domenica 26 marzo 2017

Lucio Del Corso, Paolo Pecere - L'anello che non tiene

Veramente interessante (ma altalenante) questo volume ormai uscito nel 2003 per Minimum Fax a opera di Lucio Del Corso e Paolo Pecere, studioso di paleografia greca il primo e di filosofia il secondo, che cita I limoni di Eugenio Montale (dove l’anello che non tiene è «il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità») per portare chiarezza nella confusa vicenda tutta italiana di J.R.R. Tolkien. Infatti, nel nostro Paese l’autore del Signore degli Anelli ha trovato, a partire dagli anni Settanta, per motivi di estrema ideologizzazione della cultura, un ripudio da parte della sinistra e un asilo politico a destra, oltre che una lettura tradizionale basata sul mito, sul simbolismo, sulla spiritualità iniziatica, sul senso cavalleresco e sulla nostalgia generalizzata per un passato tradizionale e virtuoso, una Tradizione fuori dal tempo e dalla storia che troverebbe il suo riferimento privilegiato in un Medioevo da baraccone e pagano da contrapporre alla modernità. Basta vedere la famigerata prefazione di Elémire Zolla che correda tutte le edizioni italiane del Signore degli Anelli dal 1970 in poi e che interpreta il romanzo in chiave simbolica, mistico-alchemica e oracolare, attraverso simboli eterni in dialogo tra loro e con una presunta verità astorica che con i personaggi in esso contenuti non hanno davvero niente a che fare (senza dimenticare che Zolla commette inoltre quella che Brian Rosebury, in Tolkien: un fenomeno culturale, definisce “assimilazione”, cioè il mettere nella stessa categoria di Tolkien altri autori completamente diversi solo sulla base di presunte analogie). Nacquero i Campi Hobbit (il primo a Montesarchio, in provincia di Benevento, nel 1977), voluti dall’ala dura dell’MSI in cerca di un nuovo sistema di riferimenti culturali che non risultasse compromesso con le vicende storiche del fascismo, si affermarono band come la Compagnia dell’Anello che utilizzavano nomi tolkieniani per veicolare contenuti di destra, si utilizzarono frasi tolkieniane come slogan politici (il famigerato “le radici profonde non bruciano”) e personaggi per locandine, poster e riviste (come Éowyn, utilizzata per l’omonima rivista per la nuova donna di destra capace di combattere la società e incarnare il motto “complementarietà, non uguaglianza” in chiave antifemminista). Un andazzo che è proseguito nel corso dei decenni, tanto che ancora, a inizio anni Duemila, troviamo ministri di Alleanza Nazionale (nel frattempo divenuto partito di governo) alle prime cinematografiche dei film di Peter Jackson, come se Tolkien fosse effettivamente “roba loro”. E se andiamo a vedere chi ha amministrato la materia fino a quegli anni troviamo sempre le stesse persone (Gianfranco De Turris, Sebastiano Fusco, Errico Passaro), discepoli di Julius Evola e fautori della lettura simbolico-iniziatica, che ha applicato a Tolkien le categorie della tripartizione indoeuropea di Georges Dúmezil accanto ad autori come René Guénon e Mircea Eliade (il quale si dimostrò sempre molto cauto nei confronti di Evola) e, soprattutto, sono rimasti completamente avulsi dal dibattito internazionale, che nel frattempo è andato avanti e ha prodotto autori di primaria grandezza (Tom Shippey, Verlyn Flieger, il già citato Rosebury). Basta leggere l’imbarazzante Albero” di Tolkien, curato dagli stessi personaggi, per rendersene conto. In questo modo si è affermata la convinzione che Il Signore degli Anelli fosse una cosa da fascisti e, contemporaneamente, si è diffusa l’idea che Tolkien fosse stato osteggiato dal mondo accademico in quanto cattolico e conservatore e quindi vittima di una congiura di matrice comunista, e che solo con il fallimento del comunismo si sarebbero venute a