mercoledì 27 settembre 2017

Jo Nesbø - Il pettirosso

Il giallo scandinavo va fortissimo da anni, e non solo per quanto riguarda la Svezia (Stieg Larsson, Camilla Läckberg, Henning Mankell): uno degli autori maggiormente baciati dal successo internazionale è il norvegese Jo Nesbø, personaggio poliedrico (è stato musicista, attore, giornalista, calciatore nel Molde e broker in borsa) che ha scritto numerosi romanzi attorno a tre personaggi principali. Uno di essi è questo Il pettirosso, terzo romanzo (anche se in Italia è uscito per primo) della serie di Harry Hole, giovane poliziotto atletico ma con qualche problema caratteriale e di alcolismo, sfigato con le donne e per questo umano: un antieroe ideale, un loser con una propria moralità al di là di tutte le sue difficoltà relazionali, protagonista perfetto di un poliziesco che tutti gli ingredienti del noir. L’unica che riesce ad avere a che fare con lui è la collega Ellen, che però a un certo punto viene brutalmente ammazzata. Promosso da ispettore a commissario del POT (il Servizio di Sicurezza della Polizia) per essersi reso protagonista involontario di una sparatoria con un agente segreto degli Stati Uniti che sorvegliava il presidente Clinton in visita nella capitale norvegese, Harry si imbatte nel ritrovamento di alcuni bossoli di un Märklin, fucile di precisione tedesco carissimo e poco diffuso (ne sono stati costruiti solo 300 esemplari), e teme un attentato in occasione del Giorno dell’indipendenza. Ambientata tra il 1999 e il 2000, l’indagine si sovrappone alla storia di un gruppo di soldati norvegesi che hanno partecipato all’assedio di Leningrado a fianco dei nazisti e il cui gruppo è stato sfaldato da uno strano omicidio e da una diserzione; ora, 60 anni dopo, ormai anziani, muoiono in circostanze oscure. Il lettore rischia di venire spiazzato dai numerosi salti temporali e dalla sfilza di nomi norvegesi che compiono in rapida successione e che possono effettivamente risultare ostici, ma chi si arrende si perde sicuramente qualcosa: come tutti i giallisti scandinavi, Nesbø getta uno sguardo per nulla benevolo nei confronti della Norvegia e della sua cattiva coscienza, affrontando la spinosissima questione del collaborazionismo durante la Seconda Guerra Mondiale e del rapidissimo tentativo di rimuovere le proprie responsabilità storiche e morali (chi si è schierato a fianco dei nazisti al suo rientro in patria si è trovato a fronteggiare un’accusa di alto tradimento e il carcere), fino alla deriva attuale del neonazismo (teste rasate, tatuaggi con la svastica e poster di Burzum in camera). Il marcio della società si respira soprattutto nel modo di comportarsi, in particolare da parte di chi detiene il potere, attraverso silenzi e ricatti, ed è significativo che l’unico ad agire in maniera limpida, costellando volutamente la strada di indizi, sia proprio il “cattivo” della storia (facilmente identificabile all’interno del romanzo, non per questo a scapito della tensione narrativa). A questo si aggiungono l’esperienza bellica, le illusioni giovanili (i tedeschi come parte giusta in cui stare contro i russi comunisti), la coerenza verso gli ideali, la violenza che cambia indelebilmente («C’era un uomo al fronte che chiamavamo Pettirosso. Proprio come l’uccello. Mi aveva spiegato che la baionetta è il sistema più umano per uccidere qualcuno. La carotide collega direttamente il cuore al cervello, quando la si recide il cervello si svuota di ossigeno e la vittima diventa subito cerebralmente morta»). L’autore coniuga e alterna passato e presente, intuizioni geniali e scoperte casuali, risolve la vicenda gialla (la trama verticale) ma lascia insoluto l’omicidio della collega Ellen (la trama orizzontale), proprio come nella serialità televisiva (non dimentichiamo che Il pettirosso è il terzo di una serie di romanzi); soprattutto, alterna toni neri a toni rosa, perché racconta ben due storie d’amore, quella del passato tra Urias e Helena (costretta a sposare un altro) e quella del presente tra Harry e Rakel (già sposata con un russo e ambita da un superiore), entrambe a loro modo toccanti.   

