martedì 30 maggio 2017

Vanni Santoni - Terra Ignota. 1 - Risveglio

Avevo letto pareri tra il lusinghiero e l’entusiasta a proposito di questo primo capitolo della saga Terra Ignota di Vanni Santoni, nuova speranza per un fantasy italiano di qualità, capace finalmente di andare al di là degli stereotipi di genere (leggi: elfi e orchi tolkieniani) e del filone fantatrash su cui si sono scritti tonnellate di post sui vari blog in tempi recenti. Santoni è uno scrittore affermato e stimato, anche se a me sconosciuto, e mi sono fidato. Come al solito, trovo che la gente si esalti per niente. Risveglio, storia autoconclusiva che però prelude ad altri due capitoli (si sa, il fantasy si vende a trilogie), è un frullatone postmoderno citazionista e derivativo che non solo gioca con gli archetipi del genere ma soprattutto attinge a piene mani da qualsiasi cosa, a partire dall’incipit che è quanto di più classico possa esistere: il solito ipotetico Medioevo di fantasia, un bucolico paese su una collina, Villaggio Alto, che viene attaccato e distrutto da un gruppo di ignoti cavalieri, e una bambina che viene rapita. La protagonista Ailis, una coraggiosa dodicenne, decide di vendicare il suo popolo e di ritrovare la sua amica Vevisa, la suddetta bambina rapita durante l’incursione, iniziando così un viaggio nel vasto mondo che non conosce (all’inizio, infatti, si orienta seguendo una mappa). Quindi anche le dinamiche sono classiche: è il tipico viaggio dell’eroe che è anche un raccontato di formazione, declinato però in senso femminile, e non è certo un’innovazione, visto che la tendenza della narrativa fantastico-fantascientifica degli ultimi anni (Hunger GamesInsurgent, perfino Star Wars) è mettere protagoniste delle ragazze pronte ad affrontare le calamità e a menare le mani. Ailis è esattamente questo, un’eroina tosta: è un maschiaccio, è impetuosa, affronta lo sceriffo arma in pugno, mercanteggia con i pirati, viene imprigionata e venduta come schiava, messa al palo e frustata, viene fatta combattere come gladiatrice nell’arena in una specie di Medio Oriente da Impero romano che si inserisce nel mondo medievaleggiante immaginato dall’autore (purtroppo non è presente una mappa per conoscerlo più nel dettaglio). Le dinamiche di crescita di Ailis sono quelle tipiche del manga giapponese per cui il personaggio, man mano che si para davanti a sfide, combattimenti (tantissimi) e situazioni difficili, subisce una sorta di potenziamento fisico e mentale e diventa sempre più forte. Di positivo c’è che all’inizio Ailis sembra non essere la prescelta, ma solo l’amica della prescelta (Vevisa), anche se in breve capiamo che non è così; a dire il vero tutta la situazione è parecchio ingarbugliata perché Santoni immagina un regno generato dal sonno demiurgico dell’imperatrice (la stessa Ailis vede in sogno quello che fa Vevisa) e mescola una magia modulare e codificata che si realizza attraverso le rune, i quattro elementi naturali, la Coppa e la Spada da recuperare per ridare legittimità all’impero, un ordine nobile (il Cerchio d’Acciaio) corrotto e pervertito da un perfido Gran Maestro negromante. C’è qualche spiegone (il racconto dell’Uomo Pratico e la spiegazione sul funzionamento delle rune) ma non è troppo invasivo; quello che non funziona sono i personaggi, sia i principali che risultano piuttosto piatti e monocordi (l’indomita guerriera Brigid e l’eroico protettore Val) sia i comprimari che si susseguono limitandosi a fungere da deus ex machina della vicenda. Anche il cattivo, Åydric Reinhare, nonostante il nome fantastico, è usato male. Soprattutto, Santoni mescola con spregiudicatezza elementi provenienti da varie culture (il Ramo d’Oro di Frazer, il mito del Graal e i cavalieri della Tavola Rotonda, gli spiriti giapponesi del bosco) e cita molto in maniera manifesta, come nel caso delle città che portano i nomi delle Città invisibili di Calvino e della chiaroveggente Madama Sosostris presa di peso dalla Waste Land di T.S. Eliot addirittura con tanto di citazione («Questa è belladonna, la signora delle rocce. La signora delle situazioni»); purtroppo, le sue fonti non vengono mai riplasmate in maniera nuova e convincente, e finiscono per assomigliare più a delle allegorie decontestualizzate (Lorlei, legata all’acqua e che addirittura diventa Melusine in una delle sue forme elementali, o la foresta di Broceliande che Ailis deve attraversare guidata da Val per guarire dal maleficio che la corrompe). Anche i dialoghi non danno mai l’idea di funzionare, anche se bisogna dire che c’è una certa mescolanza di stili e di tono. Forse sono troppo esigente io, forse non l’ho capito e non ho colto la grandezza, forse ho un’altra idea di fantasy: Terra Ignota non fa proprio per me.

