giovedì 9 febbraio 2017

Paolo Mieli - I conti con la storia

Sembrerà banale, ma è bene ripeterlo: la storia non è qualcosa di definitivo ma è continua interpretazione, non segue un percorso lineare e provvidenziale in senso hegeliano ma una serie di fatti che si offrono a una continua reinterpretazione. In una parola, nella storia l’ultima parola non esiste: piuttosto, la storia è una perenne riscrittura sulla base di nuovi elementi emersi. Tanto più che è sempre scritta da chi ha vinto, con l’immancabile damnatio memoriae degli sconfitti. Lo sottolinea Paolo Mieli, che in questa raccolta di articoli (che spaziano tra le varie epoche) spiega la missione dello storico: mettere da parte le proprie convinzioni e i propri pregiudizi, perché nel raccontare la storia non si ha mai completamente ragione, e nel fare questo si deve stabilire un dialogo con gli altri storici, soprattutto quelli attenti al dettaglio e capaci di fornire nuovi spunti in grado di gettare nuova luce su un fatto o un personaggio. Revisionismo? Sicuramente, a patto di non dare a questa parola un senso negativo (o negazionista): è fondamentale, dice Mieli, mantenere dei parametri valoriali di riferimento, senza per questo usare la storia per far tornare i conti sull’oggi, perché in questo caso si commetterebbe l’errore di valutare il passato secondo schemi attuali e secondo nostre categorie (religiose e politiche) di bene e male. Per questo l’ex direttore del “Corriere della Sera” è contrario alle commemorazioni monolitiche che cristallizzano la storia in grandi eventi oltre i quali non si può andare, utilizzabili e manipolabili a proprio personale tornaconto o convenienza. Lo storico non deve giudicare secondo un’etica, ma deve avere un’etica professionale, altrimenti si andrebbe verso il politicamente corretto o la “cultura del piagnisteo” che, come ha detto il filosofo Mario Perniola, «vuole suscitare nell’avversario un senso di colpa tale da indebolirlo e poter avere la meglio su di lui». Posizione apprezzabile, questa, quasi da empirista, che purtroppo trova sempre meno seguaci: basti pensare alla quantità di pubblicazioni faziose, ideologiche o superficiali che leggono il passato secondo categorie odierne e caricano i personaggi della storia di ieri di valori e ideali nostri ma di cui i diretti interessati erano del tutto ignari (si veda il caso di Spartaco, dipinto spesso come eroe della lotta di classe in senso marxista). Si stigmatizzano le colpe dell’Inquisizione romana ma ci si dimentica che essa fu garantista in un’epoca che garantista non lo era affatto (e anticipò l’intreccio tra politica e giustizia); si incensa Tocqueville come padre della democrazia in America ma si dimenticano le sue simpatie colonialiste in Africa; si ricorda Pericle come il padre della democrazia ateniese ma non si dice che il suo fu un vero e proprio regime basato su corruzione e populismo; si esalta la tolleranza della Riforma ma non si ricorda che Calvino bruciava gli eretici (come Michele Serveto); si colpevolizza l’Occidente per la “tratta dei negri” ma si omette che a vendere gli schiavi erano proprio gli africani la cui economia si basava sullo schiavismo; si promuove Lutero a campione della libertà della coscienza per le sue condanne del culto delle reliquie, del mercato delle indulgenze e della teologia del purgatorio, ma non si dice che queste condanne furono da lui pronunciate solo molti anni dopo l’affissione delle 95 tesi sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg, in seguito all’evoluzione delle circostanze: il suo grande protettore, Federico il Saggio elettore di Sassonia, aveva infatti il privilegio di dispensare indulgenze e la gestione di un grande patrimonio di reliquie. Silenzi e ambiguità riguardano anche temi scottanti come la Shoah, come le omissioni sull’antisemitismo di Roosevelt e il rifiuto degli Stati Uniti di accogliere le navi di profughi scampati dalle persecuzioni naziste in Europa; si ricorda sempre che Primo Levi si suicidò per non essere riuscito a superare l’orrore del campo di concentramento, ma non si ricorda che assistette a un episodio non meno scioccante, la fucilazione di giovani partigiani da parte di altri partigiani; ancora, si parla sempre della persecuzione e dell’incarcerazione di Gramsci da parte del regime fascista, ma si tace sulle critiche e i danneggiamenti da lui ricevuti da parte di quelli che gli sarebbero subentrato alla guida del partito comunista. Mieli insiste quindi sulle categorie di memoria e oblio, sulla necessità di ricordare e a volte dimenticare: l’oblio non è meno importante della memoria, perché è fondamentale per rendere la memora selettiva. Sembra una provocazione ma non lo è: uno storico deve dimenticare e compiere una selezione, questa sì valoriale, scegliendo quei fatti che più possono servire al presente. In caso contrario, la memoria può farsi tossica e degenerare in interpretazioni faziose o fuorvianti. Un bel libro, pieno di spunti, disordinato ma con una sua logica interna, magari non facile ma profondo e capace di far riflettere: cosa chiedere di più a un libro di storia?

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