giovedì 25 maggio 2017

J.R.R. Tolkien - Il Signore degli Anelli

Chi mi conosce sa che la mia devozione per Tolkien e la Terra di Mezzo va ben al di là del semplice fanatismo, quindi non deve stupire che parli ancora del Signore degli Anelli dopo l’ennesima rilettura (vorrei fare come Christopher Lee, il Saruman della trilogia cinematografica di Peter Jackson, che lo rileggeva integralmente ogni anno), comprensiva di appendici. Tutte le volte che riprendo in mano questo romanzo mi chiedo, come uno dei cavalieri di Rohan al fianco di Éomer, se sto «camminando in un mondo di favole o su verdi praterie alla luce del sole». Inoltre, questa volta la rilettura è arrivata dopo parecchi saggi (nomino solo i migliori: Tolkien autore del secolo di Tom Shippey, Schegge di luce di Verlyn Flieger, Tolkien: un fenomeno culturale di Brian Rosebury, Difendere la Terra di Mezzo di Wu Ming 4 e Santi e pagani nella Terra di Mezzo di Tolkien di Claudio Testi) che hanno irrimediabilmente modificato il mio modo di approcciarmi alla materia, illuminandola di nuova luce. In questi anni ne ho già scritto fin troppo, quindi mi limiterò a enucleare alcuni aspetti che ritengo importanti: 
- La rielaborazione moderna di tematiche e figure prese dalla letteratura medievale e dalle saghe nordiche: Tolkien non si limita a citare e ricalcare in maniera sterile o nostalgica le sue fonti di ispirazione, ma riplasma e riadatta, compiendo una riflessione moderna su grandi temi come la morte, il potere e l’eroismo. Anche riguardo ai personaggi Tolkien parte dalle figure classiche (il re che ritorna, il mago mentore, il prescelto che deve compiere una missione, la regina del bosco incantato, l’amazzone guerriera) per riplasmare nuovi eroi, capaci di parlare alla contemporaneità. Se siete dei nostalgici dell’eroismo dei bei tempi vi piaceranno molto i Rohirrim e la loro logica irriducibilmente guerriera, ma inorridirete per gli hobbit che sono quanto di più diverso possa esistere dagli eroi classici (sono piccoletti e tracagnotti, amano la birra e la buona tavola, indossano il panciotto e hanno i piedi pelosi), e a questo punto avrete problemi con l’intero romanzo perché il punto di vista adottato da Tolkien è proprio quello degli hobbit. Un punto di vista dal basso e periferico (la Contea, la terra dove vivono, e alla periferia della Terra di Mezzo), molto lontano da quello degli algidi elfi o dei nobili uomini, ma non per questo chiuso allo stupore e alla meraviglia, e capace di dire qualcosa a tutti noi ordinary men che, come gli hobbit, possiamo trovare in noi un insospettabile coraggio se messi alle strette.
- La caratteristica degli eroi tolkieniani è la loro fallibilità. Tutti loro hanno successo quando sono umili e accettano di essere imperfetti, ma soprattutto accettano di recitare un ruolo gregario nell’intera vicenda. Non è un caso che Tolkien mostri personaggi che, per la maggior parte del tempo, sono disconnessi l’uno dall’altro, ma che sono sempre condizionati dall’agire altrui, di cui sono assolutamente all’oscuro. La sua è una struttura narrativa affascinante: ciascun gruppo di personaggi non sa cosa stanno facendo gli altri, ma ciò che fanno è continuamente condizionato da azioni di cui non sanno nulla. Forse in tutto questo c’è lo zampino della Provvidenza che orchestra così tutti gli eventi, ma essa non viene mai esplicitamente nominata, e quello che è importante è soprattutto vedere l’affermazione di questo principio gregario. Lo stesso eroe del romanzo è un gregario: non Frodo, che è indubbiamente il protagonista ma non l’eroe perché dal suo viaggio e dalla sua avventura non porta indietro niente (come lui stesso ammette: «Non esiste un vero ritorno. Anche tornato nella Contea, essa non mi parrà più la stessa, perché io sono cambiato. Dove troverò riposo?»), bensì Sam, il giardiniere di umili origini che parte come gregario e spalla dell’eroe ma che finisce per portare (letteralmente) l’eroe sulle spalle. È lui l’eroe che ritorna, che porta indietro qualcosa (le sementi di Galadriel con cui fa rifiorire la Contea), che si sposa, mette al mondo dei figli, ricopre la carica di sindaco, ed è lui che chiude il romanzo con la sua celebre battuta finale «Sono tornato».