giovedì 25 maggio 2017

J.R.R. Tolkien - Il Signore degli Anelli

Chi mi conosce sa che la mia devozione per Tolkien e la Terra di Mezzo va ben al di là del semplice fanatismo, quindi non deve stupire che parli ancora del Signore degli Anelli dopo l’ennesima rilettura (vorrei fare come Christopher Lee, il Saruman della trilogia cinematografica di Peter Jackson, che lo rileggeva integralmente ogni anno), comprensiva di appendici. Tutte le volte che riprendo in mano questo romanzo mi chiedo, come uno dei cavalieri di Rohan al fianco di Éomer, se sto «camminando in un mondo di favole o su verdi praterie alla luce del sole». Inoltre, questa volta la rilettura è arrivata dopo parecchi saggi (nomino solo i migliori: Tolkien autore del secolo di Tom Shippey, Schegge di luce di Verlyn Flieger, Tolkien: un fenomeno culturale di Brian Rosebury, Difendere la Terra di Mezzo di Wu Ming 4 e Santi e pagani nella Terra di Mezzo di Tolkien di Claudio Testi) che hanno irrimediabilmente modificato il mio modo di approcciarmi alla materia, illuminandola di nuova luce. In questi anni ne ho già scritto fin troppo, quindi mi limiterò a enucleare alcuni aspetti che ritengo importanti: 
- La rielaborazione moderna di tematiche e figure prese dalla letteratura medievale e dalle saghe nordiche: Tolkien non si limita a citare e ricalcare in maniera sterile o nostalgica le sue fonti di ispirazione, ma riplasma e riadatta, compiendo una riflessione moderna su grandi temi come la morte, il potere e l’eroismo. Anche riguardo ai personaggi Tolkien parte dalle figure classiche (il re che ritorna, il mago mentore, il prescelto che deve compiere una missione, la regina del bosco incantato, l’amazzone guerriera) per riplasmare nuovi eroi, capaci di parlare alla contemporaneità. Se siete dei nostalgici dell’eroismo dei bei tempi vi piaceranno molto i Rohirrim e la loro logica irriducibilmente guerriera, ma inorridirete per gli hobbit che sono quanto di più diverso possa esistere dagli eroi classici (sono piccoletti e tracagnotti, amano la birra e la buona tavola, indossano il panciotto e hanno i piedi pelosi), e a questo punto avrete problemi con l’intero romanzo perché il punto di vista adottato da Tolkien è proprio quello degli hobbit. Un punto di vista dal basso e periferico (la Contea, la terra dove vivono, e alla periferia della Terra di Mezzo), molto lontano da quello degli algidi elfi o dei nobili uomini, ma non per questo chiuso allo stupore e alla meraviglia, e capace di dire qualcosa a tutti noi ordinary men che, come gli hobbit, possiamo trovare in noi un insospettabile coraggio se messi alle strette.
- La caratteristica degli eroi tolkieniani è la loro fallibilità. Tutti loro hanno successo quando sono umili e accettano di essere imperfetti, ma soprattutto accettano di recitare un ruolo gregario nell’intera vicenda. Non è un caso che Tolkien mostri personaggi che, per la maggior parte del tempo, sono disconnessi l’uno dall’altro, ma che sono sempre condizionati dall’agire altrui, di cui sono assolutamente all’oscuro. La sua è una struttura narrativa affascinante: ciascun gruppo di personaggi non sa cosa stanno facendo gli altri, ma ciò che fanno è continuamente condizionato da azioni di cui non sanno nulla. Forse in tutto questo c’è lo zampino della Provvidenza che orchestra così tutti gli eventi, ma essa non viene mai esplicitamente nominata, e quello che è importante è soprattutto vedere l’affermazione di questo principio gregario. Lo stesso eroe del romanzo è un gregario: non Frodo, che è indubbiamente il protagonista ma non l’eroe perché dal suo viaggio e dalla sua avventura non porta indietro niente (come lui stesso ammette: «Non esiste un vero ritorno. Anche tornato nella Contea, essa non mi parrà più la stessa, perché io sono cambiato. Dove troverò riposo?»), bensì Sam, il giardiniere di umili origini che parte come gregario e spalla dell’eroe ma che finisce per portare (letteralmente) l’eroe sulle spalle. È lui l’eroe che ritorna, che porta indietro qualcosa (le sementi di Galadriel con cui fa rifiorire la Contea), che si sposa, mette al mondo dei figli, ricopre la carica di sindaco, ed è lui che chiude il romanzo con la sua celebre battuta finale «Sono tornato».
