sabato 28 gennaio 2017

J.R.R. Tolkien - La reincarnazione degli elfi e altri scritti

Davvero ottimo questo libretto pubblicato dalla sempre meritoria Marietti per la collana Tolkien e dintorni e dedicato a un tema poco conosciuto e affrontato come la reincarnazione degli elfi nell’opera tolkieniana. Si tratta di una raccolta di brevi testi filosofici sull’argomento dello stesso Tolkien a opera di Claudio Antonio Testi (già autore del formidabile Santi pagani nella Terra di Mezzo) e Roberto Arduini, con un lungo saggio di Michaël Devaux uscito sulla rivista francese di studi tolkieniani “La Feuille de la Compagnie”, completissimo per l’analisi che offre sul tema e per la rivelazione delle connessioni, forse inconsce, al pensiero di Leibniz (il principio dell’identità degli indiscernibili). Personalmente sono sempre stato una capra in filosofia, disciplina che mi ha offerto pochissimo in termini di attrattiva e soddisfazione: devo però dire che l’argomento qui trattato è veramente particolare e interessante, sebbene destinato obbligatoriamente ai die hard fans di Tolkien. Nella concezione tolkieniana l’uomo è un misto di hrôa (corpo) e fëa (anima razionale): l’individualità di una persona risiede nel fëa, e solo un fëa può essere una persona. Nel caso degli elfi, essi hanno un fëa eternamente legata al mondo, quindi quando muoiono in qualche modo ritornano nel mondo perché non possono starci lontano: inizialmente (fino agli anni Cinquanta, nel pensiero di Tolkien) venivano vegliati da Mandos (il Vala della morte e del destino) e il loro fëa si reincarnavano nei figli e mantenevano memoria di chi erano stati. Poi Tolkien cambiò idea e disse che, dopo il permesso di Mandos di tornare, i Valar (sub-creatori sotto Eru, l’Unico Dio) erano incaricati di ricostruire il corpo dell’elfo che ritorna (e il fëa collaborava rivelando la propria memoria). Insomma si passa da una resurrezione per rinascita a una resurrezione per ricostituzione. Non è mai però una resurrezione in senso cristiano: infatti nella resurrezione dei morti l’uomo si riprende esattamente il proprio corpo, mentre nella ricostituzione del corpo da parte dei Valar il corpo dell’elfo è materialmente diverso. È bene chiarire che tutto questo riguarda unicamente gli elfi, non gli uomini, ma il tema della reincarnazione degli elfi è un elemento costante in Tolkien e portante nel suo Legendarium, perché gli permette di tematizzare come nessun altro il tema fondamentale della morte e dell’immortalità. Un libro da leggere per accorgersi di come Tolkien, da cattolico, non fosse interessato a creare una mitologia confessionale ma a creare un mondo secondario perfettamente credibile e coerente con la sua narrazione.