martedì 19 settembre 2017

Alexandre Dumas - Il colpo di Stato. I Bianchi e i Blu - Parte III

Al di là di ogni scetticismo, la pubblicazione de I Bianchi e i Blu di Alexandre Dumas arriva al terzo volume e ora ne manca solo uno per vederne la conclusione (e arriverà prima del previsto). Per tutti quelli che protestano perché avrebbero preferito un volume unico con le quattro parti tutte insieme e disprezzano il cattivo costume dell’editoria italiana di dividere in più parti le edizioni straniere, il sottoscritto (che è anche il curatore dell’opera) ricorda che è già un miracolo avercela fatta così, vista l’impossibilità di pubblicare un tomo da 800 pagine per una piccola realtà come Gondolin e l’interesse non esattamente smisurato per un libro del genere (si tratta pur sempre di un’opera minore, non certo del ciclo dei Moschettieri o del Conte di Montecristo). Inoltre Dumas scriveva sui giornali, e la struttura de I Bianchi e i Blu permette una separazione in quattro diversi capitoli, costituendo ognuna delle sue parti un nucleo narrativo a sé stante, separato nel tempo, con personaggi che ricompaiono o spariscono. Dopo il fallito attacco alla Convenzione del 13 vendemmiaio dell’anno IV (5 ottobre 1795) raccontato in Attacco alla Convenzione, ne Il colpo di Stato Dumas racconta, come sempre in forma romanzata, le tensioni e i complotti interni al Direttorio, che in teoria avrebbe dovuto assicurare alla Francia la stabilità ma che in realtà sta portando allo scoperto le tensioni accumulate negli anni precedenti, ormai pronte a deflagrare. Il titolo allude al colpo di Stato del 18 fruttidoro dell’anno V (4 settembre 1797) organizzato da tre dei cinque membri del Direttorio con il sostegno dell’esercito: i generali, tra i quali Napoleone, si schierano su diverse posizioni, a seconda del proprio tornaconto personale (e Napoleone è troppo scaltro per scoprirsi troppo, giudicando non essere ancora arrivato il momento per un’azione personale). Nel frattempo, la provincia è scossa dalla reazione monarchica, soprattutto grazie ai Compagni di Jéhu, società segreta comandata dall’inflessibile Morgan che si occupa di procurare ai ribelli della Controrivoluzione i soldati necessari per l’armata. Proprio l’inizio, con l’arrivo di un misterioso viaggiatore, che si rivela essere la nostra vecchia conoscenza Coster de Saint-Victor, alla certosa di Seillon, covo dei Compagni, è narrativamente straordinario: i Compagni non conoscono misericordia nei confronti dei loro membri traditori, neppure se hanno ceduto alla tortura, e ne uccidono giustappunto uno mediante un coltello a forma di croce perché il condannato possa baciarlo al momento di morire in mancanza di un crocifisso. Contemporaneamente, la giovane Diana de Fargas, sorella del condannato giustiziato, parte per la Bretagna con un lasciapassare firmato di suo pugno da Barras (uno dei direttori) e conduce un complesso gioco tra le diverse fazioni in lotta per realizzare la sua vendetta: si imbatte in Coster, si unisce agli scioani capitanati da Cadoudal e allo scontro di questi con le forze della Repubblica. Proprio qui le forze nemiche stringono una singolare alleanza per giustiziare il fanatico François Goulin, annegatore di nemici della Rivoluzione e capace di replicare all’orrore di Diana di fronte alla vista della ghigliottina: «Vorrei sapere chi è l’aristocratico che parla con così poco rispetto dello strumento che ha contribuito maggiormente al progresso umano dopo l’aratro». Per il resto, grande spazio viene dedicato alla vita militare e agli episodi di colore come il duello tra Faraud e Falou (già incontrati nell’Armata del Reno) a proposito della disputa tra signore e cittadino e quindi del voi e del tu con cui rivolgersi agli altri (tu e cittadino sono rivoluzionari, signore e voi monarchici). C’è poi una sezione su Avignone, città papale invasa dalla Rivoluzione, che gronda letteralmente sangue: in episodi come quelli del poveraccio massacrato sui gradini dell’altare, dell’uccisione del conte di Fargas e del massacro dei rifugiati nella torre Trouillasse (ottenuta dietro la somministrazione di eccitanti al popolaccio per renderlo rabbioso), Dumas è incredibilmente efficace nel ritrarre la violenza del popolo, gli inganni perpetrati da chi detiene il potere, la meschinità dei carnefici. Soprattutto, ammette chiaramente di essere sempre stato attratto dai vinti e di essersi rivolto a loro, avvertendo il bisogno «se non di riabilitare, almeno di attirare la pietà delle generazioni che verranno sugli uomini che per esse si sono sacrificati»: per questo si sofferma a lungo sul doloroso viaggio e l’agonia dei prigionieri del colpo di Stato, costretti a privazioni indicibili e alla fine condannati alla deportazione, non solo compatendoli ma trasformandoli addirittura in eroi. 

