giovedì 23 febbraio 2017

Federico Buffa, Carlo Pizzigoni - Storie mondiali

Come ha scritto Aldo Grasso su “Il Corriere della Sera” in occasione della trasmissione Storie mondiali, serie in dieci puntate andata in onda su Sky in occasione dei Mondiali 2014 in Brasile, «Buffa è un formidabile storyteller, un narratore di storie che si diramano per mille rivoli. O meglio, i racconti di Buffa hanno una struttura ad albero: il tronco è il calcio, i rami sono le connessioni che via via prendono corpo attraverso associazioni, link, collegamenti, divagazioni». Questo volume, chiamato proprio Storie mondiali, è la trascrizione (quasi letterale) di quel programma a opera di Carlo Pizzigoni. Manca, ovviamente, il necessario accompagnamento della musica e dei filmati, ma per il resto c’è tutto. Dal “Maracanazo” 1950 al Mundial 82, cioè dalla più grande tragedia calcistica della storia (il Brasile che perde in casa un Mondiale che avrebbe vinto anche solo pareggiando) alla più grande emozione che un tifoso italiano può ricordare (la vittoria in Spagna, con Paolo Rossi, Bearzot e Pertini), passando per la “Mano de Dios” di Maradona a Messico 86 e le Notti Magiche di Italia 90, il Brasile extraterrestre di Messico 70 e la rivoluzionaria Olanda di Germania 74, fino a Francia 98 (ultimo mondiale preso in analisi in termini temporali): dieci edizioni dei mondiali, in ordine non cronologico, dieci racconti lirici traboccanti episodi, passioni, emozioni e ricordi personali, personaggi sospesi fra realtà e leggenda. Magari il suo stile a volte è sopra le righe e leggermente compiaciuto (cosa che si nota nell’uso eccessivo dei corsivi), ma il bello di Buffa sta nella sua capacità unica di raccontare storie non solo dal punto di vista sportivo, ma soprattutto indagando e intrecciando il retroterra storico e culturale, la musica, i cambiamenti della società e del costume, tanto che il libro finisce per essere un viaggio attraverso la storia del Novecento, raccontato attraverso lo sport più popolare del mondo, con tutte le implicazioni politiche e propagandistiche del caso (il Brasile della dittatura militare del 1950, l’Argentina dei colonnelli, la Germania Est del Muro di Berlino, lo Zaire di Mobutu, la Jugoslavia degli odi etnici, la Francia delle colonie). Personalmente trovo che abbia dato troppo spazio al Sud America, continente di cui Buffa denota una conoscenza enciclopedica e per il quale nutre un amore sconfinato (racconta di aver disquisito a lungo di calcio con un taxista peruviano); per me, che tifo Inghilterra, è stato più emozionante leggere dell’irresistibile snobismo di Stanley Matthews che, prima della partita contro gli Stati Uniti (incredibilmente persa dall’Inghilterra per 1-0) dei Mondiali del 1950 dichiarò: «Con i sudditi, o ex sudditi, io non gioco», mentre devo lamentare la delusione costituita dal capitolo sui Mondiali del 1966, quello vinto proprio dall’Inghilterra, leggermente sottotono rispetto agli altri, anche a livello di ricostruzione d’epoca. Alcuni aneddoti però, per quanto dubbi, sono incredibili, come la storia di sesso rovente tra José Andrade e Josephine Baker, quella del giocatore dello Zaire che ai mondiali del 1974 uscì dalla barriera prima che Rivelino calciasse e allontanò la palla, o quella di Maradona che contro il Brasile a Italia 90 somministrò una borraccia con dentro il Roipnol al povero Branco. Per non parlare della madre di Buffa che, allo stadio di San Siro, apostrofa in tribuna il comandante Arkan, gran capo degli ultras della Stella Rossa. Grande lettura, da schiaffare in faccia a chi sostiene che il calcio è una stupidaggine e che allo stesso tempo blatera di una fantomatica cultura che bisognerebbe fare in televisione.

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