venerdì 27 gennaio 2017

Stefania Carini - I misteri de Les Revenants

Amo molto i libri che approfondiscono le serie televisive e, se li producessero regolarmente, ne leggerei molti di più. Ho quindi apprezzato moltissimo questo volume di Stefania Carini dedicato a Les Revenants, serie francese creata da Fabrice Gobert e sceneggiata insieme a Emmanuel Carrère capace di riscuotere un forte consenso internazionale, un «mystery all’europea realistico e intimista» che affronta tematiche come il lutto, la famiglia, le dicotomie amore-morte e fede-ragione: insomma il consiglio ideale per tutti quelli che pensano che il genere fantasy sia una “ragazzata” non in grado di affrontare tematiche spinose e non sanno che oggi «la tv è diventata adulta, capace di gareggiare in prestigio con il cinema». Lo stesso fantasy è in questo caso un macrogenere nel quale si inseriscono tracce di altri filoni legati alle vicende dei singoli personaggi (il family drama, il thriller, il teen drama, il melò): a fare da vero filo conduttore è però la figura del revenant, colui che torna dalla morte, ennesima declinazione, come sottolinea Aldo Grasso nella prefazione, «di quell’ideale archetipico che rispecchia il nostro bisogno, la necessità profondamente umana, di credere nella reversibilità dei processi naturali per scongiurare il terrore dell’inevitabile […] e offre il pretesto di esplorare la frontiera dell’ignoto, dove si celano le nostre paure più antiche e le angosce più profonde». Non si tratta però dell’ennesima riproposta degli zombie: sempre per Grasso, «i morti che tornano in vita non fanno altro che lacerare o rammendare le esistenze di chi è rimasto. La straordinarietà della situazione nasce proprio dall’eccesso di realismo, dalle minuzie, dai dettagli, dalle introspezioni con cui viene raccontata la storia. Come se la morte non fosse altro che l’incontro spietato con se stessi. Come se i morti non fossero altro che vivi, appartati in qualche recesso, per minare le nostre certezze». Non a caso l’immagine simbolo della serie è quella iniziale della teca entomologica che va in frantumi e della farfalla che prende il volo, metafora dei morti che riemergono con violenza, rifiutandosi di restare congelati nel ricordo dei vivi: «Il tempo cristallizzato dei defunti si scontra con il tempo vissuto dai vivi: i primi non percepiscono il cambiamento e vogliono la loro vita indietro, i secondi non sono riusciti a dimenticare eppure sono cambiati, e non riescono ad accettare che tutto torni come prima». I morti sono «personaggi pieni di vita: affamati, assetati, instancabili. Sono più vivi dei vivi, e costringono questi ultimi a mettere in discussione il mondo in cui hanno vissuto fino a quel momento, tra apatia e smarrimento». Si contrappongono alla negazione della vita di quelli che sono rimasti, i quali «hanno cessato a un certo punto di vivere a causa di un lutto, conducendo un’esistenza che non è mai più stata piena». Così, «chi torna dall’aldilà desidera riavere la vita di prima, ma si trova imprigionato in un passato che non esiste più. […] Così i non morti reagiscono con violenza e rabbia perché si sentono traditi, perché vengono esclusi dalla nuova realtà, perché appaiono agli altri come un incubo. I vivi invece reagiscono con senso di colpa perché hanno qualcosa da farsi perdonare nel passato, perché hanno cercato di andare avanti con la loro vita, perché non sanno accettare il miracolo che hanno di fronte». Per questo la serie si conclude con una sostanziale sfiducia nella possibile coesistenza tra vivi e ritornati (il finale che vede l’orda dei morti assediare i vivi reclamando gli altri ritornati), ma non per questo i due universi non si possono dialogare, anzi. La Carini riporta interviste con i creatori, racconta i segreti della produzione, analizza nel dettaglio ogni singolo episodio e personaggio, e così facendo indaga connessioni, rimandi e parallelismi, enucleando i temi fondamentali della serie, primo fra tutti quello del doppio, caro al genere fantastico e ben esemplificato dalla coppia delle due gemelle Camille e Léna, sconvolte dalla morte e poi dal ritorno di una delle due; molti altri sono però gli specchiamenti, le sovrapposizioni e gli sdoppiamenti tra i vari personaggi, quasi a suggerire che tutti questi riescono ad aprirsi dalla loro dimensione individuale solo quando trovano un “altro” a loro simile o affine. È interessante notare il rapporto tra in singolo e la coralità: non esiste una comunità compatta, o meglio la comunità è coesa solo in apparenza. In realtà le persone sono distanti e legate solo dal lutto. C’è un senso di distacco e solitudine, di autoesclusione e di chiusura verso l’altro, e ognuno vaga da solo per valli, tornanti, bar, boschi e poi si richiude in casa: «Solo alla fine prevale un senso di comunità, ma più per disperazione e paura che per altro». La stessa città, priva di nome e di segni di riferimento, nascosta, isolata, difficilmente raggiungibile dall’esterno, è un vero e proprio non-luogo che vive sospeso tra quotidiano e soprannaturale, specchio dei personaggi, tanto dei vivi quanto dei morti: e come gli altri personaggi, anch’essa ha un doppio in cui specchiarsi, vale a dire il borgo cancellato dall’incidente alla diga 35 anni prima. Moltissimi sono i rimandi e le fonti di ispirazione: Twin Peaks (la cittadina di montagna vero e proprio non-luogo, il male, il doppio), The Walking Dead (i morti che ritornano, la società che si rimodella, i vivi che diventano a loro volta morti che camminano), Lost (il rapporto singolo-comunità, la struttura narrativa a flashback). La capacità di Les Revenants è però quella di aver saputo creare qualcosa di originale in un crescendo di domande e misteri che non trovano risposta, primo perché «il mistero deve rimanere tale almeno in parte» (lasciando aperta la strada a una seconda stagione, che infatti c’è stata), secondo perché «l’importante è perdersi nel gioco narrativo». Anzi, come confessato dagli stessi autori, le domande sono più importanti delle risposte, e sono la ragione che più ci spinge a continuare a guardare serie come questa. Esattamente il contrario delle fiction della Rai.