mercoledì 13 settembre 2017

Stephen King - L'ombra dello scorpione

Nei confronti di Stephen King ho purtroppo un rapporto di totale indifferenza: di suo ho letto solo 22/11/’63 e, sebbene mi sia piaciuto molto, mi sono fermato lì. Tuttavia ho deciso di affrontare L’ombra dello scorpione, da molti considerato uno dei suoi capolavori indiscussi, librone dalle dimensioni ciclopiche (mille pagine) che è stato tra l’altro integrato anni dallo stesso King con altri dettagli e spiegazioni per risultare ancora più organico all’interno del suo universo espanso. Ebbene, non mi ha entusiasmato e in molti punti sono stato sul punto di abbandonarne la lettura. Alla fine ce l’ho fatta, ci ho messo svariati mesi, ma l’ho finito. La premessa è arcinota: un virus chiamato “Captain Trips” sfugge da un laboratorio segreto (metafora dell’uomo che crea le armi con cui uccide se stesso) e spazza via il 99% della popolazione mondiale nel giro di poche settimane. Non è un horror, o meglio lo è solo in parte, e appare più vicino alla fantascienza catastrofica per l’idea del virus letale che spopola il pianeta e azzera la società, riportando gli uomini a livello di microcomunità in lotta fra loro per la sopravvivenza. Per questo si tratta di un romanzo corale, senza protagonisti, che presenta moltissimi personaggi, tutti accomunati dalla disperazione ma anche dalla voglia di ricominciare (molti hanno alle spalle una vita già di per se stessa fallimentare): non sono tutti buoni, ovviamente, ma sono sopravvissuti per un’imponderabile scelta del destino. Solo pochi fortunati infatti restano in vita in un’America devastata dopo la palingenesi e di notte sono visitati da sogni che li portano a incontrarsi dietro il richiamo di due personaggi, una donna nera ultracentenaria, Mother Abagail (che parla con il Signore), e di un misterioso Uomo Nero, Randall Flagg, un demonio senza volto di cui si vedono solo gli occhi infuocati: i seguaci dell’anziana si ritrovano nella cittadina di Boulder in Colorado e formano una Zona Libera, gli altri si ritrovano a Las Vegas (che metafora!) agli ordini di Flagg, che reintroduce la pratica della crocefissione e fa arrivare (come una nostra vecchia conoscenza) i treni in orario. La trama quindi potrebbe frettolosamente essere bollata come “l’ennesima riproposizione della lotta del bene contro il male” (formula che riscuote sempre un certo successo) e ci sono elementi da romanzo fantastico come il sogno e la preveggenza, ma in realtà c’è molto di più: il romanzo si basa sull’idea è che l’essere umano è un animale sociale e infatti ricrea subito la società con una forma elementare di governo, sul modello di quello precedente alla catastrofe, quindi la Costituzione americana, con un comitato e le riunioni dei cittadini. Non a caso il titolo originale è The Stand, letteralmente “la resistenza”, ben diverso dal titolo italiano che è incentrato esclusivamente su Flagg («Lui non muore mai. […] È nei lupi, cavoli, sì. I corvi. I serpenti a sonagli. L’ombra del gufo a mezzanotte e lo scorpione a mezzogiorno»). Grande spazio è dedicato (soprattutto grazie al personaggio di Glen Bateman) ai ragionamenti sulla divisione del potere, sulla necessità di ricorrere all’ordine, sullo spazio da dare alla religione nella società e nel governo, sul rischio che qualcuno metta le mani sugli armamenti, sulle responsabilità di cui è insignito chi detiene il potere, sempre tenendo ben presente che King è americano fino al midollo e quindi riprende l’immortale tematica della Frontiera e dei valori dei Padri Pellegrini. Ovviamente, siccome in ogni storia che si rispetti è necessario il conflitto, una delle due società che si sono venute a creare cercherà di dominare l’altra, e la società minacciata si renderà conto di dover reagire concretamente: di fronte al male c’è poco da mediare e se si vuole resistere all’Uomo Nero bisogna rinunciare alla trasparenza e ricorrere a dei sotterfugi (e infatti vengono mandate delle spie). Insomma, la libertà si mantiene a un prezzo, anche molto salato. Oltretutto sappiamo che i cosiddetti “buoni” non sono poi così buoni, ma ognuno è un mix di bene e male e si porta un doloroso fardello (e anche i cattivi hanno il loro bel passato di umiliazioni e soprusi, come il piromane Pattumane), quindi sono i personaggi ideali per affrontare questo tipo di problematica. Infatti i migliori sono proprio quelli più tormentati, come il cantante sulla via della perdizione Larry Underwood (che ha pubblicato una sola canzone e si sente sempre in dovere di dimostrare qualcosa), oppure quelli borderline, che si trovano da una parte della barricata ma che agiscono per l’altra per una qualche ragione, come il viscido Harold Lauder (mosso dalla frustrazione amorosa e dalla vendetta) e l’ambigua Nadine Cross (predestinata a essere la sposa di Randall Flagg e quindi malvagia per forza); ecco, loro mi sono piaciuti di più di eroi più canonici e tutti d’un pezzo come Stu Redman e Nick Andros. Il registro linguistico adottato è molto vario, per quanto suppongo sia stato difficile renderlo nella traduzione italiana: si va dal trattato di sociologia alle scurrilità più becere, con una prevalenza di queste ultime. Tutto sta nel credito che concederete ai personaggi e nella simpatia che riusciranno a suscitare in voi. Con me non hanno avuto una gran fortuna.