- Il tema della scelta: nel romanzo nessuno impone niente, nemmeno Gandalf e Aragorn (che avrebbero l’autorità di farlo), e gli hobbit decidono di farsi carico del grande fardello attraverso il loro libero arbitrio. I personaggi sono continuamente messi di fronte a delle scelte e a delle possibilità e devono continuamente decidere personalmente: spesso sbagliano, ma è importante che decidano. Arrivano perfino a disobbedire, esercitando il loro libero arbitrio, e risultano decisivi (è il caso di Éowyn, di Merry, di Pipino). Per questo chiunque fino alla fine può salvarsi, perfino Gollum: non c’è manicheismo, non c’è predestinazione, non c’è dannazione irrimediabile. Quando la possibilità di esercitare il libero arbitrio viene meno, è allora che sopraggiunge l’ombra e incomincia il percorso verso la corruzione.
- Il male e la corruzione (rappresentata dall’Anello) sono connessi al potere, alla tentazione di usare il potere per perseguire il bene. Così facendo, però, una volta ottenuto il potere, se ne diventa servi. Gandalf con l’Anello sarebbe, per sua stessa ammissione, molto peggio di Sauron, perché eserciterebbe un potere imposto nel nome del bene che si tramuterebbe nel suo contrario e annullerebbe la scelta degli altri. La via più breve è quella sbagliata: si vede che anche Lucas per Star Wars ha attinto molto da Tolkien.
- La presenza di temi cristiani pur nell’assenza di una rivelazione: il romanzo è permeato da valori quali l’amore, la carità verso il prossimo, la pietà verso il colpevole, l’umiltà verso i più deboli, perfino la speranza pur senza la garanzia di redenzione. Contemporaneamente, c’è una continua assistenza della luce nella crescente oscurità: il fuoco in mano di Aragorn, la fiamma di Anor che regge Gandalf, la luce di Eärendil della fiala di Galadriel.
- L’importanza del tempo: l’Anello allunga la vita al suo possessore perché gliela stira, lo fa diventare sempre più sottile («Come del burro spalmato su di una fetta di pane troppo grande», dice Bilbo) fin quasi a diventare uno spettro. Una consunzione lunghissima, un allungamento dell’esistenza ottenuto artificialmente, per cui alla fine ci si riduce come Gollum o i Nazgûl. Tolkien sembra dire che una vita infinitamente lunga non è vita perché non è finita: a ognuno viene concesso un tempo e deve decidere di conseguenza come utilizzare quel tempo, altrimenti la vita non è vita ma artificio. Non è un caso che Tolkien stesso sostenesse che il vero tema del Signore degli Anelli fosse la morte e il desiderio di immortalità: l’uomo ha paura della morte e quindi vorrebbe prolungare la sua vita in maniera indefinita. E non è neppure un caso che nelle Appendici si insista così tanto sul peccato degli uomini di Númenor che hanno osato sfidare il divieto dei Valar di attraversare il mare verso le Terre Imperiture per impadronirsi del segreto della vita eterna, invidiando quella eterna degli elfi. Soltanto la consapevolezza della fine incombente ci permette di scegliere come impiegare la nostra vita («Non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato», come dice Gandalf).
Tutto questo fa del Signore degli Anelli un romanzo fondativo e quindi attuale, che parla a noi e ai nostri tempi aridi e bisognosi di questo tipo di narrazioni.

