sabato 10 giugno 2017

J.R.R. Tolkien - Beren e Lúthien

Ogni volta che esce un nuovo libro di Tolkien è un evento, nonostante l’autore sia morto da 44 anni. E ultimamente di nuovi libri a nome J.R.R. Tolkien ne sono usciti molti, da La leggenda di Sigurd e Gudrùn a La storia di Kullervo, da La caduta di Artù al Beowulf, tutti curati dal figlio Christopher, sempre accusato di voler speculare sull’opera paterna con operazioni editoriali di dubbia autenticità. In fin dei conti, però, Christopher è l’unico curatore credibile dell’eredità letteraria del padre, data la sua infinita conoscenza della materia e la sua incrollabile passione (in un’intervista ha addirittura dichiarato: «Per quanto strano possa sembrare, io sono cresciuto nel mondo che lui ha creato. Per me, le città del Silmarillion sono molto più reali di Babilonia»), al punto da divenire vero e proprio co-autore delle opere del padre. Ora, arrivato alla veneranda soglia dei 93 anni, passa anche lui la mano, regalandoci questo Beren e Lúthien, un’opera complessa e di difficile lettura ma allo stesso affascinante e imprescindibile per ogni tolkieniano visto che si basa su una storia centrale nel Silmarillion come quella dell’amore tra Beren e Lúthien, un uomo mortale e un’elfa immortale, ostacolati dal destino ma determinati a cambiarlo pur di restare assieme. Proprio i nomi di Beren e Lúthien campeggiano sulle lapidi di Tolkien e della moglie Edith, sotto quelli di battesimo, al Wolvercote Cemetery di Oxford, e basterebbe questo per rivelarci quanto importante fossero questi personaggi per il loro stesso creatore: anche la danza di Lúthien è ispirata a Edith, che un giorno si cimentò per John in un ballo in un piccolo bosco nello Yorkshire che fu la fonte di ispirazione per la scena dell’incontro tra i due protagonisti. Non a caso, è la storia su cui si fonda quella famosissima tra Aragorn e Arwen nel Signore degli Anelli, simbolo di quello che l’amore rappresentava per Tolkien: una relazione autentica che richiede impegno, sacrificio e libera scelta, del tutto distante dal cosiddetto amor cortese e dalla sua idealizzazione della donna. Infatti, pur di sposare Lúthien, Beren accetta dal padre di lei, Thingol, di andare a recuperare un Silmaril dalla corona di Melkor, ma Lúthien non se ne sta a guardare: in una totale inversione della storia d’amore classica, è lei che assume un ruolo attivo e costantemente salva il suo innamorato dai pericoli utilizzando la propria bellezza e le proprie arti (la magia dei suoi capelli, la danza, il canto e l’ingegno). Con il solo aiuto di un cane magico, va a liberarlo dalla prigionia di Sauron e lo cura dalle ferite; insieme recuperano il Silmaril nientemeno che nella fortezza di Melkor ma poi, quando Beren rimane ucciso, lei da sola si spinge fino ai Valar, i quali si commuovono così tanto che le offrono la possibilità di far rivivere il suo innamorato, a condizione che lei accetti di condividerne poi il destino mortale.