creare le condizioni per una lettura libera da pregiudizi degli scritti tolkieniani. Con l’ulteriore paradosso di arrivare a leggere in questa chiave tutto il genere fantasy, anche autori che di Tolkien riprendevano solo alcuni modelli a livello narrativo. Del Corso e Pecere dimostrano che probabilmente questi signori Tolkien l’hanno letto poco e male, se hanno dotato il suo testo di un’etica e di una mistica assolutamente estranee alle intenzioni dell’autore, sostituendole completamente. Gli esegeti di destra ignorano che, nella sua prefazione alla seconda edizione inglese del Signore degli Anelli,  è stato lo stesso Tolkien a ripudiare gelosamente ogni interpretazione allegorica, e che, nella sua teoria sulle fiabe, il Professore nega esplicitamente che le fiabe moderne debbano esemplificare valori religiosi e morali o archetipi simbolici, tradizionali o perenni, e nelle sue riflessioni mancano del tutto riferimenti a una tradizione e un passato mitico come fondamenti ideali della sua narrativa; basti pensare a che a Tolkien non andava bene nemmeno il ciclo arturiano perché troppo gravato di simbologie cristiano che facevano perdere la componente di indeterminatezza propria della fiaba, divenendo didascalici. Solo il passato più arcaico delle popolazioni anglosassoni e germaniche, con le sue lacune prospettiche e i suoi motivi pagani, si presta a modello della rielaborazione fiabesca, e lo stesso atteggiamento si può vedere nel rapporto di Tolkien con il Medioevo, esattamente inverso a quello dei suoi interpreti simbolisti e tradizionalisti: Tolkien estraeva dal Medioevo quanto vi trovava di più estraneo ai suoi ideali religiosi e a una possibile simbologia a essi collegata. Per non parlare dell’ambiguità e dell’incertezza dei confini di bene e di male presenti nella sua opera, non così marcati come comunemente si intende (la lotta interiore, la tentazione, la presenza del male storico e morale, che è dentro di sé e nel mondo). Quanto alla rivolta contro il mondo moderno (temo caro a Evola) e il rifugio in un passato mitico e vero, si fa in fretta a dimenticare che per il cattolico Tolkien il mondo è già «per definizione “caduto”, non decaduto con l’estinguersi di una qualche armonia “tradizionale” a opera degli ingranaggi del mondo moderno. Il suo pessimismo antropologico, peraltro mitigato dalla fede nelle vie oscure della provvidenza, non traeva origine, dunque, dall’insofferenza per certi aspetti della società del tempo, come la guerra e la tecnologia, ma vi si sovrapponeva e trovava in essi conferma». Quello che resta è una (non si sa quanto sincera) operazione di appropriazione culturale da parte di una comunità in cerca di legittimazione, di farsi cioè istituzione attraverso l’invenzione di una tradizione, e di precise strategie di reclutamento attraverso una serie di semplicistici sillogismi (ti piacciono le opere di Tolkien – le opere di Tolkien racchiudono contenuti tradizionali – quindi tu ami i contenuti tradizionali; e ancora: ami le opere di Tolkien – le opere di Tolkien sono di destra – tu sei di destra). Per fortuna, da qualche tempo la materia è stata presa in mano anche da persone serie e competenti, e la cosa non è andata giù a questi signori che si sono visti sfilare il giocattolo da sotto le mani e non perdono occasione di rivendicare la loro paternità sull’autore contro i nuovi esegeti “di sinistra”. Non si tratta di appropriazione indebita, quanto di un atto di giustizia: Tolkien meritava di essere restituito a se stesso. Curiosità: nel libro c’è perfino un’intervista all’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, fervente tolkieniano, che ricorda come il fascismo italiano sia la negazione del tolkienismo, in quanto non può rifiutare le sue radici socialiste, positiviste e soreliane.