lunedì 11 settembre 2017

Alan Moore, Jacen Burrows - Neonomicon

Quando si parla di Alan Moore bisogna sempre stare attenti. Se si considera la sua intelligenza, la sua profondità e quanto prodotto (stando almeno a quel che ho letto io, cioè WatchmenFrom HellV for Vendetta e La lega degli straordinari gentlemen), è un assoluto genio. Quindi un suo incontro con Lovecraft (autore di culto che ha influito su legioni di autori contemporanei, venendo citato più di quanto comunemente si crede) lasciava sperare grandi cose. Purtroppo, per quanto mi riguarda, questo Neonomicon, realizzato con Jacen Burrows (disegni), si è rivelato una parziale delusione e ha confermato, una volta di più, quanto sia difficile approcciare Lovecraft al fumetto. Il suo orrore cosmico, ibrido e degenerato, è in bilico tra diverse dimensioni ed è quindi indescrivibile secondo le leggi della normale fisica, tanto che l’uomo ne è irrimediabilmente sopraffatto al punto di cadere nella follia e nell’alienazione. Il tratto di Burrows, per quanto possa piacere, è molto fisico e si pone esattamente all’opposto di tutto questo, dando una fisicità all’orrore di Lovecraft che può spiazzare. L’opera si compone di un antefatto, Il cortile, e del Neonomicon vero e proprio. L’antefatto racconta la discesa nell’abisso (cosa questa molto lovecraftiana) dell’agente dell’FBI Aldo Sax che indaga su una serie di 15 efferati omicidi perpetuati con lo stesso modus operandi da tre diversi assassini che hanno in comune l’aver frequentato il Club Zothique (nome tratto da Clark Ashton Smith) situato nel distretto di Red Hook (da un racconto di Lovecraft). Come sempre in Moore, le citazioni palesi abbondano, da Lovecraft e da altri: il gruppo musicale si chiama gli Ulthar Cats, che ha una cantante-chitarrista di nome Randolph Carter e che suona un pezzo intitolato Le variazioni Zann, la droga su cui si indaga (e che poi droga non è) si chiama Aklo, si parla di una misteriosa polvere bianca (dai racconti di Arthur Machen) e il pusher è Johnny Carcosa (dal nome della città di Robert W. Chambers, quella citata in True Detective). La seconda parte vede l’agente dell’FBI Merril Brears, ninfomane dichiarata ed esperta di letteratura (e di Lovecraft in particolare) che, insieme al suo collega, indaga sulla follia di Sax: i due arrivano a Salem e si infiltrano nella rete degli amanti dell’occulto dediti a cerimonie sessuali crowleiane in una vasca sotterranea. L’orrore da psicologico diventa fisico: lei vede il suo partner ucciso a colpi di arma da fuoco, poi viene violentata dai cultisti e posseduta da una creatura marina lovecraftiana senza vederla bene perché è stata privata delle lenti a contatto, quindi le recupera e scopre l’orribile verità. I disegni sono notevoli nel rappresentare il decisivo contatto con l’orrore quando l’aspetto di Merril passa dall’essere una maschera grottesca di disperazione (con il trucco in disfacimento) al recuperare una certa bellezza e una relativa compostezza dopo aver stabilito un contatto con l’orrore, a suggerire l’allentarsi della tensione fisica. Così ci si accorge che, seguendo questa strada, Moore e Burrows hanno tradito scientemente e volutamente il canone lovecraftiano: la dimensione onirica tipica del Solitario di Providence è affidata al personaggio di Carcosa, che parla con la zeppola, ha un fazzoletto davanti alla bocca e compare spesso in sogno, e viene mantenuta l’idea della lingua come passaggio alla dimensione parallela dell’orrore cosmico così come quella del possibile arrivo dei Grandi Antichi sulla Terra. I testi di Moore sono più scarni e diretti, meno letterari del solito, e dicono esplicitamente che le invenzioni di Lovecraft sono di tipo sessuale, metafore del suo erotismo deviato (la mamma lo vestiva da bambina ed ebbe rapporti difficili con le donne al punto che, con sua moglie, faceva l’amore completamente vestito). Per il resto l’opera mescola gotico, post-punk e pornografia underground, senza mai catturare. Forse però sono io che sono troppo esigente. 

