy e dei suoi amici porta alla distruzione di una chiesa e alla rottura della zampa di una mucca) e dove l’unico che non ha paura è il clown, che viene considerato dagli altri pazzo perché si è già rotto più volte la testa.

giovedì 23 novembre 2017

Carlos Ruiz Zafón - L'ombra del vento


L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón (di cui ho già parlato esaustivamente QUI) mi aveva folgorato. L’avevo letto in tre giorni e mi aveva spinto a leggere anche gli altri romanzi dello scrittore catalano, che ho amato indiscriminatamente, anche quelli giovanili (pur con tutti i loro limiti) della Trilogia della nebbia. Visto che l’anno scorso è uscito il quarto capitolo della tetralogia del Cimitero dei Libri Dimenticati, Il labirinto degli spiriti, e che dalla lettura del terzo (Il prigioniero del cielo) sono passati cinque anni, mi sono reso conto di non ricordare assolutamente nulla (la vecchiaia e le troppe letture si fanno sentire). Rileggere L’ombra del vento era quindi necessario e, sin dalla presentazione del libraio Gustavo Barceló (che tiene in bocca una pipa spenta, si vanta di essere l’ultimo discendente di lord Byron, ama definirsi “l’ultimo dei romantici” ed è capace di dire cose tipo: «Non esistono lingue morte ma solo cer­velli in letargo»), sono rimasto folgorato. Sembra proprio che dovessi dimenticarmi un capolavoro del genere per innamorarmene di nuovo. Un libro di libri e sui libri, ma assolutamente distante dalla sterile retorica dell’invito alla lettura a tutti i costi (e che sta sortendo l’effetto opposto): d’altra parte, Zafón dice che «la lettura coinvolge mente e cuore, due merci sempre più rare», e nutre un’incrollabile fiducia nella letteratura come specchio della vita («i libri sono specchi in cui troviamo solo ciò che abbiamo dentro di noi»). Qualcuno potrebbe vedere nel sottotesto “meta” un espediente furbo e disonesto (L’ombra del vento è il romanzo che il protagonista trova nel Cimitero dei Libri Dimenticati e che funge da chiave di volta di tutta la sua vicenda), ma si priverebbe della gioia che deriva dal gioco letterario degli incastri, della commistione di generi, della narrativa come puro piacere. E soprattutto si priverebbe della scoperta della letteratura come scoperta dell’amore e del diventare adulti, delusioni sentimentali comprese, e per questo è impossibile non trovarci dentro anche una piccola parte di sé. Oltre che di personaggi fantastici, naturalmente: Fermín è una delle creazioni più felici della letteratura contemporanea.

