giovedì 2 marzo 2017

Howard Phillips Lovecraft - I ratti nei muri

Quello della dimora stregata e maledetta è uno dei topos della letteratura, soprattutto orrorifica. Nel racconto I ratti nei muri, però, Lovecraft riesce ad andare oltre, legandolo con la mitologia classica e il paganesimo celtico, un’innominabile vita sotterranea e un oscuro retaggio familiare, e rielabora la lezione proveniente da La casa sull’abisso di William Hope Hodgson e da Il pozzo e il pendolo di Edgar Allan Poe. Il protagonista della vicenda, discendente della famiglia Delapore (vero nome de la Poer), si è trasferito dal Massachussets a Eham Priory, l’antica tenuta inglese di famiglia di recente ristrutturata a cui è legato per via di un misterioso documento che però è andato perduto da suo nonno in un incendio. Intorno alla proprietà circolano sinistre leggende, tra cui quella di un avo che ha sterminato l’intera famiglia prima di fuggire negli Stati Uniti, e lo stesso protagonista, una volta trasferito nella casa, sente continuamente la presenza di topi dietro i muri ed è inquietato da strani incubi (tra cui quello di un «orripilante demone-porcaro dalla barba bianca» che conduce con una pertica «un branco di bestie flaccide e pallide come funghi» per essere divorati da un’orda di ratti). Accompagnato da una serie di studiosi e scienziati, oltre che dal suo gatto preferito Nigger-Man, il nostro si avventura nei sotterranei della dimora, dove scopre una caverna sotterranea e un antico altare di Attis, lo sposo eunuco della dea Cibele (la Magna Mater), e tutto quello che ne consegue: crudeli miti di menomazione, i resti di una comunità involuta e deforme, il cannibalismo. Attis non sarebbe altri che il dio Nyarlathotep, il Caos Strisciante, divinità del pantheon lovecraftiano il cui piacere è condurre alla follia gli esseri umani attraverso le ere (nei sotterranei si sovrappongono monoliti dell’età del bronzo, un edificio romano, uno sassone e uno inglese). Storia e mitologia sono unite in un unicum oscuro, da cui bisognerebbe tenersi ben distanti per non scoperchiare orrori indicibili e degenerati. Come sempre in Lovecraft, la terribile rivelazione crea pazzia e alienazione: il protagonista uccide senza rendersene conto uno dei suoi compagni, forse per divorarlo, e una volta internato proclama la sua innocenza accusando i ratti che continuano a tormentarlo con i loro rumori da dietro i muri.

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