domenica 10 settembre 2017

Howard Phillips Lovecraft - L'orrore a Red Hook

Chi ha detto che i classici sono desueti? Ambientato nel distretto di Red Hook a Brooklyn, New York, dove lo stesso Lovecraft abitò, L’orrore a Red Hook è un racconto che presenta una realtà di grande attualità come quella dell’immigrazione. Erano gli anni in cui gli Stati Uniti erano meta di sbarco per moltissime persone e per questo erano attraversati da rigurgiti razzisti e xenofobi di marca wasp (White, Anglo-Saxon and Potestant), e il nostro Solitario di Providence non faceva di certo eccezione. Non dobbiamo nasconderci: Lovecraft era un razzista, convinto delle superiorità delle proprie origini anglosassoni e perseguitato dall’idea dell’ibridazione della specie. Un racconto come L’orrore a Red Hook esprime tutto il suo disagio esistenziale nei confronti del mondo moderno e delle grandi città, brulicanti di individui portatori di valori contrari ai valori tradizionali della società americana e per questo fonte di corruzione: non a caso il quartiere viene definito un «calderone delle nefandezze in cui la faccia di secoli di immoralità faceva ribollire il proprio veleno, tramandando i suoi orrori blasfemi», «un agglomerato di sordide miserie» la cui popolazione è formata da «siriani, spagnoli, italiani, negri, che si danno fastidio reciproco», «una babele di rumori e di sudiciume», un «amalgama di putridume materiale e spirituale». A Lovecraft non andava a genio che ci fossero tante razze e tante lingue diverse: addirittura, a suo giudizio perfino la struttura abitativa del quartiere era cambiato e degenerato a causa della presenza degli immigrati (e, dato che ci aveva abitato, di cose doveva averne viste!). Tuttavia, L’orrore a Red Hook non è semplicemente un racconto razzista: le capacità di scrittore di Lovecraft superano di gran lunga i suoi lati controversi e ci regalano una storia che presenta molti degli elementi tipici e peculiari della sua produzione. La vicenda narra l’avventura di un poliziotto tormentato già in partenza, Thomas Malone, che vaga per il quartiere affrontando i traffici illeciti delle gang ma soprattutto strani ritrovi di sette segrete e misteriose sparizioni di bambini; il fulcro di tutto è un vecchio stregone (motivo ricorrente in Lovecraft) di origine olandese, Robert Suydam, che prepara un rito sessuale per l’avvento di qualcosa che dorme nel profondo (il sesso è sempre visto di cattivo occhio da Lovecraft). Il racconto è dunque la descrizione, come sempre tra sogno e realtà, della discesa nell’abisso di Malone, il suo contatto con l’indicibile che si esplica attraverso cunicoli sotterranei, libri magici, creature deformi e ibride, rituali orgiastici legati a culti antichi della fertilità. C’è una grande atmosfera, e si respira proprio il marcio del distretto. 

