lunedì 2 gennaio 2017

Joe Abercrombie - Il richiamo delle spade

Grimdark fantasy: un fantasy realistico e crudo, adulto, con protagonisti lerci e cinici, lontano dalle scempiaggini tolkieniane con elfi e nani, perché oggi con Il trono di spade ci siamo evoluti, non siamo più nel 1955. Non ci servono più gli eroi, ci accontentiamo degli antieroi: la vita è dura, il mondo fa schifo, quindi ben vengano il turpiloquio e la violenza. Manifesto ideale di questo filone (che conta numerosi seguaci) è questo volumazzo di oltre 650 pagine dell’inglese Joe Abercrombie, Il richiamo delle spade, primo ipervitaminizzato capitolo della trilogia La prima legge (titolo che allude al divieto di interagire con gli spiriti dell’Aldilà). Il titolo originale del volume, The Blade Itself, si rifà alla citazione dell’Odissea “La lama stessa incita ad atti di violenza” ed esprime compiutamente le linee guida dell’opera, cioè che qualsiasi arma (magia, forza bruta, intelligenza o potere) scatena l’aggressività presente in ognuno di noi e il conseguente desiderio di dominare sull’altro. Non esiste il Bene contro il Male, ma solo un’umanità corrotta, arrivista e guerrafondaia, e personaggi in lotta con il proprio passato e il proprio presente. Come ogni buon scrittore fantasy che si rispetti, Abercrombie inventa di sana pianta il proprio mondo fantastico di riferimento, il Mondo Circolare (di cui però manca la mappa), in cui tre grandi Stati si affrontano per ottenere la supremazia: l’Unione, simile all’Europa del Rinascimento; il Nord, popolato di barbari; l’Impero Gurkish, che ricorda i Paesi del Medio Oriente. Lo zoom è messo soprattutto sull’Unione, dove divampa lo scontro politico con un sovrano vecchio e rimbambito, la crisi delle gilde mercantili e il tentativo dell’Inquisizione (che non ha nulla di religioso ma è una sorta di polizia segreta) di tornare in auge, e la contemporanea minaccia di un’invasione proveniente dal Nord (anche in questo ci sono echi di George R.R. Martin): infatti Bethod, che si è proclamato re degli Uomini del Nord, sta reclutando con la forza un esercito con il proposito di riconquistare l’Angland, avamposto occupato dall’Unione. In questo scenario Abercrombie fa muovere i suoi personaggi, raccontando le loro vicende e l’evoluzione della trama attraverso la tecnica dei punti di vista, un po’ come in Martin, cosa che rende l’opera un romanzo corale in terza persona: in questo caso, la narrazione è continuamente inframmezzata dai pensieri (spesso caustici e sarcastici) dei protagonisti, espressi in corsivo e tesi a esprimere le loro motivazioni e a scandagliare gli aspetti peggiori dell’animo umano (l’ambizione, l’invidia, l’odio, la lussuria), nel conflitto che ogni personaggio vive tra la propria natura e il ruolo che vorrebbe ritagliarsi nel mondo. Il personaggio migliore è senza dubbio l’inquisitore Sand dan Glokta, ex ufficiale dell’esercito dell’Unione e campione di scherma: ora è un subdolo e sadico storpio sdentato che trae piacere nell’infliggere torture di cui egli stesso è stato vittima. Abbiamo poi Jezal dan Luthar, capitano dell’Unione nobile di nome ma non di fatto, in quanto vero e proprio modello di egosimo, vanità e indolenza: poco avvezzo al dovere e dedito all’alcol e alla bella vita, è un talentuoso schermidore obbligato ad allenarsi per imporsi nel prestigiosissimo torneo di scherma. Si innamora di Ardee, sorella del maggiore West, un poveraccio che si è riscattato con il servizio sotto le armi e alcune imprese eroiche sul campo (al contrario di molti suoi pari, sottoposti e superiori che hanno titoli non meritati) e che per questo teme di venire danneggiato dal comportamento avventato di lei. Quindi c’è Logen Novedita detto il Sanguinario, possente barbaro conosciuto in tutto il mondo per la sua ferocia, in fuga al sud perché Bethod intende ucciderlo. Solitario e malinconico, lontano dai suoi compagni che crede morti, Logen si presenta come uno che è sopravvissuto a se stesso. È il personaggio più classico nel suo ricordare Conan il barbaro, ed è anche l’unico ad avere una sorta di codice etico-morale, ma Abercrombie interviene donandogli una seconda personalità, quella del Sanguinario: quando questa prende il sopravvento, il nostro entra in uno stato di trance da battaglia, come un berserk, e non è più responsabile delle proprie azioni, trasformandosi in una macchina di morte che non fa più alcuna distinzione fra alleati e nemici. Ci sono poi Mastino, uno dei compagni di avventura di Logen da cui si è separato all’inizio del libro, e Ferro Maljinn, una schiava del sud scappata alla prigionia, che non ha altro scopo che la vendetta: impulsiva e letale, non si fida di nessuno fuorché di se stessa. Tutti questi personaggi sono reclutati dal Primo Mago Bayaz, custode di arcani segreti ma assolutamente spiazzante per come si presenta: non è il solito mago nobile e saggio, ma un vecchio parolacciaro e irascibile, a cui piace dormire e farsi il bagno. Lo stile di Abercrombie è cinematografico, pieno di azione, scarno di descrizioni, debordante di dialoghi. Non fornisce troppe informazioni tutte in una volta ma le dosa progressivamente, e qua e là inserisce elementi pulp e noir e spiazzanti tocchi di umorismo nero. La magia è presente, anche se molto limitata. È godibile? Certo, in molti punti diverte o appassiona, in altri ci si chiede dove vada a parare o quale sia l’effettiva utilità di molte scene. Di fatti veri e propri ce ne sono pochi, e le oltre 650 pagine finiscono per sembrare un gigantesco prologo che prepara la scena per i fatti veri e propri, che verranno raccontati (suppongo) nel secondo volume, Non prima che siano impiccati.

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