venerdì 21 aprile 2017

J.K. Rowling. Jim Kay - Harry Potter e la Pietra Filosofale

È possibile rileggere Harry Potter dopo quasi dieci anni (all’epoca ne ho parlato QUI) e apprezzarlo come se non più della prima volta? Certo che sì, e molto è per merito dell’edizione in grande formato del primo capitolo Harry Potter e la Pietra Filosofale illustrata da Jim Kay che arricchisce il romanzo della Rowling con un comparto visivo molto vario (anche se in qualche caso derivato dai film). Le sue coloratissime tavole riempiono una o due pagine, ma molto spesso si incastrano nel o sotto il testo (sempre su due colonne per pagina): in alcuni casi, come nella descrizione enciclopedica del Troll (tratta dall’immaginario Newt Scamander) e delle uova di drago, il risultato è addirittura straordinario. Per la cronaca, il testo è quello della nuova traduzione Salani, odiata da molti, che ha cancellato in un colpo le italianizzazioni della vecchia edizione riportando i nomi all’originale e ha così perso la caratteristica dei “nomi parlanti” ideati dalla Rowling per i lettori non avvezzi all’inglese: così, Neville Paciock torna ad essere Neville Longbottom, Oliver Baston diventa Oliver Wood, Minerva McGranitt torna Minerva McGonagall, il professor Raptor è Quirrell, Argus Gazza si trasforma in Argus Filch, ma curiosamente Severus Piton e Albus Silente restano tali e non vengono riportati agli originali Severus Snape e Albus Dumbledore, forse in considerazione del posto che occupano nell’immaginario di un’intera generazione di lettori. Bizzarro che anche le casate di Hogwarts restino invariate a parte Tassorosso che diventa Tassofrasso. Dove invece la nuova traduzione è veramente efficace è nel riportare il romanzo alle sue origini anglosassoni: i folletti tornano a essere goblin, il “mostro” è un troll (chissà qual è il motivo dell’ostilità dell’editoria italiana verso i troll, come nel caso della vecchia traduzione de Lo hobbit che li trasformava in “Uomini Neri”), ci sono le caramelle Frizlemon (precedentemente tramutate in “ghiaccioli al limone”) e anche alimenti come il porridge e il pudding vengono rimessi al loro posto. E che dire riguardo al romanzo che non sia ancora stato detto? Innanzitutto che bisognerebbe liberarlo dalle critiche e dalle interpretazioni fuorvianti, soprattutto da parte dei fondamentalisti religiosi americani che per anni l’hanno demonizzato come se fosse opera del demonio: resta celeberrimo il caso di Laura Mallory, la mamma americana che cercò di far bandire i romanzi della Rowling dalla biblioteca scolastica dei suoi figli in quanto istigazione alla stregoneria, pur ammettendo candidamente di non averli mai letti. Ma le critiche sono provenute, ahimè, anche da parte cattolica, come nel caso del canadese Richard O’Brien (di cui ho curato la pubblicazione italiana de L’inviato), per cui Harry Potter è pagano e simbolo del nichilismo gnostico dei nostri tempi, o della tedesca Gabriele Kuby, per la quale l’opera della Rowling può traviare l’educazione dei bambini alla fede cristiana; senza contare che molti hanno utilizzato e citato una lettera in cui Ratzinger dimostrava apprezzamento per la Kuby come se fosse una posizione magisteriale, cosa che non è assolutamente mai stata tale. Non è però nemmeno automatico che essere cattolici significhi criticare Harry Potter: cattolici come Paolo Gulisano e Silvana De Mari l’hanno invece apprezzato, quest’ultima addirittura leggendolo (forse esagerando) in chiave cristiana. E invece un ateo razionalista come Piergiorgio Odifreddi l’ha buttato nel calderone del fantasy e della fiction in generale come esempio delle più pericolose tendenze della nostra società che portano le persone ad abbandonare la loro razionalità per consegnarsi ciecamente allo storytelling di cantastorie politici e religiosi. Insomma, da un opposto all’altro. In realtà, come la Mallory, molti critici i libri della Rowling non li hanno nemmeno letti, soprattutto questo primo capitolo, che è sempre stato il mio preferito per la sua inventiva e la sua atmosfera