Philip Roth - Lamento di Portnoy

Considerato uno dei più grandi scrittori viventi ed eterno favorito per un Nobel della letteratura che non vince mai, Philip Roth è un genio. È il suo secondo romanzo che leggo ed è la seconda volta che provo incondizionata ammirazione per lui. Perfino con un libro come Lamento di Portnoy, considerato scandaloso per l’epoca in cui fu scritto (il 1969), radicale e distruttivo atto d’accusa contro la società, l’educazione, l’ipocrisia, il conformismo e la repressione dell’ambiente ebraico in cui è cresciuto il protagonista, Alexander Portnoy, erotomane di Newark, New Jersey. Si ride molto, a patto di accettare il linguaggio esplicito e compiaciutamente scandaloso e di non restarne scioccati (un capitolo si intitola “Seghe” e un altro “Figomania”). Tutto il romanzo è strutturato come un lunghissimo monologo che il nostro “eroe” fa a quello che alla fine scopriremo essere il suo analista come premessa alla prima seduta terapeutica: un flusso di coscienza irriverente e comico, un “lamento” (come indicato dal titolo) attraverso il quale conosciamo Alex e, paradossale a dirsi, solidarizziamo con lui in quanto vittima. Portnoy è il classico anti-eroe contemporaneo: nevrotico, egocentrico, paranoico, pieno di manie, legato morbosamente a una madre iperprotettiva, ipocondriaco (ogni occasione è buona per prendersi la polio, l’elefantiasi o qualche malattia venerea), propenso all’autoindulgenza e alla giustificazione («Sono, se mi è consentito dirlo, un uomo onesto e sensibile»), continuamente preoccupato di perdere il suo prestigio sociale (ricopre la carica di Responsabile di un dipartimento dell’amministrazione di New York contro la Discriminazione), alla perenne ricerca di una libertà e di un’affermazione personale attraverso la libertà sessuale e la perversione («travolto dai desideri che ripugnano alla mia coscienza e da una coscienza che ripugna ai miei desideri») ma, nonostante questo, conscio della propria inadeguatezza e del suo essere fuori posto in ogni situazione. Cresciuto in un ambiente perbenista che ha l’ossessione per la salute ma si rifiuta di pronunciare la parola “cancro”, di fatto privo della figura paterna (il padre, grigio venditore di polizze assicurative, è totalmente appiattito sulla figura della moglie ed è preoccupato solo di espletare le sue funzioni intestinali), Portnoy ha parecchie difficoltà ad accettare il fatto di essere ebreo e identifica la sua appartenenza con la sua famiglia («Questa è la mia vita, la mia unica vita, e la sto vivendo da protagonista di una barzelletta ebraica! Io sono il figlio in una barzelletta ebraica... solo che non è affatto una barzelletta!»); allo stesso tempo però tutta la sua vita è giocata sulla contrapposizione tra ciò che è ebraico e non lo è, oscillando tra l’appartenenza al popolo eletto e la perversione di fare sesso con le ragazze non ebree, come se penetrando loro potesse penetrare anche il loro ambiente di provenienza. Ugualmente scisso è il suo rapporto con Dio, da una parte negato in nome dell’ateismo e dall’altra sempre pronto a intervenire e a distribuire castighi come la divinità vendicativa e punitiva dell’Antico Testamento. Alex vive una serie di avventure con vari personaggi femminili (la Scimmia, «una ragazza con la passione per la banana», la donna all’opposto dei suoi interessi intellettuali ma funzionale ai bisogni sessuali) senza riuscire a trovare una sua stabilità, finché a un certo punto decide di fare un viaggio in Israele, la Terra Promessa popolata di ebrei, e anche in questo caso fa due incontri femminili, molto goffi, uno con una soldatessa e uno con un’intellettuale cresciuta in un kibbutz, che si concludono rispettivamente con un una défaillance sessuale e con un rifiuto, entrambe cose insostenibili: è singolare e significativo che l’unica volta che il protagonista fa cilecca è proprio nella terra del popolo eletto, estrema prova della sua tendenza all’autoflagellazione e al compiacimento che ne consegue.