- Il tema della scelta: nel romanzo nessuno impone niente, nemmeno Gandalf e Aragorn (che avrebbero l’autorità di farlo), e gli hobbit decidono di farsi carico del grande fardello attraverso il loro libero arbitrio. I personaggi sono continuamente messi di fronte a delle scelte e a delle possibilità e devono continuamente decidere personalmente: spesso sbagliano, ma è importante che decidano. Arrivano perfino a disobbedire, esercitando il loro libero arbitrio, e risultano decisivi (è il caso di Éowyn, di Merry, di Pipino). Per questo chiunque fino alla fine può salvarsi, perfino Gollum: non c’è manicheismo, non c’è predestinazione, non c’è dannazione irrimediabile. Quando la possibilità di esercitare il libero arbitrio viene meno, è allora che sopraggiunge l’ombra e incomincia il percorso verso la corruzione.
- Il male e la corruzione (rappresentata dall’Anello) sono connessi al potere, alla tentazione di usare il potere per perseguire il bene. Così facendo, però, una volta ottenuto il potere, se ne diventa servi. Gandalf con l’Anello sarebbe, per sua stessa ammissione, molto peggio di Sauron, perché eserciterebbe un potere imposto nel nome del bene che si tramuterebbe nel suo contrario e annullerebbe la scelta degli altri. La via più breve è quella sbagliata: si vede che anche Lucas per Star Wars ha attinto molto da Tolkien.
- La presenza di temi cristiani pur nell’assenza di una rivelazione: il romanzo è permeato da valori quali l’amore, la carità verso il prossimo, la pietà verso il colpevole, l’umiltà verso i più deboli, perfino la speranza pur senza la garanzia di redenzione. Contemporaneamente, c’è una continua assistenza della luce nella crescente oscurità: il fuoco in mano di Aragorn, la fiamma di Anor che regge Gandalf, la luce di Eärendil della fiala di Galadriel.
- L’importanza del tempo: l’Anello allunga la vita al suo possessore perché gliela stira, lo fa diventare sempre più sottile («Come del burro spalmato su di una fetta di pane troppo grande», dice Bilbo) fin quasi a diventare uno spettro. Una consunzione lunghissima, un allungamento dell’esistenza ottenuto artificialmente, per cui alla fine ci si riduce come Gollum o i Nazgûl. Tolkien sembra dire che una vita infinitamente lunga non è vita perché non è finita: a ognuno viene concesso un tempo e deve decidere di conseguenza come utilizzare quel tempo, altrimenti la vita non è vita ma artificio. Non è un caso che Tolkien stesso sostenesse che il vero tema del Signore degli Anelli fosse la morte e il desiderio di immortalità: l’uomo ha paura della morte e quindi vorrebbe prolungare la sua vita in maniera indefinita. E non è neppure un caso che nelle Appendici si insista così tanto sul peccato degli uomini di Númenor che hanno osato sfidare il divieto dei Valar di attraversare il mare verso le Terre Imperiture per impadronirsi del segreto della vita eterna, invidiando quella eterna degli elfi. Soltanto la consapevolezza della fine incombente ci permette di scegliere come impiegare la nostra vita («Non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato», come dice Gandalf).
Tutto questo fa del Signore degli Anelli un romanzo fondativo e quindi attuale, che parla a noi e ai nostri tempi aridi e bisognosi di questo tipo di narrazioni.

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