favolistica, ancora lontana dal tono cupo e disperato degli ultimi capitoli. Quello dove si incontrano per la prima volta le Gelatine Tuttigusti+1 (compreso il gusto vomito e quello cerume), le Cioccorane che saltano via dalle scatole, le partite di Quidditch (lo sport preferito dei maghi fatto su scope volanti), la civetta Edvige e il pigro topo Crosta (grasso e privo di un dito), il Binario nove e tre quarti della stazione ferroviaria di King’s Cross, il Cappello Parlante che sceglie l’appartenenza alle casate della scuola e il Mantello dell’Invisibilità (eredità del padre di Harry). Ma è anche il capitolo dove incontriamo Hagrid, un gigante buono che chiama “Fuffi” un Cerbero a tre teste e alleva un drago come se fosse un cagnolino. Harry Potter e la pietra Filosofale mostra a un bambino, con il linguaggio e il punto di vista di un bambino, come l’incredibile e l’inaspettato possano avvenire anche nella vita di tutti i giorni, senza che sia necessario vivere in un reame incantato, un paese lontano o un pianeta diverso: anche gli elementi più ordinari della sua realtà possono cambiare, come la visita allo zoo, un classico educativo per i bambini di mezzo mondo, ma in questo caso occasione per un’inaspettata chiacchierata con un serpente. Harry, il nostro piccolo protagonista, dopo aver vissuto un’infanzia di marginalità e di soprusi, non è a conoscenza della sua vera identità fino al momento in cui succede qualcosa di particolare (l’arrivo della lettera di benvenuto alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, alla quale Harry, in quanto mago, è iscritto dalla nascita) che dà inizio a un vero e proprio percorso di formazione. Per lui si aprono le porte del mondo dei maghi, nel quale scopre di essere quasi leggendario, il Bambino-Che-È-Sopravvissuto al quale si deve la sconfitta del cattivo Lord Voldemort, anche se lui non ne ha mai saputo niente. In questo cammino, ed è questo l’aspetto che i detrattori fondamentalisti dovrebbero maggiormente considerare, i valori hanno un ruolo molto più decisivo della magia, che rappresenta l’elemento più appariscente e spettacolare agli occhi dei (piccoli) lettori, ma che non è tutto. Entrando nel mondo dei maghi, Harry scopre che non basta avere una bacchetta magica per risolvere i problemi, ma che c’è molto da studiare e faticare, con impegno e buona volontà: «Come Harry scoprì ben presto, la magia era tutt’altra cosa dall’agitare semplicemente la bacchetta pronunciando parole incomprensibili. Ogni mercoledì a mezzanotte bisognava studiare la volta celeste con i telescopi e imparare i nomi delle stelle e i movimenti dei pianeti». Tanto più che, fin dal loro primo incontro, Hagrid dice a Harry che nel mondo dei Babbani (i non maghi) non si deve usare la magia e che esiste un Ministero della Magia il cui compito è «non far sapere ai Babbani che in giro per il Paese ci sono ancora streghe e maghi». Altro particolare da non sottovalutare è che la saga presenta fin da subito il tema della morte, elemento importante se consideriamo che si tratta di un libro per l’infanzia (nel contesto odierno, infatti, la morte viene spesso nascosta dai grandi ai bambini) e connesso al tema del sacrificio (quello della madre di Harry, che si è lasciata uccidere per salvare il figlio, a cui si collega quello di Ron e Hermione nella partita a scacchi e nel superamento del muro di fuoco) e all’invito a disprezzare ricchezze e immortalità (che, come spiega Silente, «sono le due cose che la maggior parte degli esseri umani desidera più di ogni altra… Ma il guaio è che le persone hanno una particolare abilità nello scegliere proprio le cose peggiori per loro»), ben rappresentate dalla leggendaria pietra Filosofale. Sono cose che non possono essere concepite da Voldemort, signore oscuro che offre ai suoi adepti la lusinga del potere ma non conosce compassione nemmeno per i suoi seguaci, e proprio questo è il principale insegnamento che Harry riceve a Hogwarts, dove per il resto il nostro maghetto è un normalissimo studente con i suoi dubbi e le sue paure, sempre timoroso