martedì 24 gennaio 2017

Cormac McCarthy - La strada

L’apocalisse è alle porte? Potrebbe comunque non essere la fine, ma dare origine a qualcosa di peggio. È quello che immagina Cormac McCarthy in questo La strada, acclamato e celebrato romanzo vincitore del Premio Pulitzer 2007, ambientato in un futuro in cui un non precisato cataclisma ha cancellato la società e il mondo è devastato dal freddo e dalla fame, depredato da cannibali violenti: tutto è ricoperto dalla cenere, il cielo è perennemente plumbeo, gli animali sono scomparsi. Racconta la storia del legame di un uomo con il figlio di dieci anni (entrambi senza nome, vere e proprie figure archetipiche), i quali attraversano a piedi l’America del Nord verso il Sud, in cerca di una meta ignota ma che comunica un po’ di speranza (come la frase «Noi portiamo il fuoco» che il padre continua a ripetere al figlio). Purtroppo il cataclisma non ha portato con sé alcuna rivelazione salvifica, anzi, è privo di qualsiasi senso o significato («Non c’è nessun Dio e noi siamo i suoi profeti», dice uno dei sopravvissuti). La madre del bambino se ne è andata, cedendo alla disperazione, ma è solo un accenno; il figlio non ricorda il mondo precedente alla catastrofe e il padre deve spiegargli, attraverso brevi frammenti, il significato di parole che non ne hanno più («Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso. Capisci? E tu non ti puoi arrendere. Io non te lo permetterò»). I due vagano in cerca di cibo, portando con sé un carrello della spesa contenente i loro propri averi, e soprattutto una pistola con due proiettili. La trama è tutta qui, un vagare disperato nella terra desolata, con il padre preoccupato e il figlio generoso, fino a un apparente happy ending che riafferma la volontà di tenere saldi i valori di umanità a cui il padre si è costantemente ispirato. Purtroppo non ho un figlio e quindi non ho potuto ritrovare nella narrazione di McCarthy il senso della paternità, ma posso immaginare che sia il classico valore aggiunto a un romanzo che, per quanto breve, è profondo e destabilizzante già di suo. La struttura è peculiare: non c’è divisione in capitoli ma in brevi paragrafi e la narrazione mescola discorso diretto e indiretto, senza virgolette. Lo stile è scarno ed essenziale, in contrasto con le ricchissime descrizioni della natura, cosa che fa del viaggio un racconto onirico e quasi metafisico.