domenica 19 novembre 2017

Angela Pellicciari - Martin Lutero

Oggi Lutero va molto di moda. Ricorrono i 500 anni della Riforma, Papa Francesco partecipa personalmente alle sue commemorazioni, progressisti ed ecumenisti (spesso con molta superficialità) si lanciano in pubbliche manifestazioni di stima. A raffreddare simili entusiasmi risponde questo potente libretto di Angela Pellicciari, storica militante del Risorgimento e della Chiesa, che analizza la figura dell’ex monaco agostiniano ma soprattutto il suo pensiero, partendo dai suoi scritti, e ne individua le origini storiche nella cattività avignonese (che creò una Chiesa nazionale asservita alla volontà del re di Francia e creò una spaccatura nell’ecumene francese) e nel pensiero di Guglielmo da Ockham (che tolse importanza alla metafisica). È bene precisare che l’autrice non fa una storia del protestantesimo né del luteranesimo, ma si limita a dimostrare le contraddizioni violente e insanabili del pensiero di Lutero, il suo insistere sulla “libertà” e il “libero esame”, il grido di battaglia che sgretola il pensiero teologico, scinde la fede della ragione (sola scriptura!) e sancisce che tutti sono uguali, che il magistero pontificio non ha alcun valore, che non c’è alcun bisogno di vescovi e parroci. Gli stessi ordini religiosi infrangono l’anelito di libertà che tutti abbiamo: come si fa a vincolarsi ai voti di castità, povertà e obbedienza (figuriamoci il matrimonio) per tutta la vita? Chi lo fa è solo un superbo che presume di poter fare scelte valide per sempre, cioè assolute. Siamo di fronte a uno dei passaggi costitutivi della modernità, quello che dalla libertà della volontà porta alla libertà sganciata dalla verità. Contemporaneamente, però, Lutero nega il libero arbitrio, che l’uomo possegga una propria volontà. L’uomo è servo (De servo arbitrio) e la sua vita dipende dalla lotta che Dio e Satana combattono per aggiudicarsi la sua anima. In base al concetto della predestinazione, Dio crea gli uomini per mandarli o all’inferno o al paradiso senza che questi possano minimamente incidere sulla loro sorte. Le opere non contano perché, essendo la volontà schiava, le persone non sono responsabili delle proprie azioni. In nome della libertà, Lutero consegna la vita della Chiesa alla “santa” volontà dei principi tedeschi, investiti non del solo potere temporale ma anche di quello spirituale, appena sottratto al papa, e quindi legittimi padroni delle ricchezze ecclesiastiche: quando i cavalieri e i contadini (cioè il popolo) ne pretenderanno un po’ anche per loro, sarà guerra, benedetta e incoraggiata dall’uomo di Dio, all’origine di un assolutismo allora sconosciuto in Europa, diretto antenato della statolatria moderna che annulla la libertas ecclesiae e la separazione fra Cesare e Dio. La libertà tratteggiata da Lutero si coniuga con l’odio: per la Chiesa di Roma (da lui definita “rossa puttana di Babilonia”), per il papa e per gli ebrei. Nel testo Sugli ebrei e le loro menzogne Lutero auspica la distruzione di tutte le sinagoghe e delle stesse case private degli ebrei. Non desta meraviglia che nel 1936 sia Hitler a ristampare il testo scritto nel 1543 dal padre spirituale della Germania, apostrofato con gli appellativi di Hercules Germanicus e Propheta Germaniae. Quanto al papa e a Roma, il fatto che continuino a esistere nonostante il monaco rivoluzionario li abbia scomunicati con tutte le sue forze è, per Lutero, un’ossessione. Abolito il culto cattolico, distrutte le immagini ritenute idolatriche della devozione a Maria e ai santi, Lutero compone, fa incidere da Lucas Cranach il Vecchio, e diffonde a tappeto, immagini blasfeme (riportate alla fine del libro) su Roma, sui monaci e sul papato, che faranno scuola ai rivoluzionari francesi. Particolarmente ricorrente è l’accusa di ridurre i fedeli a un miserevole stato di semischiavitù costretti a una cieca obbedienza al dettato del Magistero, un cavallo di battaglia particolarmente efficace che trova il suo vertice nelle accuse lanciate da Kant in Che cos’è l’Illuminismo. Il “libero” Lutero traccia la strada che dopo di lui (filosofi, sovrani illuminati, rivoluzionari, massoni) imboccheranno quanti vogliono costruire un mondo a propria immagine e somiglianza, coloro cioè che per definizione sono “liberi”, nel senso che obbediscono solo alla propria ragione, che non di rado coincide con i propri interessi. Senza contare che, da Lutero in poi, sono state scatenate contro la Chiesa cattolica persecuzioni, falsità storiografiche e leggende nere. Non viene detto esplicitamente, ma leggendo il libro si avverte la sensazione che il nazismo molto abbia derivato molto dall’obbedienza cieca al principe che richiedeva Lutero: insomma, da Wittenberg a Norimberga il passo è breve.

mercoledì 18 ottobre 2017

Jo Nesbø - Il pipistrello

Jo Nesbø è uno degli scrittori del momento vista l’uscita di nuovi libri, ristampe dei vecchi e l’arrivo in sala della trasposizione cinematografica del suo L’uomo di neve incentrata sul suo eroe Harry Hole, da me conosciuto solo in occasione della lettura de Il pettirosso. Siccome mi è piaciuto, ho recuperato il primo romanzo della saga, che a dire il vero in Italia è stato pubblicato tardi, Il pipistrello, che non a caso comincia con una citazione del Batman di Frank Miller. Purtroppo, ed è bene dirlo subito, la differenza di qualità rispetto a Il pettirosso (che è il terzo capitolo della serie) si nota, e perfino la struttura è molto più semplice e snella presentandosi lineare e non a sbalzi temporali, limitandosi al punto di vista di Harry. Alcuni elementi sono gli stessi, a cominciare dal suo peculiare personaggio (geniale, fuori dagli schemi, alcolista, problematico, fragile e prigioniero dei fantasmi del passato), ma è come se Nesbø nel corso degli anni abbia dovuto affinare le sue doti di scrittore. Stupisce l’ambientazione, che non è norvegese ma australiana: Harry viene spedito da Oslo a Sydney per collaborare con la polizia locale e fare luce sull’uccisione di una ragazza norvegese ventenne. Da qui il principale motivo di stupore: perché esordire piazzando il proprio protagonista lontano dal suo ambiente naturale, che a rigor di logica dovrebbe essere la Norvegia? Ovviamente, il delitto della ragazza si inserisce all’interno di una scia di sangue più lunga, con il solito misterioso serial killer di ragazze, e Harry Hole (in Australia chiamato Holy) si ritrova a indagare in uno strano vortice di droga, prostituzione, hippie, travestiti e boxe clandestina, fino al finalone-resa dei conti con l’assassino nell’acquario di Sydney. Accanto a lui troviamo l’investigatore locale Andrew Kensington, aborigeno, che offre a Nesbø l’occasione per parlare dell’Australia, della sua strana fauna, delle sue caratteristiche e delle sue contraddizioni (il multiculturalismo, l’apertura mentale, i modi rudi e spicci), ma anche del suo substrato etnico dei nativi, ricreato attraverso la rievocazione di miti e leggende, per lo più incomprensibili sia per Harry Hole sia per il lettore occidentale, come quello di Narahdarn, il pipistrello portatore di morte nel mondo cui allude il titolo.