di non essere all’altezza e che si sia trattato solo di un malinteso, e preda dei bulletti proprio come nel mondo dei Babbani (il curioso parallelismo tra la gang del cugino Dudley e quella di Draco Malfoy). È fondamentale anche l’episodio dello Specchio delle Emarb (in originale Mirror of Erised), cioè delle Brame, oggetto magico che non riflette il volto di chi ci si specchia ma i desideri più profondi del suo cuore: Harry, che non ha mai conosciuto i suoi genitori, ce li vede dentro e non vorrebbe più staccarsene (mentre Ron che è vissuto sempre all’ombra dei fratelli, si vede solo come il migliore di tutta la scuola). «Non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere», spiega il saggio Silente: meglio cercare la verità nei posti giusti e non legare la propria esistenza a qualcosa che riflette solo i propri desideri più profondi. Ed è meglio anche chiamare il male con il proprio nome («La paura del nome non fa che aumentare la paura della cosa stessa», spiega sempre Silente), senza reticenze e senza negare la realtà. Esattamente l’opposto di quel che fanno gli zii di Harry, gli odiosi Dursley, stolidi e conformisti al punto da risultare ottusi, «orgogliosi di affermare di essere perfettamente normali»: lo zio Vernon odia le persone stravaganti, la zia Petunia giudica “balorde” tutte le persone che hanno a che fare con la magia, e giunge a fare «addirittura finta di non avere sorelle, perché la signora Potter e quel buono a nulla del marito non avrebbero potuto essere più diversi da loro di così». Chissà se a Odifreddi sono fischiate le orecchie.

sabato 8 aprile 2017

Georges Duby, Chiara Frugoni - Mille e non più mille

La fine del mondo è vicina? Lo si sente spesso ripetere, da parte di veggenti e numerologi o di giornalisti interessati che uniscono e decontestualizzano profezie di santi, beati e ciarlatani per solleticare le peggiori paure della nostra società o, più biecamente, per monetizzarle. Ciclicamente ci si ricasca, ed è per questo che bisognerebbe rileggere questo bel Mille e non più mille. Viaggio tra le paure di fine millennio, elegante (e furbo) volume uscito in occasione dell’arrivo dell’anno Duemila che riunisce cinque interviste del grande storico francese Georges Duby e correda il tutto con un interessantissimo corredo iconografico di miniature, affreschi e incisioni proposto da Chiara Frugoni come completamento dei concetti esposti nel testo. Nelle interviste Duby analizza l’origine e il significato del racconto della grande paura collettiva che avrebbe attraversato la società cristiana alla vigilia dell’anno Mille per l’imminente fine del mondo. In realtà, spiega Duby, la paura dell’anno Mille è frutto, come al solito, di una leggenda romantica del XIX secolo, grande fucina di miti storiografici (si veda la vicenda del kilt scozzese): così l’avvicinarsi del secondo millennio è stato dipinto in termini di panico collettivo, forgiando un immaginario che si è protratto fino ai nostri giorni. Tanto più che noi disponiamo di una sola testimonianza al riguardo, quella di un monaco dell’abbazia di Saint-Benoît-sur-Loire: «Mi è stato raccontato che nell’anno 994, a Parigi, alcuni preti annunciavano la fine del mondo». Scrivendo quattro o cinque anni più tardi, all’immediata vigilia dell’anno Mille, il monaco aggiungeva: «Questi preti sono pazzi. Basta aprire il testo sacro, la Bibbia, per constatare come Gesù abbia detto che mai si sarebbe saputo il giorno, né l’ora». Piuttosto, il libro è un’occasione per tracciare un profilo dell’età medievale fuori dai soliti cliché positivisti da programma di Piero e Alberto Angela: Duby sottolinea che, dopo il Mille, l’Europa era un continente strapieno e vitale (esattamente il contrario di oggi), che registrava una forte espansione demografica ed economica, e che difficilmente avrebbe potuto temere di essere invasa da un’immigrazione proveniente dall’esterno; allo stesso tempo, quest’Europa in espansione si trovava a essere in una posizione di inferiorità rispetto alle grandi civiltà come la bizantina e