lunedì 23 gennaio 2017

Alexandre Dumas - Attacco alla Convenzione. I Bianchi e i Blu - Parte II

Ed eccoci alla seconda parte de I Bianchi e i Blu di Dumas ripubblicata da Gondolin, staccata temporalmente dalla prima parte L’Armata del Reno in quanto ambientata in quella che è conosciuta come “reazione termidoriana” dopo la caduta di Robespierre e immediatamente precedente all’istituzione del Direttorio. La vicenda è incentrata sull’assalto alla Convenzione nazionale nell’ottobre del 1795 da parte delle sezioni di Parigi che si erano rifiutate di approvare il decreto dei due terzi che prevedeva che i due terzi dei futuri deputati dovessero appartenere alla dissolta Convenzione: sarà Napoleone (su incarico del deputato Barras) a salvare le sorti della Repubblica, sgominando i rivoltosi e incominciando la sua inesorabile ascesa. Questa volta Dumas non si sofferma sulla descrizione della vita militare come nell’Armata del Reno ma tiene l’obiettivo puntato sulla capitale, ci introduce nel salotto di Madame de Staël, racconta gli eccessi rivoluzionari, fa il panegirico della Convenzione capace di difendere il Paese dall’aggressione esterna e resistere ai diversi estremismi interni, e allo stesso tempo mette in scena la ragioni degli altri, i legittimisti (scioani e compagni di Jehu), in qualche modo celebrandoli. Il Terrore è passato e la società parigina vede affermarsi nuove tipologie sociali, gli incredibili e le meravigliose, giovani seguaci di un lusso ostentato e stravagante: i primi (chi ha letto L’armata dei sonnambuli dei Wu Ming ha già avuto modo di incontrarli) si lasciano crescere lunghe trecce alla maniera aristocratica ed esibiscono affettazione nei modi e nella parlata (si rifiutano di usare il tu rivoluzionario e la erre di rivoluzione); le seconde sono vestite con tuniche provenienti dall’antichità pagana. Proprio a queste due categorie appartengono due dei personaggi, Coster de Saint-Victor e Aurélie de Saint-Amour, con il primo capace, nella stessa sera, di dare origine a una sollevazione e di rubare amante e cena a Barras. Nel finale, memorabile la scena in cui Napoleone e Joséphine de Beauharnais si recano individualmente, entrambi sotto mentite spoglie, dall’indovina che li smaschera e predice loro il futuro.