Diversamente da quanto fatto dieci anni fa con I figli di Húrin, che utilizzava materiale edito per creare un’opera compatta dal punto di vista narrativo, in questo caso Christopher Tolkien ha compiuto un vero e proprio lavoro filologico, non limitandosi a pescare scritti paterni già editi altrove (nei Racconti perduti, nel Silmarillion e, soprattutto, nella colossale History of Middle-Earth), ma mettendoli in fila e intervenendo con delucidazioni, spiegazioni e interpretazioni personali per spiegare l’evoluzione della vicenda nelle sue diverse redazioni e collocarla all’interno del legendarium tolkieniano. La sua voce si sovrappone così al testo paterno e conduce il lettore nei meandri di questa materia informe e difficilmente riconducibile a una narrazione unica, figuriamoci alla forma romanzo. Senza contare che compare per la prima volta tradotto in italiano, almeno parzialmente, il Lai di Leithian (letteralmente “liberazione dal servaggio”), un poema in metro allitterativo in ottonari accoppiati sul modello del romance medievale, che rivela la passione del filologo Tolkien per la sua materia di studi ma che non è certo un genere editoriale di successo e nemmeno di facile lettura al giorno d’oggi. Oltretutto, il Lai, incompiuto, è sì incentrato proprio sulla storia di Beren e Lúthien, ma include altri eventi come la guerra dei Silmaril, la maledizione di Fëanor e il duello tra Fingolfin e Morgoth, quindi è facile intuire come la lettura di questo libro sia estremamente difficile per tutti perché suppone una buona conoscenza del legendarium. In caso contrario è meglio lasciar perdere. Allo stesso tempo però si tratta di un libro affascinante per farsi un’idea di come Tolkien lavorava e di cosa riuscisse a partorire la sua fantasia, e un vero fan non dovrebbe in alcun modo lasciarselo scappare. La stessa vicenda non può avere una fine compiuta perché il Silmaril, fatto incastonare da Thingol ai nani per formare una splendida collana, la Nauglamír, perpetuerà la sua maledizione per il possesso causando uno scontro fra nani ed elfi. Ma allora qual è il servaggio da cui la vicenda di Beren e Lúthien ha liberato? Verlyn Flieger ne ha dato un’interpretazione nel suo bellissimo Schegge di luce: la scelta di Lúthien allontana la sua vita dal destino immortale degli elfi e la congiunge a quello mortale degli uomini. Gli elfi, incapaci di morire e legati alla vita, sono asserviti a una vita senza fine; gli uomini, al contrario, possono attraverso la morte staccarsi dalla vita ed essere liberati dalla schiavitù del mondo. Dalla loro unione nasce una diversa razza, quella dei mezzelfi, che possono scegliere a quale destino appartenere, ed è proprio da questa discendenza che la vicenda dei Silmaril e della maledizione di Fëanor troverà una conclusione positiva e insperata.

Molte sono, come detto, le variazioni presenti nelle singole stesure del mito, a cominciare dai nomi (Tinwelint per Thingol e Gwendeling per Melian, Melko per Melkor e Angamandi per Angband) e dalla natura di Beren, che cambia da uomo a elfo e di nuovo a uomo nell’arco degli anni. Stupisce anche l’utilizzo della parola “gnomi” al posto di Noldor, intesa come sinonimo di conoscenza e quindi in nessun caso da confondere con gli gnomi del folklore. La cosa forse più interessante è che nel Racconto di Thinúviel dai Racconti perduti al posto di Sauron troviamo Tevildo, Principe dei Gatti al servizio di Melko, nelle cui cucine Beren è costretto a lavorare come sguattero finché Lúthien non giunge con uno stratagemma a liberarlo; secondo Christopher Tolkien, non si può parlare di una derivazione diretta in quanto i personaggi non hanno nulla in comune, se in il ruolo da loro svolto nella vicenda: infatti il luogotenente di Morgoth non presenta in alcun modo caratteri di derivazione felina, ma viene presentato piuttosto come Thû, signore dei lupi mannari, non più circondato da gatti dai curiosi nomi elfici.

Una parola sul volume: è semplicemente fantastico. Presenta disegni e acquerelli inediti di Alan Lee, che già aveva curato I figli di Húrin (per non parlare delle edizioni illustrate de Lo hobbit e del Signore degli Anelli) ed è ben conosciuto dai fan dei film di Peter Jackson. Sono illustrazioni che fanno sognare e aumentano la sensazione di trovarsi in un altro mondo, quello in cui tutti noi fan di Tolkien vorremmo vivere.