domenica 15 ottobre 2017

Elizabeth Jane Howard - Il tempo dell'attesa

Non avrei mai pensato che la saga dei Cazalet mi prendesse così tanto. Dopo il primo capitolo, Gli anni della leggerezza, mi sono buttato quasi subito sul secondo, Il tempo dell’attesa, che si apre nel 1939 e arriva al 1941, catapultandoci quindi in piena Seconda Guerra Mondiale, quando le persone cercavano di andare avanti nella paura dei bombardamenti, nel razionamento dei generi di prima necessità e nella paura per la vita dei propri cari al fronte. Visto il periodo di riferimento, rispetto al primo capitolo questa volta ci sono più avvenimenti, anche dolorosi, e la trama si concentra soprattutto sulle tre cugine Louise, Polly e Clary, che ormai sono cresciute e presentate senza moralismi o didascalismi, dai loro punti di vista: Louise tenta di realizzare il sogno di diventare attrice, ottiene il permesso di iscriversi a un corso a Londra, vuole emanciparsi, compra un paio di pantaloni e affronta con tutta la sua inesperienza le prime esperienze amorose; Polly non ha ancora deciso cosa fare nella vita, soffre la reclusione domestica, si sente troppo giovane o troppo vecchia per qualsiasi cosa; Clary si separa con dolore dal padre, arruolatosi in marina, e promette di prendersi cura della giovane matrigna Zoë; vorrebbe fare la scrittrice e, dopo la mancanza di ispirazione iniziale, si mette a scrivere lettere al padre, disperso in guerra, rifiutandosi di accettarne la morte, ed è proprio la sua scrittura in prima persona a irrompere nel romanzo. La Howard è eccezionale nel legare il periodo incerto dell’adolescenza alla sospensione dovuta alla guerra e al passaggio generazionale (in questo senso il titolo Il tempo dell’attesa è perfetto), e nelle tre giovani riversa parte del suo vissuto autobiografico, come spiega Hilary Mantel nella sua postfazione, anche se Louise è quella che maggiormente ricalca la sua storia. La narrazione, come sempre, è piena di dettagli ed è attentissima alla voce dei personaggi, tra il detto e il non detto, strumento che permette alla Howard di indagare gli stati d’animo e di insistere sull’incomunicabilità che contraddistingue tutti i membri della famiglia: questi infatti non parlano mai dei fatti che stanno vivendo ma si perdono dietro ad altre cose, in disquisizioni inutili e in dimostrazioni di affettazione (Hugh e Sybil che sanno entrambi del tumore di lei ma non ne parlano mai), prigionieri di un perbenismo che ha del fastidioso e che viene avvertito come incomprensibile e ipocrita dall’ultima generazione («In questa famiglia non c’è verso di parlare delle cose brutte. Io invece credo che bisognerebbe parlarne proprio perché sono brutte. Ma se chiedi a uno di loro non arrivi da nessuna parte», nota Polly). Sin dall’inizio, dove troviamo Villy, la moglie del fedifrago (e odioso) Edward, che ha appena avuto un figlio, e Zoë, la moglie fedifraga di Rupert, che ne ha appena perso uno, vediamo la perfezione della Howard nell’intrecciare le trame personali dei personaggi e la loro quotidianità, senza mai perdere l’interesse per le descrizioni di cibi e vestiti, sua autentica cifra stilistica che potrebbe però far storcere il naso a qualcuno non avvezzo a questo tipo di narrazione prevalentemente femminile. Bisogna però chiarire che tutti i personaggi sono vivi e interessanti, da Rachel che vive il suo complicato amore omosessuale per Syd ad Angela che ha una drammatica relazione con un uomo sposato, da Diana che resta incinta di Edward alle anziane sorelle della Duchessa che continuano a vivere come se il mondo si sia fermato. Per non parlare di Archie, amico di Rupert innamorato senza speranza di sua sorella Rachel ancora dopo aver ricevuto una delusione anni prima («non soffriva più per lei, passavano giorni in cui non le rivolgeva nemmeno un pensiero, solo che, quelle poche volte che era stato sul punto di innamorarsi di altre persone, il suo ricordo sopraggiungeva sempre a farlo desistere»). È da queste brevi note psicologiche che si nota la finezza e la profondità della scrittura di Elizabeth Jane Howard, autrice che si merita tutto il successo (postumo) che sta riscontrando anche nel nostro Paese.