l’islamica, incompatibilmente più ricche. Era una società fluida, in cui la gente viaggiava, ma ad alto tasso di violenza: si poteva venire aggrediti per strada, fuori e dentro le città, e per questo c’era una grande paura della morte improvvisa, che poteva capitare a tutti in qualsiasi momento senza la possibilità di avere tempo per liberarsi del peso dei peccati attraverso pentimento, confessione e penitenze. I cavalieri, tanto esaltati da una certa vulgata, erano spesso degli sbandati e degli squattrinati che si lasciavano andare a violenze e rapine a danno dei più poveri, e per questo si giunse a una codificazione della guerra da parte della Chiesa e al richiamo al corretto modo di intendere la cavalleria. La violenza dell’epoca traspare anche dalla letteratura e dai tornei, ben diversi da quelli rappresentati nei film ma combattimenti tra squadre di cavalieri a base di colpi proibiti. Anche il concetto di pace era ben diverso da oggi e non coincideva con l’idea di una tregua e a un accordo tra le parti ma a un accordo imposto da una parte in seguito alla sconfitta dell’altra: pace nel Medioevo equivaleva a vittoria. Il pericolo delle carestie, della mortalità infantile, delle invasioni (normanni, magiari, saraceni) e delle epidemie (davanti a cui il terrore non aveva limiti e l’unico rimedio era ricorrere al soprannaturale) erano tutte possibilità concrete nella vita di tutti i giorni. Valga per tutti l’esempio della peste nera, che cancellò in pochi mesi un terzo della popolazione per ripresentarsi in forma endemica nei decenni successivi con improvvisi focolai e cambiò per sempre l’immaginario artistico europeo: «A partire dal 1348 il macabro prese definitivamente piede nella letteratura e nell’arte. Si moltiplicarono i segni di un’iconografia tragica, dominata dal tema della Danza della morte». Contemporaneamente, il pericolo del contagio promosse però una nuova volontà di portare soccorso ai sofferenti, curare i malati e seppellire i morti. Duby sottolinea il diverso rapporto che gli uomini del Medioevo avevano rispetto a noi con la morte: non un fastidio, ma un momento di passaggio che avveniva sotto forma di cerimonia. Piuttosto che la fine dei tempi, «temevano il Giudizio, la punizione nell’aldilà. Quanto resta dell’arte medievale testimonia l’onnipresenza di rappresentazioni relative ai tormenti dell’inferno, ai diavoli, all’idea di dannazione eterna». Molto interessante è infine la sezione dedicata alla paura dello straniero, visto come strano, pericoloso e portatore di epidemie (bisogna ricordare che le norme igieniche erano quelle che erano e il principale provvedimento per evitare il contagio consisteva nel chiudere le porte della città chiudendo dentro i cittadini) e spesso incarnazione della concezione stessa di peccato. È il caso degli ebrei, che nel XII e XIII secolo erano essenzialmente prestatori di denaro a interesse, operazione proibita ai cristiani perché vendere il tempo (che appartiene a Dio) era considerato peccato di usura, e dal 1215 furono costretti a portare una rondella colorata come segnale di riconoscimento quando uscivano dal loro quartiere e si mescolavano ai cristiani (nel 1306 la loro espulsione in massa dalla Francia fu giustificata dalla leggenda nera di un prestatore su pegno ebreo che costrinse una povera cristiana a procurargli un’ostia consacrata per profanarla). Ma anche i musulmani furono visti come gli aggressori, i nemici e, in quanto infedeli, i malvagi alleati di Satana, e per questo venivano rappresentati con il volto mostruoso, la coda e le corna appuntite; senza considerare che, dalla seconda metà del XIII secolo, il musulmano assunse in maniera preponderante i tratti del nero, del “moro” proveniente dall’Africa (le dinastie berbere incontrate nella Reconquista spagnola), con l’aggravante di essere poligamo e quindi licenzioso (la Chiesa nel XII secolo riuscì a imporre il matrimonio come sacramento e a rendere monogama e indissolubile l’unione coniugale). Che le paure e le diffidenze degli uomini del Medioevo fossero in parte anche le nostre?