giovedì 3 agosto 2017

Paul Stanley - Dietro la maschera

I Kiss! Pacchiani, ridicoli, esagerati e parruccatissimi, ma capaci di vendere milioni di dischi e pupazzetti, sbancare le classifiche e riempire stadi da più di 40 anni. Nonostante la maggior parte delle persone li conosca come un grande circo e per il loro look leggendario, sono sempre stati autori di un hard rock facile e disimpegnato rimanendo una garanzia, anche oggi che hanno superato la sessantina e sono passati attraverso scioglimenti, reunion con o senza make-up. Non faccio fatica ad ammettere di averli sempre ascoltati e amati, figuriamoci se mi faccio problemi a dire di aver divorato questa autobiografia del mio Kiss preferito, Paul Stanley, il chitarrista-cantante con la stella disegnata sul viso che, insieme al bassista Gene Simmons (quello con la lingua lunga, vestito da demone-vampiro), ha guidato il gruppo attraverso le diverse decadi. E diciamolo subito: si tratta di un grande libro, anche di formato visto che si parla di 400 pagine, tradotte per le Edizioni Tsunami da Barbara Caserta, che ricordo super fan dei Kiss sulle pagine di “Rock Hard”. Quello di Stanley (coadiuvato dal giornalista e scrittore Tim Mohr) è un viaggio terapeutico per mettersi completamente a nudo e raccontare i suoi successi ma anche i suoi fallimenti, le sue frustrazioni e le sue paure, partendo dalla menomazione congenita, la microtia, che fin dalla nascita l’ha reso sordo da una parte e privo di un orecchio; ebreo di nascita, con dei genitori anaffettivi, a scuola veniva trattato come un mostro deforme da cui fuggire. Se a questo aggiungiamo una sorella drogata e affetta da problemi psichiatrici, capiamo che non deve essere stata una vita agevole. All’improvviso la folgorazione: la musica (quando ancora questa rappresentava qualcosa, almeno la principale forma di creatività e un linguaggio condiviso a livello planetario), l’idea di riscattarsi grazie a essa e di dimostrare di essere il migliore, l’incontro con Gene Simmons, la formazione dei Kiss insieme al batterista Peter Chriss e al chitarrista Ace Frehley. Proprio verso questi ultimi due non vengono risparmiati affondi: Peter talmente limitato tecnicamente da essere incapace di suonare le stesse parti uguali per due volte consecutive, Ace talentuoso e raffinato ma indolente e privo di forza di volontà. Nonostante tutto ecco il successo: dischi di platino come Alive e Destroyer, tour pirotecnici, groupie affamate ogni sera nel backstage o in albergo, droga che viene offerta a fiumi e porta Peter alla dipendenza (Ace invece è sempre stato pesantemente dedito all’alcol). Stanley non omette le sue debolezze: niente droga né alcol, ma tanto sesso occasionale con migliaia di donne disponibili o compiacenti, Pet di Penthouse e Conigliette di Playboy, che tuttavia non hanno lenito le sue sofferenze visto che, una volta spente le luci del palco e dismessi i panni dello Starchild, il nostro si ritrovava solo e manteneva il senso di inadeguatezza che l’ha sempre perseguitato. Ecco quindi la decisione di sistemarsi e affrontare i suoi problemi, la scoperta della terapia analitica, della pittura e della cucina, l’interpretazione come protagonista nel musical Il Fantasma dell’Opera, l’impegno nell’aiutare i bambini affetti da deformità fisiche, il matrimonio (uno finito male, l’altro riuscitissimo), la nascita dei figli, tanto che alla fine il suo racconto finisce per assomigliare a un elogio delle piccole cose. Per gli amanti dei Kiss il libro è una miniera di aneddoti: gli esordi con Ace Frehley che, in mancanza di alcol, si scola l’acqua di colonia di Stanley; l’invenzione del merchandising dei Kiss; le accuse di disco-dance per I Was Made For Lovin’ You; il fiasco del tour di Creatures of the Night; il periodo unmasked; la reunion del 1996 e i vecchi problemi che si ripresentano amplificati; la decisione di ripartire con altri membri per dimostrare di essere migliori. I Kiss sono sempre stati la sua creatura e il suo impegno, mettendoci sacrificio e fatica, e per questo Stanley critica Chriss e Frehley e non accetta di essere messo in secondo piano rispetto a Simmons: anzi, proprio nei confronti del suo socio e “fratello” si riserva numerose critiche, a causa del suo egoismo e della sua scarsa professionalità in alcuni frangenti (ha usato più volte il logo Kiss per suoi affari personali senza chiedere il permesso, non si è presentato in sala d’incisione o si è presentato con canzoni scritte da altri, ha preteso il ruolo di coproduttore). Per i fan dei Kiss un libro da non lasciarsi sfuggire, indicato però anche per chi tende a sottovalutare i nostri come un innocuo e superficiale carro allegorico: magari potrebbero sul serio cambiare idea.