martedì 10 ottobre 2017

Carlton Mellick III - Apeshit - Pazzi furiosi

Non avevo mai affrontato un racconto di Carlton Mellick III, re della bizzarro fiction, genere «qualche volta surreale, qualche volta avant-garde, qualche volta sciocco, qualche volta sanguinario, qualche volta al limite della pornografia e sempre fuori di testa» (dall’introduzione di Chiara Gamberetta). Non sapevo neanche cosa aspettarmi, ma ho dato credito alla collana Vaporteppa, di cui avevo già letto Gli dei di Mosca di Michael Swanwick e che mi era piaciuto moltissimo; nel caso di Apeshit – Pazzi furiosi siamo in un altro territorio, assolutamente spiazzante. Ci pensa lo stesso Mellick a presentare il suo racconto, omaggio dichiarato ai film horror a basso budget (e più volte nel testo ci sono riferimento “meta” al genere). Sentite un po’ cosa dice nella sua nota introduttiva al testo: «Il mio cliché preferito è quello del gruppo di adolescenti in un bosco che vengono uccisi uno alla volta per un motivo o per l’altro. Volevo fare una cosa del genere, ma con un piccolo colpo di scena. Sai, come quando si scopre che il killer sovrannaturale nella foresta non muore perché invece degli organi interni ha un mucchio di würstel fritti, e l’unico modo per ucciderlo è mangiarli tutti, ma nessuno dei personaggi ha molta fame perché hanno appena mangiato dei sandwich, così devono tornare in città e trovare qualche ciccione che possa mangiare würstel fritti al posto loro. Ovviamente non sarà semplice come sembra, perché il killer ha questo strano taglio di capelli che sembra un mullet, ma che è anche una sega elettrica. Cioè un Chainsaw Mullet, che sarebbe anche il titolo del film, e l’arma con cui tutti i personaggi verrebbero uccisi in modo orribile ma interessante». E questa è solo un’idea alla quale non è stato dato seguito, giusto per dire quanto Mellick ci sta con la testa. Il nostro riprende lo stereotipo dei liceali americani, vittime designate di ogni horror che si rispetti, che partono per spassarsela in un weekend a base di alcol e sesso in una casa nel bosco che è stata ereditata da uno di loro. Lungo la strada, la prima stranezza: i nostri si imbattono in una lunga striscia di carcasse di animali, fenomeno incomprensibile che però è fondamentale (e anche il meno bizzarro!) per capire il prosieguo della storia, visto che il mistero del bosco dipende del tutto da esso. Anche la struttura narrativa è ricavata da un film di genere, con l’obiettivo che cambia da personaggio a personaggio, e così impariamo a conoscere i ragazziDesdemona, completamente tatuata di farfalle, ha la cresta colorata e si vuole sposare con due ragazzi che, oltre a stare con lei, sono anche amanti tra di loro, Kevin e Rick; quest’ultimo si è fatto addirittura l’operazione per avere una vagina al posto del pene («Questo è quello che sono davvero. Dentro di me, sono sempre stato un uomo con la vagina»). La sua amica Crystal, cheerleader, si eccita vedendo foto di asiatiche nude che stanno abortendo e si masturba con un dildo a forma di braccio di neonato. Un’altra, Stephanie, è abusata sessualmente dal fratello che l’ha messa incinta e che la obbliga a fellatio con l’aggiunta di formiche; inoltre nasconde un segreto, quello di essere una delle tre donne nate con la vagina dentata in tutti gli Stati Uniti, ma deve aspettare i 18 anni per rimuoverli chirurgicamente (perché la madre, cristiana evangelica e quindi fanatica, le dice: «Dio ti ha fatto in questo modo per un motivo»). Insomma, è una follia totale, soprattutto se consideriamo la storia del killer psicopatico con le mani di aragosta e le braccia e le gambe del feto abortito di suo fratello siamese che gli spuntano dalla testa con un’altra piccola testa sopra. A parte la propensione a porsi nei confronti del sesso con la stessa naturalezza con cui affrontano i loro movimenti intestinali, i personaggi sono comunque attraversati anche da problemi più umani, come le gelosie tra amici, il restare incinte, l’essere sieropositivi, i problemi con i genitori che sono sordi ai problemi dei figli o li obbligano a esperienze traumatiche per imparare a non avere paura. In breve la trama deflagra e Mellick abbonda di particolari splatter e gore a base di mostri deformi, mutilazioni, impalamenti, sevizie e budella arrotolate, con una scrittura semplice e diretta, senza fronzoli ma tanto sangue, e l’azzeramento della distanza che separa uomini e mostri. Il bizzarro non è fine a se stesso ma è sempre funzionale e coerente all’interno della storia e dell’universo di riferimento, come tra l’altro spiega la fantastica introduzione alla bizzarro fiction di Chiara Gamberetta che presenta questo genere in maniera seria e competente e ne rivendica la dignità: gli autori di bizzarro non vogliono fare avanguardia o filosofia sostenendo chissà quali astrusi significati, magari collegati ai problemi che affliggono il mondo oggi, ma raccontare delle storie in modo diverso e originale. Non è roba per tutti, comunque, quindi attenzione!