lunedì 16 gennaio 2017

Seth Patrick - Les Revenants. Quando ritornano

I morti che ritornano: idea per niente nuova ma sempre in voga, si pensi al filone zombie recentemente tornato alla ribalta con The Walking Dead. L’idea (declinata in maniera molto originale) è alla base anche della fortunatissima serie televisiva francese Les Revenants, pluripremiata nel mondo e capace di conquistare anche un signore di nome Stephen King: in un paesino di montagna in Francia, alcune persone tornano misteriosamente in vita. Non si tratta però di zombie: le persone ritornate dall’aldilà conservano la stessa età e l’aspetto di quando sono scomparse, hanno sempre fame e non dormono mai. I morti non ricordano come sono scomparsi, sono convinti di essere ancora vive e pensano di vivere come hanno sempre vissuto, in mezzo ai loro cari. C’è Camille, una delle vittime della tragedia che quattro anni prima ha colpito il pullman con a bordo una scolaresca di ragazzini in gita scolastica (un lutto che ha segnato indelebilmente l’intera comunità): sua sorella gemella Léna, che era identica a lei, è cresciuta e forse le ha rubato l’amore della sua vita. C’è poi Simon, un controverso e problematico giovane scomparso dieci anni prima il giorno del suo matrimonio con Adèle, che nel frattempo sta per sposarsi con un nuovo compagno: il suo amore è una vera e propria ossessione, che in breve sfocia in persecuzione. Quindi troviamo Victor, un bambino ucciso trent’anni prima che non si mette a cercare nessuno dei suoi parenti ma accetta di essere “adottato” dall’infermiera Julie. Infine, c’è Serge, un serial killer che sette anni prima ha tentato di pugnalare e divorare proprio Julie ed è morto ucciso da suo fratello. Il tutto mentre l’acqua nella diga del paese continua a scendere, facendo riaffiorare il vecchio insediamento che è stato sommerso. La serie, attraverso il fantastico e il mystery, affronta temi importanti come l’elaborazione del lutto, le ferite aperte, il senso di colpa, il perdono, la vendetta, l’amore, la fede. Soprattutto, lo fa in maniera raffinata ma senza intellettualismi, attenta a conservare un linguaggio popolare (che non significa banale). Il ritorno dei morti genera sconcerto e sconvolgimento nella quotidianità dei vivi e dimostra la sostanziale incompatibilità tra i due universi: non sempre la persona cara che ritorna risolve le sofferenze, anzi ne crea di nuove e finisce per essere considerato un mostro, oppure mette di fronte i vivi di fronte ai loro fantasmi e alle loro colpe. Veniamo quindi al libro: che cos’è? Non è la storia che ha alimentato la fiction, bensì il romanzo tratto dalla fiction stessa. Immagino che la cosa disgusti i più perché di solito è una serie televisiva a essere tratta da un romanzo, ma ormai si sa che le cose vanno così e non è necessariamente un male. Seth Patrick scrive bene e, sebbene riprenda dialoghi e situazioni della fiction, sviluppa alcuni spunti e personaggi in maniera differente, anticipando o posponendo alcuni dialoghi, ricordi e rivelazioni, e aiuta a comprendere meglio le dinamiche alla base della vicenda (e dà molto più spazio ad Anton, il tecnico della diga). È forse la prova che le fiction televisive oggi sono diventate la vera narrativa, capaci di incidere e raccontare il nostro tempo più e meglio dei romanzi.

