giovedì 8 giugno 2017

George R.R. Martin - Armageddon Rag

Ben prima di essere considerato una divinità del mondo fantasy e di venire eletto successore di J.R.R. Tolkien grazie alla sua serie Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (o sarebbe meglio dire Il trono di spade, visto che mai avrebbe ottenuto la stessa visibilità se non fosse stata realizzata questa serie televisiva), c’è stato un periodo nel quale George R.R. Martin vivacchiava come scrittore in cerca di successo. Nel 1983 ci provò con questo Armageddon Rag, atipico thriller che non venne capito, vendette pochissimo e rischiò addirittura di stroncare la sua carriera, ma che è molto interessante per come dipinge la relazione tra musica rock e rivoluzione politica e tra le speranze e le delusioni di un’intera generazione. Woodstock, il flower power, il Movimento, gli hippies, il Vietnam, le manifestazioni, i diritti civili: questo è lo scenario che dobbiamo tenere presente, un’epoca in cui la musica era la prima forma di creatività e soprattutto un linguaggio comune riconosciuto dai giovani di tutto il mondo per pensare di cambiare le cose. Con il piccolo particolare che nel romanzo siamo all’inizio degli anni Ottanta, in pieno edonismo reaganiano, dopo il crollo degli ideali di oltre un decennio prima avvenuto con l’elezione di Nixon, e che i protagonisti dell’epoca sono scomparsi: come sempre, i più furbi hanno cambiato bandiera e fatto carriera, gli altri sono rimasti delusi. Il protagonista del romanzo è proprio un fricchettone di quegli anni, Sandy Blair, ex militante e critico musicale di una rivista di punta del settore, ora riciclatosi scrittore ma in piena crisi creativa (è arenato da tempo a pagina 37 del suo nuovo romanzo ed è pronto ad approfittare di qualsiasi via di fuga per sfuggire al vicolo cieco rappresentato dalla sua storia e dalla sua vita). Il suo vecchio direttore lo ingaggia per scrivere un pezzo sull’efferato omicidio del vecchio promoter dei Nazgûl, immaginario quartetto rock il cui leader è stato ucciso con una fucilata durante un concerto nel 1971 mettendo la parola fine alla loro musica e a un’era. Il nome della band, ovviamente, così come il soprannome del cantante (Pat Hobbins detto Hobbit) sono presi direttamente dal Signore degli Anelli di Tolkien, libro cardine del Movimento negli Stati Uniti e vero e proprio simbolo delle speranze di quel periodo (alla faccia di chi in Italia lo considera ancora un libro fascista). Sandy si mette in viaggio per incontrare i membri sopravvissuti e altre sue conoscenze dell’epoca, si imbatte in un altro fatto di cronaca (il bar dell’ex batterista viene dato alle fiamme) ed entra in contatto con un altro personaggio, uno stregone-rivoluzionario appartenente alle frange più estremiste del Movimento, che prende sul serio i testi profetico-apocalittici dei Nazgûl e vuole organizzare la reunion del gruppo grazie a un sosia di Hobbins e realizzare una nuova rivoluzione attraverso l’evento sacrificale dell’omicidio di un’icona del rock. E la cosa potrebbe anche riuscirgli, visto che, dopo le prime scalcinate esibizioni, i Nazgûl cominciano a carburare e il sosia di Hobbins sembra sempre più posseduto dallo spirito del suo predecessore. Nel suo viaggio, Sandy rivive tutti i sogni, le speranze e gli incubi che sono rimasti sepolti nel suo subconscio, tanto che inizia ad avere visioni e allucinazioni sempre più cupe che portano il romanzo verso l’onirico, il soprannaturale e l’orrore. Tra citazioni di Beatles, Jimi Hendrix, Doors, Grateful Dead e Creedence Clearwater Revival, Martin ricostruisce in maniera credibile le psicologie dei musicisti, le dinamiche all’interno della band e la vita on the road all’insegna del sesso droga e rock’n’roll, si inventa credibilissime lyrics, copertine di dischi e scalette di concerti (delle vere chicche per gli appassionati, quando la musica non era liquida), abbonda di simboli (l’amico Slum, vittima delle violenze di un padre fascista, e l’album Music to Wake the Dead, “musica per risvegliare i morti”, l’immaginario album dei Nazgûl al cui interno si trova la canzone Armageddon/Resurrection Rag, cardine di tutta la vicenda) e inserisce amare riflessioni sui tempi che cambiano e la società che non è più la stessa, le nuove generazioni che non capiscono le vecchie (e viceversa), la musica che ormai ha perso qualsiasi carica politica, i limiti del radicalismo, del fanatismo e dell’idealismo. Il finale è forse un po’ buonista e poco coraggioso, ma è comunque in linea con la poetica tolkieniana, molto più di quanto sono tutte Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: non è possibile tornare indietro e invertire il corso del tempo e della storia, perché i tempi sono effettivamente cambiati e quindi bisogna recuperare dal passato quanto c’è di buono per ripartire e cambiare veramente il mondo intorno a noi. Per quanti non possono fare a meno di innamorarsi di donne belle e stronze, Ananda è davvero un bell’esemplare.

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