martedì 9 maggio 2017

Massimo De Vita - Trilogia della Spada di Ghiaccio

Conscio di attirarmi gli insulti dei sostenitori di manga e comics, sono sempre stato un accanito lettore di Topolino, con una particolare predilezione per le parodie e le grandi saghe che, nel corso degli scorsi decenni, la Disney ha sfornato. Una delle vette più alte è stata la mitica Trilogia della Spada di Ghiaccio, realizzata dal geniale Massimo De Vita tra il 1982 e il 1984 e pubblicata su “Topolino” nel periodo natalizio (e infatti è pieno di riferimenti al Natale, al vischio, alla stella cometa, ai regali). Non so davvero esprimere quanto io sia affezionato a questa saga e quante volte l’abbia letta sin da quando ero bambino: è una grandissima lettura, magica e divertente, superiore alla maggior parte delle saghe fantasy vere e proprie presenti sul mercato, che si è meritata tutta la sua fama di “classico”, e non è un caso che la si continui a ristampare. Si compone di tre storie autoconclusive (Topolino e la Spada di GhiaccioTopolino e il torneo dell’ArgaarTopolino e il ritorno del Principe delle Nebbie) ambientate in un universo fantasy coerente e credibile, l’Argaar, una dimensione parallela a quella della terra alla quale si accede grazie al Piatto dimensionale Zoltan (ribattezzato “fioriera” da Pippo). Si tratta di un continente fantasy molto tolkieniano nella concezione, nella toponomastica e nelle tematiche, che riprende e reinventa luoghi tipici dell’immaginario mitologico-fantastico: impossibile non vedere rimandi al Signore degli Anelli (e a tutto il fantasy a esso collegato) nel viaggio dei nostri eroi Topolino e Pippo insieme ad alcuni compagni per recuperare un oggetto, la mitica Spada di Ghiaccio, e salvare il mondo dal Principe delle Nebbie (che sta nella Valle d’Ombra, è privo di corpo proprio come Sauron ma ha uno scafandro come Darth Vader di Star Wars), così come è impossibile non riscontrare nel saggio Yor la figura del mentore alla Gandalf o del druido Panoramix delle storie di Asterix. Curiosamente, il vero eroe non è Topolino ma Pippo, inizialmente scambiato per il mitico giustiziere Alf (che in passato ha sconfitto il Principe delle Nebbie) ma poi autoproclamatosi “cugino di Alf” in sua vece: ed è proprio Pippo a rivelare doti insospettate (e insospettabili) nella lotta contro gli emissari nel nemico, il cui potere è principalmente basato sull’illusione. Ma è soprattutto nella costruzione del mondo (con tanto di mappa dell’Argaar) che De Vita dimostra l’attenzione ai dettagli, alla geografia e alla cultura dei vari popoli: Ululand, la terra dei pacifici e tarchiati Uli (che in qualche modo ricordano gli hobbit); Zolde, la capitale del regno degli umanoidi Bedi; il Lago dei Misteri, la Palude di Hel, la Foresta dell’Incantesimo, la Frontiera dei Giganti, Utgard capitale del regno dei giganti, il Ponte dell’Arcobaleno, gli immancabili elfi (qui molto più simili ai minuscoli esseri del folklore, non certo a quelli tolkieniani), gli Yarnoni, i Crytofanti, gli yeti di Verkuragon, i nani di Munz. Per non parlare del bestiario: le creature volanti degli emissari che potrebbero ricordare i Nazgûl, i rinoceronti lanuti che hanno qualche problema in fase di frenata, gli ptero-mughi che si cibano di neve e temono il fuoco, il rabbioso cane Garmr che ha solo bisogno di coccole e il disilluso drago Zibibbo, pronto a fornire copia delle sue orecchie ai cavalieri arrivati da lui per ucciderlo. Numerose sono le citazioni della mitologia nordica (lo Jotunheim o il Niflheim, il Corno di Giallar, che come spiega Yor è stato suonato dal dio Heimdall per chiamare gli Aesir alla difesa del mondo), tanto che Pippo esclama trasognato: «Che nomi mitici! Sembra di essere in una favola nordica!»; il tutto, ovviamente, amalgamato alla perfezione con il tono ironico tipico della Disney e numerosi riferimenti metatestuali (Pippo che se la prende con la fantasia di certi soggettisti o il troll Gunni Helm che ammicca al lettore). Se la prima storia è abbastanza canonica nel suo schema fantasy, nella seconda Ululand è diventata meta di turismo e ha conosciuto ricchezza e progresso tecnologico, ma è minacciata dall’esplosione (proprio il giorno di Natale!) del vulcano Gherrod: l’unico modo per fermarlo è gettarci dentro la “gherrotìte”, un minerale cristallino dalle proprietà catalitiche, di proprietà del re di Bedi che ne ha fatto il basamento del proprio treno ed è disposto a disfarsene solo se Pippo vincerà per lui il famoso Torneo dell’Argaar che si tiene ogni 400 anni. Il fantasy è qui contaminato dalla fantascienza, ma la sequenza delle fasi del torneo (che comprende la giostra dello schiaffone del gigante) è veramente spassosa. Infine, la terza storia vede i nostri eroi opporsi nuovamente al Principe delle Nebbie, ridestatosi grazie a un viandante che ha trovato il suo scafandro malvagio e ne è rimasto soggiogato; allo stesso tempo, Topolino deve ritrovare Pluto che è arrivato nella terra dell’Argaar perché il vettore dimensionale è stato inavvertitamente attivato da Minni. Lo scenario cambia ancora perché ora il mondo è coperto da una glaciazione causata dall’eruzione del vulcano Gherrod; particolarmente riuscita è la prova delle domande del Vecchio della Montagna, che Pippo affronta con due dadi in mano e la regola del pari o dispari. A volte la saga è pubblicata insieme a un quarto capitolo, Topolino e la Bella Addormentata nel cosmo, ma è ampiamente trascurabile: la trilogia originale resta davvero insuperabile.