Howard PhilIips Lovecraft, I.N.J. Culbard - Il caso di Charles Dexter Ward

Che la terza sia la volta buona? Dopo le delusioni degli adattamenti de L’orrore di Dunwich (contenuto in Lovecraft Antologia) e Le montagne della follia, Culbard ci riprova con uno dei racconti lunghi più complessi di Lovecraft, Il caso di Charles Dexter Ward, e le cose vanno decisamente meglio. Il suo stile è sempre quello, con personaggi caricaturali e marcati che danno l’impressione di leggere più Tintin che un’opera del Solitario di Providence, ma bisogna notare degli indiscutibili progressi, anche perché questa volta non ci sono i Grandi Antichi resi come dei pupazzetti. La trama è imperniata sulla vicenda del giovane Charles Dexter Ward, studioso di scienze e antichità, appartenente a un’agiata famiglia del Rhode Island, che si imbatte nella figura di Joseph Curven, suo antenato dall’oscura fama di stregone e negromante, che ha cercato, attraverso una rete di collaboratori e trafugatori di cadaveri, di richiamare misteriose e terribili potenze dai recessi del cosmo; ossessionato da Curven, Charles si chiude nel suo laboratorio, pratica le arti oscure e giunge alla soglia della pazzia fino a essere internato in un istituto, da dove scompare misteriosamente. Nel racconto sono presenti molte delle tematiche di Lovecraft: la storia e la cultura del New England nel XVIII secolo, la passione per le ricerche antiquarie, la malattia mentale, la lettura di tomi proibiti come il Necronomicon che veicolano saperi proibiti, i miti di Cthulhu (che qui vedono nascere Yog-Sothoth). Come detto nella prefazione, Lovecraft «radica la narrazione fantastica e morbosa nella realtà familiare, rendendo l’orrore ancora più terribile» e aprendo la strada all’orrore cosmico («attorno a noi esistono forze malvagie che trascinano il nostro mondo e la nostra comprensione, ai cui occhi non abbiamo nessuna importanza»). Articolata come un lungo flashback, la narrazione di Culbard cerca di risultare il più lineare possibile, cercando al tempo stesso di rispettare la complessità documentale del racconto di Lovecraft (che utilizza la forma del carteggio e degli stralci di giornale, in ossequio al canone vittoriano della narrazione indiretta) e utilizzando le sue stesse parole (sarebbe impossibile fare altrimenti), ma sintetizzando e rendendo più chiare molte parti o degli snodi fondamentali. Laddove la vicenda guadagna in comprensibilità, purtroppo perde in fascinazione, perché è vero che Lovecraft è molto spesso complicatissimo e confusionario, ma molto del suo fascino sta proprio nel suo stile. Culbard conferisce maggiore centralità e spirito d’azione al dottor Willett, narratore e medico della famiglia Ward, l’ultimo ad aver incontrato il paziente scomparso, e lo rende vero protagonista dell’indagine. Ottimo il finale, in cui viene lasciata al lettore la sensazione di una missione per preservare l’intera Terra dall’orrore cosmico.