sabato 8 aprile 2017

Georges Duby, Chiara Frugoni - Mille e non più mille

La fine del mondo è vicina? Lo si sente spesso ripetere, da parte di veggenti e numerologi o di giornalisti interessati che uniscono e decontestualizzano profezie di santi, beati e ciarlatani per solleticare le peggiori paure della nostra società o, più biecamente, per monetizzarle. Ciclicamente ci si ricasca, ed è per questo che bisognerebbe rileggere questo bel Mille e non più mille. Viaggio tra le paure di fine millennio, elegante (e furbo) volume uscito in occasione dell’arrivo dell’anno Duemila che riunisce cinque interviste del grande storico francese Georges Duby e correda il tutto con un interessantissimo corredo iconografico di miniature, affreschi e incisioni proposto da Chiara Frugoni come completamento dei concetti esposti nel testo. Nelle interviste Duby analizza l’origine e il significato del racconto della grande paura collettiva che avrebbe attraversato la società cristiana alla vigilia dell’anno Mille per l’imminente fine del mondo. In realtà, spiega Duby, la paura dell’anno Mille è frutto, come al solito, di una leggenda romantica del XIX secolo, grande fucina di miti storiografici (si veda la vicenda del kilt scozzese): così l’avvicinarsi del secondo millennio è stato dipinto in termini di panico collettivo, forgiando un immaginario che si è protratto fino ai nostri giorni. Tanto più che noi disponiamo di una sola testimonianza al riguardo, quella di un monaco dell’abbazia di Saint-Benoît-sur-Loire: «Mi è stato raccontato che nell’anno 994, a Parigi, alcuni preti annunciavano la fine del mondo». Scrivendo quattro o cinque anni più tardi, all’immediata vigilia dell’anno Mille, il monaco aggiungeva: «Questi preti sono pazzi. Basta aprire il testo sacro, la Bibbia, per constatare come Gesù abbia detto che mai si sarebbe saputo il giorno, né l’ora». Piuttosto, il libro è un’occasione per tracciare un profilo dell’età medievale fuori dai soliti cliché positivisti da programma di Piero e Alberto Angela: Duby sottolinea che, dopo il Mille, l’Europa era un continente strapieno e vitale (esattamente il contrario di oggi), che registrava una forte espansione demografica ed economica, e che difficilmente avrebbe potuto temere di essere invasa da un’immigrazione proveniente dall’esterno; allo stesso tempo, quest’Europa in espansione si trovava a essere in una posizione di inferiorità rispetto alle grandi civiltà come la bizantina e l’islamica, incompatibilmente più ricche. Era una società fluida, in cui la gente viaggiava, ma ad alto tasso di violenza: si poteva venire aggrediti per strada, fuori e dentro le città, e per questo c’era una grande paura della morte improvvisa, che poteva capitare a tutti in qualsiasi momento senza la possibilità di avere tempo per liberarsi del peso dei peccati attraverso pentimento, confessione e penitenze. I cavalieri, tanto esaltati da una certa vulgata, erano spesso degli sbandati e degli squattrinati che si lasciavano andare a violenze e rapine a danno dei più poveri, e per questo si giunse a una codificazione della guerra da parte della Chiesa e al richiamo al corretto modo di intendere la cavalleria. La violenza dell’epoca traspare anche dalla letteratura e dai tornei, ben diversi da quelli rappresentati nei film ma combattimenti tra squadre di cavalieri a base di colpi proibiti. Anche il concetto di pace era ben diverso da oggi e non coincideva con l’idea di una tregua e a un accordo tra le parti ma a un accordo imposto da una parte in seguito alla sconfitta dell’altra: pace nel Medioevo equivaleva a vittoria. Il pericolo delle carestie, della mortalità infantile, delle invasioni (normanni, magiari, saraceni) e delle epidemie (davanti a cui il terrore non aveva limiti e l’unico rimedio era ricorrere al soprannaturale) erano tutte possibilità concrete nella vita di tutti i giorni. Valga per tutti l’esempio della peste nera, che cancellò in pochi mesi un terzo della popolazione per ripresentarsi in forma endemica nei decenni successivi con improvvisi focolai e cambiò per sempre l’immaginario artistico europeo: «A partire dal 1348 il macabro prese definitivamente piede nella letteratura e nell’arte. Si moltiplicarono i segni di un’iconografia tragica, dominata dal tema della Danza della morte». Contemporaneamente, il pericolo del contagio promosse però una nuova volontà di portare soccorso ai sofferenti, curare i malati e seppellire i morti. Duby sottolinea il diverso rapporto che gli uomini del Medioevo avevano rispetto a noi con la morte: non un fastidio, ma un momento di passaggio che avveniva sotto forma di cerimonia. Piuttosto che la fine dei tempi, «temevano il Giudizio, la punizione nell’aldilà. Quanto resta dell’arte medievale testimonia l’onnipresenza di rappresentazioni relative ai tormenti dell’inferno, ai diavoli, all’idea di dannazione eterna». Molto interessante è infine la sezione dedicata alla paura dello straniero, visto come strano, pericoloso e portatore di epidemie (bisogna ricordare che le norme igieniche erano quelle che erano e il principale provvedimento per evitare il contagio consisteva nel chiudere le porte della città chiudendo dentro i cittadini) e spesso incarnazione della concezione stessa di peccato. È il caso degli ebrei, che nel XII e XIII secolo erano essenzialmente prestatori di denaro a interesse, operazione proibita ai cristiani perché vendere il tempo (che appartiene a Dio) era considerato peccato di usura, e dal 1215 furono costretti a portare una rondella colorata come segnale di riconoscimento quando uscivano dal loro quartiere e si mescolavano ai cristiani (nel 1306 la loro espulsione in massa dalla Francia fu giustificata dalla leggenda nera di un prestatore su pegno ebreo che costrinse una povera cristiana a procurargli un’ostia consacrata per profanarla). Ma anche i musulmani furono visti come gli aggressori, i nemici e, in quanto infedeli, i malvagi alleati di Satana, e per questo venivano rappresentati con il volto mostruoso, la coda e le corna appuntite; senza considerare che, dalla seconda metà del XIII secolo, il musulmano assunse in maniera preponderante i tratti del nero, del “moro” proveniente dall’Africa (le dinastie berbere incontrate nella Reconquista spagnola), con l’aggravante di essere poligamo e quindi licenzioso (la Chiesa nel XII secolo riuscì a imporre il matrimonio come sacramento e a rendere monogama e indissolubile l’unione coniugale). Che le paure e le diffidenze degli uomini del Medioevo fossero in parte anche le nostre?

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