lunedì 8 maggio 2017

Neil Gaiman, Fábio Moon, Gabriel Bá - Come parlare alle ragazze alle feste

Chi non ha mai avuto (e magari li ha tuttora) problemi a parlare a una ragazza o a socializzare a una festa? Da questo spunto parte questo Come parlare alle ragazze alle feste, adattamento a fumetti di Neil Gaiman del suo omonimo racconto (pubblicato sia Il cimitero senza lapidi e altre storie nere sia in Cose fragili) con le tavole acquarellate e coloratissime dei fratelli gemelli brasiliani Fábio Moon e Gabriel Bá, assolutamente perfette per ricreare le atmosfere della prosa gaimaniana. La storia è essenziale: a fine anni Settanta, due amici adolescenti di Croydon (Londra sud) vanno alla festa sbagliata. Enn è un tipo timido che di solito non aggancia nessuna ragazza perché troppo introverso per attaccare bottone, al contrario di Vic che è quello brillante. Questa volta Enn si impegna e fa la conoscenza di tre ragazze che raccontano cose strane e incomprensibili, tra musica, poesia e visioni di altri mondi, finché i nostri due eroi se la danno precipitosamente a gambe, giungendo a casa e scoprendosi più adulti. Un racconto sulla crescita e la difficoltà di rapportarsi con il sesso opposto in un’età cruciale come l’adolescenza, quando le domande sono molte e le risposte quasi inesistenti (come se poi le cose cambiassero…), con in più l’innesto della fantascienza che sulle prime spiazza un po’ ma poi si rivela fondamentale per conferire mistero e disagio a un’avventura che ha tutte le caratteristiche del racconto di formazione: risulta subito chiaro che le ragazze non sono umane ma misteriose “turiste” provenienti da altri mondi ma appaiono in tutto come vere e proprie donne, bellissime, misteriose e seducenti e per questo incomprensibili. La poetica straniante ma ammaliante di Gaiman è talmente raffinata che insinua l’idea che tutte le donne provengano da altri mondi, e forse è proprio così. Ottima l’edizione Bao, che comprende anche bozzetti e studi preparatori delle varie tavole.