giovedì 2 marzo 2017

Howard Phillips Lovecraft - I ratti nei muri

Quello della dimora stregata e maledetta è uno dei topos della letteratura, soprattutto orrorifica. Nel racconto I ratti nei muri, però, Lovecraft riesce ad andare oltre, legandolo con la mitologia classica e il paganesimo celtico, un’innominabile vita sotterranea e un oscuro retaggio familiare, e rielabora la lezione proveniente da La casa sull’abisso di William Hope Hodgson e da Il pozzo e il pendolo di Edgar Allan Poe. Il protagonista della vicenda, discendente della famiglia Delapore (vero nome de la Poer), si è trasferito dal Massachussets a Eham Priory, l’antica tenuta inglese di famiglia di recente ristrutturata a cui è legato per via di un misterioso documento che però è andato perduto da suo nonno in un incendio. Intorno alla proprietà circolano sinistre leggende, tra cui quella di un avo che ha sterminato l’intera famiglia prima di fuggire negli Stati Uniti, e lo stesso protagonista, una volta trasferito nella casa, sente continuamente la presenza di topi dietro i muri ed è inquietato da strani incubi (tra cui quello di un «orripilante demone-porcaro dalla barba bianca» che conduce con una pertica «un branco di bestie flaccide e pallide come funghi» per essere divorati da un’orda di ratti). Accompagnato da una serie di studiosi e scienziati, oltre che dal suo gatto preferito Nigger-Man, il nostro si avventura nei sotterranei della dimora, dove scopre una caverna sotterranea e un antico altare di Attis, lo sposo eunuco della dea Cibele (la Magna Mater), e tutto quello che ne consegue: crudeli miti di menomazione, i resti di una comunità involuta e deforme, il cannibalismo. Attis non sarebbe altri che il dio Nyarlathotep, il Caos Strisciante, divinità del pantheon lovecraftiano il cui piacere è condurre alla follia gli esseri umani attraverso le ere (nei sotterranei si sovrappongono monoliti dell’età del bronzo, un edificio romano, uno sassone e uno inglese). Storia e mitologia sono unite in un unicum oscuro, da cui bisognerebbe tenersi ben distanti per non scoperchiare orrori indicibili e degenerati. Come sempre in Lovecraft, la terribile rivelazione crea pazzia e alienazione: il protagonista uccide senza rendersene conto uno dei suoi compagni, forse per divorarlo, e una volta internato proclama la sua innocenza accusando i ratti che continuano a tormentarlo con i loro rumori da dietro i muri.

mercoledì 1 marzo 2017

Howard Phillips Lovecraft - Dagon

Dal genio di Lovecraft, un racconto breve (e quando dico breve intendo qualche pagina) scritto dal Solitario di Providence ben prima di mettere a punto la sua mitologia dell’orrore cosmico ma già pieno di tutti gli elementi che lo contraddistingueranno e lo consegneranno alla posterità come uno dei più grandi geni della letteratura del XX secolo: Dagon narra la storia di un ignoto marinaio che, durante la Prima Guerra Mondiale, fugge dalla nave germanica che l’ha catturato e, con la sua scialuppa, finisce per caso in una non precisata isola del Pacifico a sud dell’equatore. Qui si imbatte in un monolito nero coperto di bassorilievi che narrano la storia di divinità ittiche sconosciute e grottesche ma «ancora diabolicamente umane», e soprattutto assiste a un’apparizione mostruosa, una creatura «titanica e repellente» dalle «gigantesche braccia coperte di squame», che potrebbe corrispondere all’antica leggenda filistea di Dagon, il dio-pesce. Nel racconto c’è già tutto: la visione dell’indescrivibile crea follia e alienazione (il canto, il riso, il consumo di morfina) e, allo stesso tempo, genera la consapevolezza dell’imminente fine del genere umano, impotente di fronte a creature malvage e potentissime («Penso al giorno, forse vicino, in cui le loro gigantesche braccia squamose si leveranno dai flutti per trascinare sul fondo, nei loro artigli immondi, quanto resta dell’insignificante genere umano sfibrato dalla guerra»). L’inevitabile esito non può che essere il suicidio, come dimostrato dalle ultime, indimenticabili righe («La mia fine è giunta. Sento un rumore sordo alla porta, come se un’enorme mano viscida stesse raspando contro di essa... Ma quella mano, mio Dio, non mi troverà... La finestra, la finestra!»). Soprattutto, l’orrore cosmico che ritorna trova una corrispondenza fisico-paesaggistica («una parte del fondo marino era risalita in superficie, riportando alla luce regioni che per innumerevoli milioni di anni erano rimaste celate nella tenebra insondabile degli abissi oceanici»), anticipando le numerosissime descrizioni delle geometrie labirintiche titaniche e non euclidee che affolleranno i successivi racconti di Lovecraft.