martedì 5 settembre 2017

Elizabeth Jane Howard - Gli anni della leggerezza

Fenomeno letterario degli ultimi anni grazie a Fazi che ne sta portando a termine la pubblicazione in Italia (sono cinque libri), la saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard si propone, per tematiche e stile, come una lettura ideale per gli amanti della serie tv Downton Abbey o della vecchia Saga dei Forsyte di John Galsworthy (chissà in quanti se ne ricorderanno!). Per il sottoscritto, sempre attirato e allo stesso tempo diffidente nei confronti dei libri di successo (ma vero fan di Downton Abbey!), questo primo capitolo, Gli anni della leggerezza, si è rivelato un fulmine a ciel sereno. Siamo nei territori dell’inglesità pura e, per di più, si tratta di una saga familiare dove non succede praticamente niente per 600 pagine (cioè non ci sono avvenimenti eclatanti, almeno in questo primo volume) e che fa dei personaggi e della loro psicologia il proprio fulcro, indagando minuziosamente la vita quotidiana della famiglia e i rapporti interpersonali. Per questo è necessaria una buona dose di attenzione e pazienza per entrarci dentro e imparare a distinguere le dozzine di personaggi e i vari nuclei familiari; inoltre, l’autrice tende a essere particolarmente dettagliata quando si tratta di descrivere abiti, cibi, stanze e arredamenti, ma, una volta superati questi ostacoli, è veramente difficile uscirne. La vicenda (divisa in due parti) occupa l’arco temporale che va dall’estate del 1937 a quella del 1938, negli anni immediatamente precedenti la Seconda Guerra Mondiale: gli echi della Prima non sono ancora scomparsi e, soprattutto nella seconda parte, la crisi tra la Germania nazista e la Cecoslovacchia per la questione dei Sudeti allunga le paurose ombre di un nuovo terribile conflitto che minaccia di spazzare via la vita che tutti conoscono. Troviamo l’intera famiglia Cazalet (che possiede un’azienda produttrice di legname) riunita nella villa in campagna di Home Palace per trascorrere le vacanze estive, periodo in cui tutti sono liberi da impegni: i capostipiti della famiglia sono William e Kitty, chiamati affettuosamente il Generale e la Duchessa. Ci sono poi i loro quattro figli: Rachel, l’unica femmina, omosessuale (anche se vive un amore esclusivamente platonico), che si occupa di accudire i genitori e i nipoti; Edward, bell’uomo e donnaiolo impenitente; Hugh, rimasto invalido durante la Grande Guerra (ha perso una mano); Rupert, pittore mancato e insegnante che deve decidere se abbandonare la sua professione per entrare nell’azienda di famiglia. A questi si affiancano le tre mogli: Villy, moglie di Edward, che per amore di lui ha rinunciato a una carriera da ballerina; Sybil, moglie di Hugh, che invece con il marito ha un rapporto stretto e intenso; Zoë, che di Rupert è la seconda moglie e cui il ruolo di matrigna che deve occuparsi dei figli di primo letto del marito sta piuttosto stretto. Agli adulti si affiancano i bambini, in particolare Louise (che vuole diventare attrice), Polly, Clary e Neville, oltre ai cugini Angela e Christopher, figli della sorella di Villy. Senza dimenticare il personale con cameriere e domestiche, compresa l’anziana istitutrice Miss Milliment che è tra i personaggi meglio delineati in assoluto. La Howard ci presenta una realtà altoborghese ancora fortemente legata ai ritmi e alle abitudini vittoriane, scandita da precisi rituali (il risveglio, i pasti) e caratterizzata da un’educazione molto rigida, formale e repressiva; la sua scrittura lenta e introspettiva riflette tutte queste tematiche, tra il detto e il non detto (anche se il non detto ci viene svelato dalla narrazione in terza persona che entra nella testa dei personaggi). Sono inoltre affrontate, qua e là, problematiche come i disagi della condizione femminile, la repressione dell’omosessualità e della sessualità in generale, i pregiudizi che inibiscono alcune professioni (una donna che vuole fare la scrittrice!), le molestie sessuali in famiglia. Veramente convincente è anche il modo di rappresentare il mondo dell’infanzia, i giochi dei bambini e la loro noia nei confronti del mondo degli adulti, ma allo stesso tempo i rapporti tra cugini, i giudizi nei confronti dei genitori, i temi della crescita, del rapporto con la morte e i problemi del mondo. La Howard fa tutto questo con leggerezza, senza ideologia ma allo stesso tempo senza banalità. Insomma, la saga dei Cazalet non è un semplice soap opera.