giovedì 8 giugno 2017

George R.R. Martin - Armageddon Rag

Ben prima di essere considerato una divinità del mondo fantasy e di venire eletto successore di J.R.R. Tolkien grazie alla sua serie Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (o sarebbe meglio dire Il trono di spade, visto che mai avrebbe ottenuto la stessa visibilità se non fosse stata realizzata questa serie televisiva), c’è stato un periodo nel quale George R.R. Martin vivacchiava come scrittore in cerca di successo. Nel 1983 ci provò con questo Armageddon Rag, atipico thriller che non venne capito, vendette pochissimo e rischiò addirittura di stroncare la sua carriera, ma che è molto interessante per come dipinge la relazione tra musica rock e rivoluzione politica e tra le speranze e le delusioni di un’intera generazione. Woodstock, il flower power, il Movimento, gli hippies, il Vietnam, le manifestazioni, i diritti civili: questo è lo scenario che dobbiamo tenere presente, un’epoca in cui la musica era la prima forma di creatività e soprattutto un linguaggio comune riconosciuto dai giovani di tutto il mondo per pensare di cambiare le cose. Con il piccolo particolare che nel romanzo siamo all’inizio degli anni Ottanta, in pieno edonismo reaganiano, dopo il crollo degli ideali di oltre un decennio prima avvenuto con l’elezione di Nixon, e che i protagonisti dell’epoca sono scomparsi: come sempre, i più furbi hanno cambiato bandiera e fatto carriera, gli altri sono rimasti delusi. Il protagonista del romanzo è proprio un fricchettone di quegli anni, Sandy Blair, ex militante e critico musicale di una rivista di punta del settore, ora riciclatosi scrittore ma in piena crisi creativa (è arenato da tempo a pagina 37 del suo nuovo romanzo ed è pronto ad approfittare di qualsiasi via di fuga per sfuggire al vicolo cieco rappresentato dalla sua storia e dalla sua vita). Il suo vecchio direttore lo ingaggia per scrivere un pezzo sull’efferato omicidio del vecchio promoter dei Nazgûl, immaginario quartetto rock il cui leader è stato ucciso con una fucilata durante un concerto nel 1971 mettendo la parola fine alla loro musica e a un’era. Il nome della band, ovviamente, così come il soprannome del cantante (Pat Hobbins detto Hobbit) sono presi direttamente dal Signore degli Anelli di Tolkien, libro cardine del Movimento negli Stati Uniti e vero e proprio simbolo delle speranze di quel periodo (alla faccia di chi in Italia lo considera ancora un libro fascista). Sandy si mette in viaggio per incontrare i membri sopravvissuti e altre sue conoscenze dell’epoca, si imbatte in un altro fatto di cronaca (il bar dell’ex batterista viene dato alle fiamme) ed entra in contatto con un altro personaggio, uno stregone-rivoluzionario appartenente alle frange più estremiste del Movimento, che prende sul serio i testi profetico-apocalittici dei Nazgûl e vuole organizzare la reunion del gruppo grazie a un sosia di Hobbins e realizzare una nuova rivoluzione attraverso l’evento sacrificale dell’omicidio di un’icona del rock. E la cosa potrebbe anche riuscirgli, visto che, dopo le prime scalcinate esibizioni, i Nazgûl cominciano a carburare e il sosia di Hobbins sembra sempre più posseduto dallo spirito del suo predecessore. Nel suo viaggio, Sandy rivive tutti i sogni, le speranze e gli incubi che sono rimasti sepolti nel suo subconscio, tanto che inizia ad avere visioni e allucinazioni sempre più cupe che portano il romanzo verso l’onirico, il soprannaturale e l’orrore. Tra citazioni di Beatles, Jimi Hendrix, Doors, Grateful Dead e Creedence Clearwater Revival, Martin ricostruisce in maniera credibile le psicologie dei musicisti, le dinamiche all’interno della band e la vita on the road all’insegna del sesso droga e rock’n’roll, si inventa credibilissime lyrics, copertine di dischi e scalette di concerti (delle vere chicche per gli appassionati, quando la musica non era liquida), abbonda di simboli (l’amico Slum, vittima delle violenze di un padre fascista, e l’album Music to Wake the Dead, “musica per risvegliare i morti”, l’immaginario album dei Nazgûl al cui interno si trova la canzone Armageddon/Resurrection Rag, cardine di tutta la vicenda) e inserisce amare riflessioni sui tempi che cambiano e la società che non è più la stessa, le nuove generazioni che non capiscono le vecchie (e viceversa), la musica che ormai ha perso qualsiasi carica politica, i limiti del radicalismo, del fanatismo e dell’idealismo. Il finale è forse un po’ buonista e poco coraggioso, ma è comunque in linea con la poetica tolkieniana, molto più di quanto sono tutte Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: non è possibile tornare indietro e invertire il corso del tempo e della storia, perché i tempi sono effettivamente cambiati e quindi bisogna recuperare dal passato quanto c’è di buono per ripartire e cambiare veramente il mondo intorno a noi. Per quanti non possono fare a meno di innamorarsi di donne belle e stronze, Ananda è davvero un bell’esemplare.