lunedì 2 gennaio 2017

Joe Abercrombie - Il richiamo delle spade

Grimdark fantasy: un fantasy realistico e crudo, adulto, con protagonisti lerci e cinici, lontano dalle scempiaggini tolkieniane con elfi e nani, perché oggi con Il trono di spade ci siamo evoluti, non siamo più nel 1955. Non ci servono più gli eroi, ci accontentiamo degli antieroi: la vita è dura, il mondo fa schifo, quindi ben vengano il turpiloquio e la violenza. Manifesto ideale di questo filone (che conta numerosi seguaci) è questo volumazzo di oltre 650 pagine dell’inglese Joe Abercrombie, Il richiamo delle spade, primo ipervitaminizzato capitolo della trilogia La prima legge (titolo che allude al divieto di interagire con gli spiriti dell’Aldilà). Il titolo originale del volume, The Blade Itself, si rifà alla citazione dell’Odissea “La lama stessa incita ad atti di violenza” ed esprime compiutamente le linee guida dell’opera, cioè che qualsiasi arma (magia, forza bruta, intelligenza o potere) scatena l’aggressività presente in ognuno di noi e il conseguente desiderio di dominare sull’altro. Non esiste il Bene contro il Male, ma solo un’umanità corrotta, arrivista e guerrafondaia, e personaggi in lotta con il proprio passato e il proprio presente. Come ogni buon scrittore fantasy che si rispetti, Abercrombie inventa di sana pianta il proprio mondo fantastico di riferimento, il Mondo Circolare (di cui però manca la mappa), in cui tre grandi Stati si affrontano per ottenere la supremazia: l’Unione, simile all’Europa del Rinascimento; il Nord, popolato di barbari; l’Impero Gurkish, che ricorda i Paesi del Medio Oriente. Lo zoom è messo soprattutto sull’Unione, dove divampa lo scontro politico con un sovrano vecchio e rimbambito, la crisi delle gilde mercantili e il tentativo dell’Inquisizione (che non ha nulla di religioso ma è una sorta di polizia segreta) di tornare in auge, e la contemporanea minaccia di un’invasione proveniente dal Nord (anche in questo ci sono echi di George R.R. Martin): infatti Bethod, che si è proclamato re degli Uomini del Nord, sta reclutando con la forza un esercito con il proposito di riconquistare l’Angland, avamposto occupato dall’Unione. In questo scenario Abercrombie fa muovere i suoi personaggi, raccontando le loro vicende e l’evoluzione della trama attraverso la tecnica dei punti di vista, un po’ come in Martin, cosa che rende l’opera un romanzo corale in terza persona: in questo caso, la narrazione è continuamente inframmezzata dai pensieri (spesso caustici e sarcastici) dei protagonisti, espressi in corsivo e tesi a esprimere le loro motivazioni e a scandagliare gli aspetti peggiori dell’animo umano (l’ambizione, l’invidia, l’odio, la lussuria), nel conflitto che ogni personaggio vive tra la propria natura e il ruolo che vorrebbe ritagliarsi nel mondo. Il personaggio migliore è senza dubbio l’inquisitore Sand dan Glokta, ex ufficiale dell’esercito dell’Unione e campione di scherma: ora è un subdolo e sadico storpio sdentato che trae piacere nell’infliggere torture di cui egli stesso è stato vittima. Abbiamo poi Jezal dan Luthar, capitano dell’Unione nobile di nome ma non di fatto, in quanto vero e proprio modello di egosimo, vanità e indolenza: poco avvezzo al dovere e dedito all’alcol e alla bella vita, è un talentuoso schermidore obbligato ad allenarsi per imporsi nel prestigiosissimo torneo di scherma. Si innamora di Ardee, sorella del maggiore West, un poveraccio che si è riscattato con il servizio sotto le armi e alcune imprese eroiche sul campo (al contrario di molti suoi pari, sottoposti e superiori che hanno titoli non meritati) e che per questo teme di venire danneggiato dal comportamento avventato di lei. Quindi c’è Logen Novedita detto il Sanguinario, possente barbaro conosciuto in tutto il mondo per la sua ferocia, in fuga al sud perché Bethod intende ucciderlo. Solitario e malinconico, lontano dai suoi compagni che crede morti, Logen si presenta come uno che è sopravvissuto a se stesso. È il personaggio più classico nel suo ricordare Conan il barbaro, ed è anche l’unico ad avere una sorta di codice etico-morale, ma Abercrombie interviene donandogli una seconda personalità, quella del Sanguinario: quando questa prende il sopravvento, il nostro entra in uno stato di trance da battaglia, come un berserk, e non è più responsabile delle proprie azioni, trasformandosi in una macchina di morte che non fa più alcuna distinzione fra alleati e nemici. Ci sono poi Mastino, uno dei compagni di avventura di Logen da cui si è separato all’inizio del libro, e Ferro Maljinn, una schiava del sud scappata alla prigionia, che non ha altro scopo che la vendetta: impulsiva e letale, non si fida di nessuno fuorché di se stessa. Tutti questi personaggi sono reclutati dal Primo Mago Bayaz, custode di arcani segreti ma assolutamente spiazzante per come si presenta: non è il solito mago nobile e saggio, ma un vecchio parolacciaro e irascibile, a cui piace dormire e farsi il bagno. Lo stile di Abercrombie è cinematografico, pieno di azione, scarno di descrizioni, debordante di dialoghi. Non fornisce troppe informazioni tutte in una volta ma le dosa progressivamente, e qua e là inserisce elementi pulp e noir e spiazzanti tocchi di umorismo nero. La magia è presente, anche se molto limitata. È godibile? Certo, in molti punti diverte o appassiona, in altri ci si chiede dove vada a parare o quale sia l’effettiva utilità di molte scene. Di fatti veri e propri ce ne sono pochi, e le oltre 650 pagine finiscono per sembrare un gigantesco prologo che prepara la scena per i fatti veri e propri, che verranno raccontati (suppongo) nel secondo volume, Non prima che siano impiccati.